il salto della quaglia
marco | 24 settembre 2005IL SALTO della quaglia è lo sport più in voga in questo momento tra i partiti. Chissà se prima o poi non ne esca un gioco, sul tipo di Monopoli o di Risiko, con le testine del politico da usare come segnapunti e le domande imprevisti-probabilità che indicano il percorso da seguire. Ma quanto salta una quaglia? Molto, a giudicare dai premi-partita pattuiti. Voci maligne già assegnano ai transfughi futuri assessorati del Veltroni-bis. Intanto in Campidoglio cresce il malcontento all’interno della maggioranza, soprattutto tra lo zoccolo duro che ha difeso l’Ulivo anche quando contro soffiava un vento forte come Katrina. Chi ultimo arriva, almeno nel centrosinistra, non sempre male alloggia. E questa nuova regola a qualcuno fa schizzare il sangue al cervello. L’ultimo a salire sul carro dei vincitori è stato Gargano di Alleanza Nazionale. Lo avevano preceduto gli ex azzurri Verzaschi, Zambelli e Lovari aprendo una voragine all’interno di Forza Italia. Tanti cocci che la Lorenzin sta cercando di rincollare. Una situazione simile a quella della stalla con la porta aperta e i buoi in fuga. Chi invece non merita di essere accostato agli altri «saltatori» è Marco Di Stefano. La sua fuoriuscita dall’Udc si è verificata in un momento tutt’altro che favorevole per il centrosinistra. Di Stefano – non va dimenticato – ricopriva i seguenti ruoli: membro della direzione nazionale, capogruppo in consiglio comunale e segretario romano. Inoltre anche il contesto storico non era dalla sua parte. Marrazzo stava 9 punti sotto Storace secondo i sondaggi. Ed erano veramente in pochi coloro che credevano nel sorpasso. La sua scelta fu davvero coraggiosa. Ha lasciato il centrodestra portando con sé l’intero patrimonio elettorale (14 mila preferenze, di cui 12 mila a Roma). Una fetta consistente di voti che si è spostata sull’altro piatto della bilancia. Chi sarà in grado di fare altrettanto? Tuttavia quello che più sconcerta in questo nuovo corso della politica è la scarsa voglia di lottare all’interno del proprio partito. Mi metti all’angolo? Me ne vado. Ma tra i politici conta ancora la voglia di battersi per la bandiera?





