Marco Castoro

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la commedia italiana rinasce nella pubblicità

marco | 19 novembre 2005

DOPO i fiori di zucca e l’alicetta cos’altro spetta al brillante vigile De Sica? Di essere sparato dal cannone del Gianicolo! Se non ci credete rischiate di fare la sua stessa fine. Visto che il nostro simpatico vigile Persichetti diffida della nuova offerta telefonica. Scommette, perde e ne paga le conseguenze. È quello che vedremo da domenica 27 novembre nell’appassionante fil rouge che vede protagonisti la bella Adriana Lima, i vigili De Sica e Laganà (presto tornerà anche Valentino Rossi), tutti testimonial Tim. L’ennesima conferma di come la pubblicità sia cambiata negli ultimi anni. Di come si cerchi di fare breccia tra i telespettatori rispolverando gag e battute tipiche della commedia all’italiana, tanto cara al neorealismo cinematografico di Vittorio De Sica, Monicelli, Risi. Un «corto più corto» che riporti alla mente il mitico Carosello. Anche se il tempo a disposizione per gli spot è di gran lunga inferiore a quello che utilizzavano Carmencita, Calimero, Susanna tutta panna, Pippo l’ippopotamo e l’uomo in ammollo. Una necessità che inesorabilmente è diventata una virtù per i tempi che viviamo. L’era del mordi e fuggi, del lavoro frenetico e del fisico perfetto, nella quale pensare alle cartoline dell’intervallo tv rappresenta, purtroppo, solo una perdita di tempo. Va sottolineato, tuttavia, come alcuni pubblicitari abbiano coraggiosamente cominciato a invertire la rotta, a tornare coi piedi per terra, schiaffeggiando miti e modelli inneggianti alla perfezione. Dal corpo alla casa dei sogni. L’autoironia alla base del messaggio pubblicitario. Il «videochiamami» della Marini e Cecchi Gori; le battute di Giulio Andreotti; Valentino Rossi che inneggia a Max Biaggi; John Travolta che invade la casa del teleutente prima e scambia i ruoli con Totti poi; Mike che bacchetta Fiorello; i campioni che diventano grandi di statura per promuovere il grande calcio, e recentemente anche gli spot delle Ferrovie dello Stato che vedono il regista Tognazzi alle prese coi problemi dei pendolari. «Il messaggio pubblicitario – spiega Mauro Mortaroli – deve essere come il cartello dell’autostrada, al quale devi prestare la massima attenzione in pochi secondi». Mortaroli con Nicola Brunialti e Alfredo Vals Gris compone la spina dorsale della Mortaroli & Friends, l’agenzia che dopo aver allungato la vita con una telefonata al condannato Massimo Lopez, aver riportato all’età dei «bambini da yogurt» Aldo, Giovanni e Giacomo è ora alle prese con la fortunata sequenza di Adriana e del vigile Persichetti. «Non va dimenticato – aggiunge Mortaroli – che il telespettatore che ti guarda è distratto. Spesso è anche innervosito dall’interruzione pubblicitaria o dai suoi problemi che vanno dal conto in banca, al litigio con la fidanzata o allo scaldabagno che non funziona. Quindi lo spot deve consumarsi in maniera indolore e veloce. Deve farsi notare, gradire e ricordare. Deve colpire l’immaginazione, deve piacere e deve far vendere il prodotto. In sintesi chi realizza uno spot pubblicitario deve ricordarsi che esistono due protagonisti: il prodotto prima e il pubblico poi. Inoltre non va dimenticato – sottolinea Mortaroli – che più il pubblico si diverte più il prodotto diventa simpatico». Christian De Sica è solo l’ultimo di una lunga serie di attori comici italiani che hanno fatto grande la pubblicità televisiva, immedesimandosi nell’italiano medio che parla in dialetto e che sdrammatizza e ironizza qualsiasi cosa le capiti davanti. Prima di lui Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Totò, Macario, Vittorio Gassman, i De Filippo, Gino Cervi, Ubaldo Lai, Amedeo Nazzari. Solo per fare qualche nome. Oggi i campioni dell’incasso sono Valentino Rossi (1,35 milioni di euro), Paolo Bonolis e Alex Del Piero (1 milione ciascuno), Fiorello (900 mila) e la Ventura (800 mila). Pochi secondi, grandi ingaggi. Trovate geniali come il fondoschiena di Roberta. Protagonisti e spalle doc. Perfino uccellini ficcanaso che parlano e un Babbo Natale che toglie da mangiare al bambino. Un mondo dorato, nel quale gli italiani (non sempre) ci si rispecchiano. «Quando ciò accade – conclude Mortaroli – il pubblicitario ha svolto un ottimo lavoro. Meglio essere definiti nazional-popolari che internazionali. La gente a casa parla il romano, il toscano, il livornese, il ligure. E la battuta in dialetto è come una partitura musicale: fa sempre breccia. La nostra lingua è la nostra identità. Il segreto di Carosello stava proprio nella leggerezza degli spot. Allora non si cercava la dietrologia. È vero che oggi la globalizzazione ti permette di parlare con chiunque, ma non deve finire per essere omologata come l’unico modo di pensare. Nella pubblicità si riassume tutto nella battuta che diceva Andy Luotto a L’altra domenica: ovvero “buono” o “non buono”. Quello che conta è solo il giudizio della gente».

Il Tempo, 19 novembre 2005

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