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farmaci=doping secondo Gianni Rivera

marco | 27 dicembre 2005

uscita sul Tempo il 27 dicembre 2005GIANNI RIVERA contro i medicinali e il calcio-business «Su un fisico sano non sappiamo ancora quali potrebbero essere le conseguenze»
GIANNI RIVERA, cominciamo dal 1974 in Germania. In un’intervista al «Tempo» Riva ha detto che quel Mondiale andò male a causa delle polemiche tra lei e Chinaglia che spaccarono il gruppo. Perché litigavate?

Io non ricordo di aver mai polemizzato con Chinaglia. La realtà è che non eravamo al meglio della forma. Quel Mondiale l’avremmo vinto senza problemi se fosse arrivato un anno prima.

Si torna in Germania, come vede questa nuova avventura della Nazionale?

Gli azzurri sono nel gruppo delle più forti. Con il Brasile, che resta favorito, l’Argentina, i tedeschi che giocano in casa. Non credo agli inglesi in quanto giugno tradizionalmente non è per loro un buon periodo.

Alla guida degli azzurri è meglio avere un ct selezionatore federale, come Bearzot e Vicini, o un tecnico proveniente dai club?

Il migliore è sempre quello che vince. Tuttavia non credo che Lippi sia rimasto con la vecchia mentalità del club. Ora fa il selezionatore: il suo compito è scegliere i giocatori non allenarli.

Lei non ha mai avuto la tentazione di diventare un tecnico?

Assolutamente no. Anche quando giocavo mi sentivo più dirigente che allenatore. Pensi che non ho mai fatto nemmeno il corso di terza categoria.

Forse puntava alla massima carica da dirigente, quella di presidente della Figc…

In verità c’è stato un momento che sembrava potessi puntare a ricoprire quel ruolo. Lo volevano le associazioni di calciatori e allenatori. Anche Abete me lo aveva chiesto. Ma ormai appartiene tutto al passato.

Lei comunque per qualche tempo è stato dirigente nel Milan…

Per sette anni.

Poi è arrivato Berlusconi…

E sono venute a mancare le condizioni per rimanere. E diventa inaccetabile lavorare senza le condizioni.

È così severo con il Cavaliere perché è un suo avversario politico?

Berlusconi non è un politico. È uno che è andato da vicino a controllare i propri interessi. La politica l’ha sottovalutato e lui ne ha approfittato. È un’anomalia che ormai dura da dieci anni, speriamo che alla prossima tornata elettorale si scriva la parola fine.

Un altro suo «nemico» fu Gianni Brera…

Non esageriamo. Brera era un grande giornalista e un uomo di cultura. Attaccare il calciatore più in voga gli permetteva di dare il là a una polemica che durava a lungo. Io gli rispondevo e lui gongolava. Avevamo un ottimo rapporto. Quando smisi di giocare la sera spesso ci ritrovavamo a mangiare e bere insieme come due grandi amici.

Un calcio d’altri tempi. Oggi si respira tutt’altra atmosfera. Cosa pensa del caso Di Canio?

Sono rimasto meravigliato. Mi sembra una forzatura inutile, un gesto fuori luogo. C’è modo e modo per presentare le proprie idee, lo stadio non è il luogo adatto. Già ci sono tanti animi esasperati, perché accendere altre micce?

Stadi bollenti, ma vuoti. Come mai?

Perché si assiste a uno spettacolo meno avvincente. Tra i calciatori c’è meno tecnica e più agonismo. Inoltre c’è troppa offerta tv e i prezzi dei biglietti sono salati. Per non parlare della sicurezza: la gente non si sente più tranquilla quando va a vedere una partita.

Non c’è troppa politica nelle curve?

Qualcuno si nasconde e fomenta. Negli anni ’70 si facevano le manifestazioni in piazza, oggi ci sono gli stadi…

E sul caso Cassano che idea si è fatto?

Non lo so. E non mi importa.

Ma anche lei è stato giovane: ricorda qualche scherzo tra compagni, qualche capriccio?

No. Nel Milan l’ambiente è molto serio. Allora c’erano una linea e un’etica molto professionali che avevamo ereditato dai Liedholm, Schiaffino e che abbiamo poi ceduto a Maldini e compagni.

Se fosse un presidente prenderebbe Zeman come allenatore?

Certo che lo prenderei. A me piace molto.

Così va controcorrente. Non pensa a tutti i nemici che il boemo si è fatto con le dichiarazioni sul doping?

Il doping e l’eccesso di medicinali sono la stessa cosa. Sui corpi sani l’abuso di farmaci può diventare un grosso problema. Chi fa uso di troppe medicine ha le stesse colpe del doping perché non sappiamo ancora quale reazione si avrà tra qualche anno sul corpo umano.

Cosa manca a Totti per diventare un numero uno nel panorama internazionale?

Lui è già un leader. Purtroppo a volte si fa prendere la mano dagli avvenimenti. Deve imparare a sopportare i calci e a non reagire.

Lei ne ha presi di calci. Indimenticabile fu il fallo di Tardelli a centrocampo subito dopo il fischio d’inizio. Come si fa a non reagire?

Si prende atto. In campo succede di tutto. I più anziani ti minacciano, ma finita la partita si dimentica tutto. È coreografia.

Le hanno mai sputato?

No. In campo non ho mai visto né ricevuto uno sputo.

Olimpiadi, chi vincerà il derby Roma-Milano?

Da milanese acquisito posso dire che Roma è l’unica città italiana in grado di meritare la nomination del Coni. A gennaio sapremo cosa verrà deciso. Se dovesse farcela Roma inizierebbe una seconda fase contro avversarie molto quotate. Tuttavia la Capitale ha più volte dimostrato di essere al top in qualsiasi manifestazione. Gli Europei di pallavolo, i Mondiali di nuoto. Roma è pronta. Come sono pronti amministratori e imprenditori. Poi in caso di vittoria toccherà al governo prendere a cuore l’impegno.

Come è lo stato degli impianti capitolini?

Buono, anche se ogni sportivo vorrebbe uno stadio sotto casa. A Tor Vergata verrà realizzato un grande campus che non avrà nulla da invidiare a quelli americani.

Se lei si fosse chiamato Riverao, quanti palloni d’oro avrebbe vinto?

Qualcuno in più. Ma per vincere è necessario giocare in una squadra con molta visibilità. Per votarti la giuria deve vederti.

La verità sulla staffetta di Città del Messico?

Fu una trovata di Valcareggi per salvare capra e cavoli. Allora la formazione la facevano alcuni giornalisti, i quali non mi volevano in squadra. La federazione subiva e il ct si inventò la staffetta, ma nella finale non mi fecero entrare al 46’. Giocai solo gli ultimissimi minuti. Un esempio di come la politica possa battere lo sport.

Il Tempo, martedì 27 dicembre 2005

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