Proietti-Brancaccio, rischio divorzio
marco | 23 aprile 2006DAL TEMPO
di PIERO MACCHIONI
UN TEATRO Brancaccio senza Gigi Proietti, l’ipotesi non è da escludere. Sono settimane difficili in via Merulana, almeno da quando la proprietà dell’impresa culturale è finita in conflitto con la gestione e la direzione artistica dell’attore romano. Tanto che fino a poco tempo fa si parlava addirittura di divorzio prima ancora dell’inizio della prossima stagione. La cosa in sé sembra impensabile: Proietti a Roma è un mito vivente, sembra solo fantascienza pensare che qualcuno ce l’abbia con lui. Come se non bastasse è stato proprio il suo arrivo, nel 2001, a far riaprire il Politeama Brancaccio, trasformandolo in uno dei punti di riferimento dell’intrattenimento popolare della Capitale. Tanto che il successo del teatro è fortemente Proietti-centrico: l’amministratore, Paolo Fraschetti, è persona assai vicina all’attore romano e spesso in cartellone ci sono produzioni proprie firmate «Politeama Brancaccio Srl» e «Tre tredici trentatrè Srl». Benché non ci sia nulla di anomalo in tutto questo la proprietà del Brancaccio, che fa capo alla famiglia Longobardi, è entrata in conflitto con il management e ha mostrato l’intenzione di riprendere in mano la guida amministrativa del teatro. Un po’ come se il padrone di casa rivolesse le chiavi del suo appartamento. A Proietti naturalmente è stata confermata la fiducia per la direzione artistica, ma lui avrebbe preso la richiesta come una vistosa sfiducia nei suoi confronti e avrebbe declinato. In questi giorni c’è una tregua, ma non è detto che il conflitto non possa riaprirsi. Non c’è nemmeno da ricordare che le entrate di un’impresa culturale sono tutto per farla sopravvivere. E la cosa si fa ancor più delicata se, come accade al Brancaccio, l’impresa è comunque privata: il flusso di finanziamenti ottenuti da ministero dei Beni Culturali, Comune e bigliettazione sono di fatto fondamentali. Proietti allora diventa una garanzia, mentre un signor nessuno rischierebbe di far imboccare al teatro la via infelice intrapresa anni fa. Bisogna poi aggiungere che il Brancaccio è un teatro difficilissimo da gestire. Con i suoi 1.500 posti deve continuamente puntare a spettacoli che attraggano il grosso pubblico, senza declinare nemmeno l’ospitalità a manifestazioni politiche ed elettorali. Dall’ingresso di Proietti nella struttura è comunque andata formandosi proprio una platea a immagine e somiglianza dell’attore. Un pubblico che rivendica anche una certa linea culturale e che non ha avuto timore di bocciare apertamente scelte artistiche coraggiose come «Es iz Amerike. Cosa ci vuoi fare, è l’America!», spettacolo di Moni Ovadia. Il pubblico del Brancaccio infatti è formato in gran parte da romani cresciuti a pane e Proietti, capaci di file pazienti per rimediare un biglietto per i suoi one-man show e di generare un tutto esaurito istantaneo quando sul palcoscenico salgono, ad esempio, Sabrina Ferilli e Maurizio Micheli con «La Presidentessa». Proprio il successo di quest’ultimo allestimento basta quasi da solo a ripagare i costi di una lunga stagione teatrale e a permettere anche l’arrivo di produzioni «diverse» come «Concha Bonita», firmata Cerami-Piovani, che è approdata dall’Ambra Jovinelli dopo l’esordio di successo al Valle. A questo punto l’interrogativo riguarda il prossimo cartellone e il nome di chi lo presenterà al pubblico.
Il Tempo, domenica 23 aprile 2006





