Scelte politiciche per evitare il nostro Vietnam
marco | 7 maggio 2006DAL TEMPO
di GAETANO PEDULLÀ
IL TRIBUTO di sangue pagato dai militari italiani in missione di pace in Iraq e Afghanistan ha registrato in pochissimi giorni una preoccupante impennata. Può darsi che sia un caso e che non ci sia nessun legame diretto tra i due ultimi attentati di Nassiriya e Kabul. Così come, al momento, non è possibile escludere una strategia precisa contro il nostro Paese. Una sorta di recrudescenza terroristica, con l’obiettivo di spingere il prossimo governo ad ordinare l’immediato ritiro delle truppe. Di sicuro, però, c’è l’intensificarsi delle ostilità contro i contingenti italiani e anche per questo la necessità di eliminare ogni incertezza sulle direttrici della nostra politica estera. L’interregno che separa il passaggio delle consegne dal governo ancora in carica a quello che verrà, per non parlare dell’ambiguità degli obiettivi inseguiti dai diversi partiti dell’Unione, possono indurre il terrorismo islamico a scegliere come bersaglio l’Italia e i suoi militari impegnati nelle missioni umanitarie. Un rischio altissimo, che ieri Il Tempo ha messo in evidenza in prima pagina, con un titolo tanto duro quanto esplicito: «Il nostro Vietnam». A qualcuno – se ne discuteva ancor prima della pubblicazione – questo titolo non è piaciuto. Su un quotidiano che ha seguito con benevolenza il contributo dell’Italia per ristabilire la pace in Paesi devastati da sanguinose guerre civili, accostare le nostre missioni di carattere solo ed esclusivamente umanitario a una guerra di egemonia geopolitica come quella del Vietnam può essere sembrato fuori luogo. Ma l’accostamento si può fare e ci sta tutto per almeno due motivi. Il primo sta nel deciso rifiuto culturale dell’uso della forza e della guerra come mezzo per «esportare» o se preferite «imporre» la democrazia in Paesi che stanno dimostrando di non voler cogliere l’occasione di affrancarsi da regimi teocratici o dittatoriali offerta dalla comunità internazionale. Il secondo motivo sta nel pericolo che il concentrarsi degli attacchi mirati contro le truppe italiane finisca per tradursi in attentati quotidiani e dunque in una carneficina, come in Vietnam. Un rischio che la politica non può ignorare rinviando una decisione netta su cosa fare delle missioni all’estero e sui tempi dell’eventuale ritiro dai diversi teatri d’intervento. Un rischio che può portare allo spargimento di altro sangue e del quale chi avrà presto la nuova responsabilità di governo deve farsi urgentemente carico.
Il Tempo, 7 maggio 2006





