Borgna: "Fui io a lanciare Bettini e Veltroni"
marco | 23 giugno 2006
ASSESSORE Borgna, quella che è appena cominciata che numero di Estate romana è per lei? «Beh, facciamo un po’ i conti. La prima fu nel 1994. Una, due, tre… Tredici. È la mia tredicesima. Un bel record». A quale edizione rimane più legato? «Senza dubbio alla prima. Passammo diverse notti insonni in assessorato io, Giovanna Marinelli e il mio staff. Da soli dovevamo organizzare tutto. Eventi, luoghi, orari. Tutto. E con i soldi del nostro budget. Del resto la rassegna era rimasta sospesa per un decennio e bisognava reinventarla. E noi ci riuscimmo bene visto che gli spettatori complessivi furono oltre un milione. Un grande risultato, anche se ben lontano dai 10 milioni toccati nel 2003». Il suo evento clou? «Sicuramente l’opera allo stadio Olimpico. Nel ’97 ci furono 27 mila spettatori alla Turandot». 8 dicembre 1993. Il sindaco Rutelli presenta la sua prima giunta. Lei è l’assessore alla cultura… «Ricordo che arrivai in Vespa. La parcheggiai sotto la Coeli, salì in fretta i gradini. Ero emozionato come un ragazzo al primo giorno di scuola». E dopo tutti questi anni, saranno 18 al termine di questa nuova legislatura: non si è ancora stancato di fare l’assessore? «In verità, come è risaputo, avevo chiesto un avvicendamento per non sembrare uno che vuole stare seduto sulla poltrona a tutti i costi. Mi sembrava un gesto nobile. Anche se tra i parlamentari sono pochi quelli che fanno simili gesti. Mi è stato chiesto di continuare nel mio incarico e lo faccio volentieri. Con lo stesso entusiasmo del primo giorno ma con molta esperienza in più». Si era parlato di lei per la presidenza dell’Auditorium o per la Quadriennale. Accetterebbe volentieri simili incarichi? «Per quanto riguarda l’Auditorium è da escludere subito. Bettini sta lavorando benissimo e non ha nessuna voglia di farsi da parte. Tuttavia, seppure le presidenze di enti culturali siano prestigiose, confesso che mi interessano poco. Sono un intellettuale che ha scelto di fare il politico. Quindi meglio assessore». Quali sono le differenze sostanziali tra le giunte di Rutelli e quelle di Veltroni? «Al di là dei caratteri dei due sindaci, c’è da mettere in risalto la continuità tra i mandati. Con Rutelli la Capitale si è rimessa in moto dopo anni di crisi e di cattive amministrazioni. Il Campidoglio veniva da un anno di commissariamento, la giunta Carraro aveva assessori inquisiti. Roma era stata male amministrata, era una città culturalmente spenta. C’era bisogno di una scossa molto forte. Doveva tornare moderna e al passo coi tempi. Con Veltroni siamo passati alla maturazione e si sono consolidati i progetti». È facile andare d’accordo con Rutelli e Veltroni? «Direi proprio di sì. Sono due persone esigenti che richiedono molti sacrifici per i ritmi e i tempi che impongono. Le vacanze e le domeniche te le scordi. Per me è stato più facile perché sono due miei amici. Nel privato sono amabili e gentili. Comunque lo stress che si accumula viene ripagato dai risultati e dall’affetto». Sente ancora Rutelli? «Tra noi è rimasto un ottimo rapporto. Ora poi è diventato anche ministro della Cultura, quindi dobbiamo sentirci spesso». Bettini lo sente? «È un mio caro amico. Fu uno dei ragazzi che ho lanciato. Fui io infatti a portarlo alla Federazione italiana giovani comunisti nel 1973. Io ero il segretario romano. Lui, Veltroni, Adornato che ora sta a Forza Italia e la Rodano erano giovani promettenti. Walter era poco più che un ragazzino. Eravamo un bellissimo gruppo di amici, ogni giorno passavamo un’ora a giocare a flipper al bar di via dei Frentani. Fummo noi ad avviare il dialogo con Pasolini, visto con molta diffidenza dal partito. Nonostante la politica siamo rimasti uomini di cultura. Bettini si diverte più all’Auditorium che al Senato, Veltroni più con l’Estate romana che facendo il politico a tempo pieno». Pci, Pds, Ds. Lei che ha vissuto da vicino tutte le svolte ha nostalgia per il passato? «I rimpianti maggiori sono dovuti all’età. Tuttavia il Pci aveva sì tanti difetti, ma era un partito vero, un mondo nel quale potevi viverci dentro. Si facevano molti sacrifici e rinunce, però ti sentivi sempre protetto. E la solidarietà non mancava mai. Ricordo che quando mio padre si ammalò di leucemia, e lui non era nemmeno un militante del Pci, ci fu una grande solidarietà nel donare sangue. Parteciparono tutti, indistintamente dai ruoli. Oggi invece, dispiace dirlo, si sono perduti questi aspetti belli. Del resto la politica è cambiata e di conseguenza è cambiata anche la vita all’interno del partito». Ora c’è la sfida del partito democratico, la sua idea? «Il mondo è cambiato. Ed è cambiata anche la sinistra. Non è più quella operaia dell’Ottocento e del Novecento. Il cambiamento è necessario, purché si tenga sempre un’attenzione alta nei confronti di tematiche come povertà, ingiustizia, marginalità. Il partito democratico è una sfida interessante che può far crescere ancora di più l’Ulivo, a patto che tutti i buoni propositi non si esauriscano in una sommatoria dei vertici. Non funzionerebbe con tanti partiti all’interno di un partito. In quel caso meglio una federazione come l’Ulivo». Sì, ma non sarà facile mettere d’accordo tutti… «Si dovrà rinunciare ai privilegi. Il quadro politico attuale non giova molto alla semplificazione della politica: c’è troppa dispersione. Per questo diventa necessario lavorare molto tutti assieme, sacrificando ciascuno qualcosa». Rutelli, Fassino, Veltroni, D’Alema: chi sarà il leader del nuovo partito democratico? «Beh, non ho la palla di cristallo. Prodi c’è già, ed è un leader autorevole. Chiunque sia il leader, il nuovo partito deve presentare un profilo chiaro che unisca tutta la sinistra moderna e democratica, come vuole la piazza che ci grida sempre Unità Unità». Le ultime elezioni hanno evidenziato che l’Italia è spaccata in due. Con un po’ di buon senso, esiste la possibilità di riavvicinare le parti? «Auspico che questo avvenga. Che ci siano due schieramenti è giusto, tuttavia un Paese deve anche trovare condivisione. Penso che non si debba cambiare tutto a ogni costo, solo a causa di questa esasperata divisione tra i due blocchi. Deve essere la logica dell’alternanza a ispirare le due coalizioni. Diventa fondamentale che siano condivisi alcuni valori di fondo, altrimenti si rischia un degrado dell’Italia, una crisi d’identità». Da diessino, ex Pci, preferirebbe incontri ravvicinati più con l’Udc o con i vecchi compagni di Rifondazione? «La regola deve essere accogliere tutti quelli che si identificano nel programma, nel leader e nel profilo culturale. Nel ’44 quando il Pci era ancora un partito di quadri e non di massa, Togliatti disse di dare la tessera a tutti quelli che la chiedevano. E così dovremmo fare noi».
Il Tempo, venerdì 23 giugno 2006





