Marco Castoro

appunti di un freelance
  • rss
  • Inizio
  • la redazione
  • chi sono

Gino Paoli si racconta: "Io, Lauzi e Tenco. Liti, rimorsi e pistole"

marco | 1 novembre 2006

DAL TEMPO

di STEFANO MANNUCCI

QUANDO Paoli si renderà conto di aver scritto una canzone perfetta, darà fuoco alla casa. «È la leggenda di Gauguin», ride lui, ineffabile. «Io l’ho vista la sua capanna bruciata, a Tahiti. Lui si era reso conto di aver dipinto con esattezza le proprie emozioni, che di solito sono astratte, intraducibili. E aveva perso, dopo, interesse in ogni cosa. Nella vita serve sempre una tensione, un traguardo. Poi quando ci arrivi scatta la noia, e rischi di buttarti di sotto». Impagabile Gino. Lui crede di averla “quasi” scritta, una canzone definitiva. «Era “Sassi”: lì dentro c’erano tutti i colori giusti». Beh, in effetti era un capolavoro. Ma temo che “Il cielo in una stanza” abbia contribuito ancor di più al boom demografico degli anni Sessanta. «Volevo descrivere l’attimo in cui sei a letto con una donna, hai appena fatto l’amore, e nell’aria percepisci una sorta di magia, che non sai da dove arrivi e che svanisce subito. In quel momento capisci che non sei nessuno, ma nella tua anima c’è tutto il mondo. Naturalmente non potevo mettere nel testo il punto centrale della storia – l’atto sessuale. E presi a girarci intorno, raccontando dei rumori della strada, le pareti…un itinerario a spirali, dove trionfava il non detto». Chi era la signorina che le ispirò tanta poesia? «Una puttana». Come? «Ma sì, avevamo appena fatto una “quindicina”, poi lei si alzò e se ne andò. Mai più vista». E non avrà mai saputo di essere la sua musa ispiratrice. «Figuriamoci. Però non fu quel coito in particolare a rendermi creativo, ma l’orgasmo in sé, quella cosa straordinaria che è la congiunzione tra un uomo e una donna». Poi quando Mina le chiese quella canzone per interpretarla, lei tentò di resistere. «Le dissi: ti cedo “Il cielo in una stanza” se canti anche “La notte” del mio amico Giampiero Reverberi. Lei accettò. Un giorno, in Galleria, a Milano, incontrai il maestro Tony De Vita, suo factotum e arrangiatore. Mi raccontò che appena Mina ebbe finito di registrarla, l’orchestra si era alzata in piedi, applaudendo freneticamente. Tutti con le lacrime agli occhi». Ci fu una storia tra voi? «No, solo amicizia. Anzi, in un primo momento andavamo d’amore e d’accordo, poi ci accapigliavamo. Niente sesso. Anche se non mi sarebbe dispiaciuto. A quel tempo era una grande gnocca». Paoli, sono quasi 50 anni che lei incide. Ora è uscito un cofanetto antologico, “Canzoni da ricordare”. «Un excursus della mia carriera. Sa come sono le operazioni discografiche. Io non amo le raccolte, preferisco vivere oggi e basta. Ma va bene così, ho solo preteso che esca anche una seconda antologia intitolata “Canzoni dimenticate”: sono quelle cui tengo di più, nel mio repertorio. Poi mi dedicherò alle canzoni napoletane, e tornerò al jazz». Qui intanto c’è un pezzo del ’59, “Dedicato a te”, dove lei canta con voce sgraziata. Pura archeologia musicale. «Oleografia, direi. Ma se è il mio ritratto, io non sono Dorian Gray, e accetto i cambiamenti. Smetterò di imparare quando sarò morto. Quella era la mia vociaccia di allora, e poi si registrava con mezzi antidiluviani. Per fare l’effetto eco mi mettevano una busta della spazzatura in testa, con dentro il microfono. A quel tempo i successi venivano scoperti casualmente. Accadde con il 45 giri “Io vivo nella luna”. Il retro era “La gatta”». A proposito: è vero che divideva il polmone con la sua micia? «Vivevamo in un villaggio di pescatori, a Genova. Io, mia moglie, gli animali. Mantenevo anche un amico di Roma, Corrado D’Ottavi, nonostante non girasse un soldo. Il macellaio mi dava un chilo di cuore e polmone, ben sapendo che la gatta ne mangiava un pezzettino. La fruttivendola ci lasciava pescare le mele buone tra quelle marce, il pasticciere mi offriva bigné. Un tenerissimo mondo di solidarietà, in quella bohéme». Finì in galera un paio di volte. «Dormivo nei giardini. Poi mi adattai all’ospizio dei poveri. Potrei raccontarne tante, delle storie di Vicolo Macelli. Conobbi uno straordinario chitarrista: si chiamava Bucco, era sempre ubriaco. Un giorno venne a Genova Segovia e fu il maestro a dire all’avvinazzato: “sei tu a dovermi insegnare qualcosa”. Quando, anni più tardi, aprii un casinò-ristorante a Levanto, volli Bucco con me». Lauzi diceva: i poeti scrivono quando hanno fame e sono tristi. «No. La frase era: “quando fanno sesso i cantautori non sanno dove mettere la chitarra”. Bruno era un uomo di straordinaria ironia. Ha saputo sdrammatizzare fino all’ultimo la sua malattia e tutti i suoi casini. Ora che è dall’altra parte starà dando la caccia a Dio, che gli deve un bel po’ di spiegazioni». Lei, Paoli, ha promesso per quarant’anni a Lauzi di cantare una sua certa canzone. «Lo farò giovedì 9 al Premio Tenco, a Sanremo. Si intitola “Se tu sapessi quanto ti amo” ed è un pezzo meraviglioso scritto da Bruno. C’è voluta questa cosa tremenda perché io riuscissi a mantenere il patto con lui. Gli avevo telefonato per dirgli che gli avevano assegnato il premio, lui mi ha risposto: “vacci tu a nome mio, e fai quello che ti pare, tanto io non ci sarò”. Sapeva benissimo di dover morire, e accettava la sua sorte in modo stoico, semplice, con serenità. Con Giorgio Calabrese e Franco Reverberi siamo andati a salutarlo prima della fine, qualche giorno fa. Lui ci aspettava per quel commiato. Abbiamo cominciato a sparare cazzate per farlo sorridere, e un paio di volte ci siamo riusciti». Qual è l’ultima cosa che vi siete detti? «Lui ha chiesto alla moglie di farci ascoltare il suo ultimo disco, “Ciocco Latino”, appena completato. Aveva un coraggio da leone, era il più forte di tutti noi. Gli ho voluto molto bene, ho ammirato sempre la sua coerenza. Bruno non voleva accontentare nessuno, non andavamo d’accordo su nulla, discutevamo giorni e notti sulla politica. Ma senza urlare. Era dialettica: riuscì a litigare con tutti, ma non con me. La nostra diversità di vedute non tolse nulla all’amicizia». Lauzi ha precisato che la donna misteriosa per la quale si ruppe il sodalizio tra Tenco e Paoli era proprio Stefania Sandrelli. «Se l’ha detto lui, potete pensare sia vero. Io e Luigi non ne rivelammo mai il nome, ci facevamo gli affari nostri, era un bello scontro di capocce. Chi parla di “scuola genovese” dice cazzate: eravamo quattro o cinque individualisti assoluti, bisticciammo tutta la vita. Solo che quella volta con Tenco finì male». Villaggio raccontò il suo ultimo abbraccio con De André. Gli disse: fammi ricordare come un grande poeta. «Paolo è un contaballe mostruoso, come Dalla. Ma in qualche modo dice la verità: Fabrizio era affetto da timor panico, aveva accettato di salire sul palco solo per debiti. La sua corda interna era quella della poesia, non amava la propria voce». Quando avvenne la rottura con Tenco? «Un paio di anni prima della sua morte. Luigi era per me come un fratello minore, sapevamo tutto l’uno dell’altro. Il mio rimorso è che senza questo litigio sarei stato accanto a lui la sera in cui si è sparato, e forse sarei riuscito ad impedirglielo. Per questo mi incazzo: oggi persone come Luigi e Bruno mi farebbero sentire meno solo». Invece dov’era, in quelle ore? «A Milano. Lavoravo. Ma non provai rabbia, solo sorpresa. Perché nella mia generazione ci sono stati tanti suicidi. E di molti non si è mai saputo nulla. Si ammazzò un nostro amico sassofonista, a Londra. E una ragazza che conoscevamo mise la testa nel forno: quello stesso giorno si era laureata con 110 e lode». Ma perché? «Eravamo stati bambini durante la guerra: per noi la morte non era una cosa strana, lontana. Ci avevamo preso confidenza sotto i bombardamenti, o quando vedevamo i cadaveri per strada. Ti portavano nei rifugi alle due di notte, e ti poteva capitare di tutto. La sorellina di un mio amichetto fu violentata mentre rincasava. Eravamo piccoli, e indifesi. Avessimo avuto vent’anni avremmo potuto scegliere di andarcene sui monti, diventare fascisti, qualunque cosa. Ma quando sei bimbo subisci e basta: e l’orrore ti lascia dei segni dentro. Genova era in fiamme. In Friuli, dei parenti di mia
zia vennero portati via e gettati nelle foibe. Il giorno che mi sparai, Tenco restò tre giorni di seguito fuori della stanza d’ospedale. Scrollava il capo e diceva: “perché? Io non lo farei mai”. E invece». Come spiegò il tentato suicidio ai figli? «Nessuna spiegazione. Non mi hanno mai chiesto niente. Di certo, è stata una stronzata. E parlo del mio, di suicidio: sugli atti di chiunque altro non posso emettere giudizi. Non si può andare contro il proprio destino. Io mi sono sparato al cuore dopo aver ingoiato cinquanta pillole. Non era il mio ultimo giorno». Sì, ma perché voi cantautori vi baloccavate con tutte quelle pistole? «Quando ero ragazzino andavo a sparare sulle alture dietro casa, con il figlio del podestà, alla guarnigione dei tedeschi. E dopo l’8 settembre tutti i soldati buttavano via le armi. Io ne raccattavo a decine e le nascondevo in una specie di bunker tra i cespugli, nel giardino di mio nonno in Toscana. Anni dopo, quando qualcuno decise di costruire lì, sbancarono tutto e ritrovarono armi e munizioni. Sostennero che quello dovesse essere un deposito dei partigiani». Saprebbe uccidere? «Al fronte, mai. Finirei davanti alla corte marziale. Chi è stato sotto le bombe rifiuta ogni concetto di guerra, anche quella di difesa. Non tollero l’idea che gli ordini siano indiscutibili, anche se sbagliati o criminali». Però, con il suo carattere, accettò di entrare in politica. Chi glielo fece fare? «Mi convocarono D’Alema, Borgna, Augias e Occhetto. Mi spiegarono che in quel momento c’era bisogno anche del mio aiuto. Ma presto rifiutai la logica dei compromessi, delle mediazioni. Avrei voluto abbandonare il gruppo della sinistra indipendente, non lo feci solo perché ero costretto a far numero per i finanziamenti. E quando il Pds si astenne sull’intervento in Kuwait, io fui tra i pochissimi a votare contro». Da quale politico comprerebbe un’auto usata? «Da Bersani. E Cofferati. Cercano di far rispettare le regole, per questo diventano impopolari. Gli effetti di certe scelte si vedranno fra qualche anno, per mezzo secolo abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Ora dobbiamo pagare: e la Finanziaria pensata da Bersani era molto ferma. Poi si sono mobilitate le lobby, e addio. Si rischia la destabilizzazione: qualcuno magari mobilita le spie per cacciare questa classe dirigente, e anche quelli dell’opposizione». La lettera aperta della Ferilli sull’Unità: “Cara sinistra sbagli tutto”. «Sul mio sito, prima delle elezioni, ho scritto: guardate che se quelli dell’Unione sono onesti possono promettervi solo lacrime e sangue. Se non lo fanno è per andare al potere e poi chiedere i sacrifici. Ma in Italia ci manca il senso dello Stato. Lo capisci ai giardini. Quelli condominiali sono curati, quelli pubblici li riducono da schifo». Il Padreterno e Satana le chiedono contemporaneamente di scrivere gli inni del Paradiso e dell’Inferno. «Niente male. Forse accetterei entrambe le proposte. In ogni cosa vi è il suo opposto. Nella luce più piena vi è il buio. Ma intanto cerco di vivere in modo decente. Da morto non me ne fregherà più un cacchio».

Il Tempo, mercoledì 1 novembre 2006

Categorie
Interviste, musica
Commenti RSS
Commenti RSS
Trackback
Trackback

« Dopo Rutelli pure Capezzone fugge da casa Pannella Capezzone a Pannella: «Non vado via ma non mi divorerai. Sono indigesto» »

Lascia un commento

Puoi usare questi tag : <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Immagine CAPTCHA
Cambia immagine
*

su Twitter

Seguimi su Twitter

categorie

  • ambiente (36)
  • americani (190)
  • amico di vecchia data (1)
  • anni cinquanta di P. Magnaschi (12)
  • archeologia (3)
  • attualità (93)
  • avvenimenti (6)
  • buon gusto (24)
  • canzoni immortali (14)
  • cimeli (5)
  • cinema (244)
  • clima (12)
  • coppie (15)
  • corsi & ricorsi (43)
  • costume & società (73)
  • curiosità (46)
  • dal Regno (35)
  • dalla parte del cittadino (6)
  • documenti (26)
  • dossier (5)
  • economia e risorse (52)
  • editoria e media (54)
  • Elio e le storie… appese a un filo (3)
  • esteri (4)
  • finanza (39)
  • gossip (261)
  • i miei racconti (3)
  • il critico (2)
  • inchieste (3)
  • indiscreto (14)
  • Interviste (171)
  • io ci sono stato (1)
  • la casta (6)
  • la tv vista dai ragazzi (1)
  • moda e modi (16)
  • musica (115)
  • ok il vino è giusto (7)
  • pensierini (40)
  • politica (318)
  • profili (36)
  • pubblicità (111)
  • punti di svista (18)
  • retroscena (61)
  • ricette veloci (5)
  • riflessioni (34)
  • ritratti (9)
  • Roma (120)
  • salute e medicina (6)
  • scienze (10)
  • sondaggi (8)
  • sport (395)
  • teatro (11)
  • teenager (3)
  • televisione (1260)
  • tendenze (3)
  • turismo (63)
  • twitter (1)
  • vaticano (5)
  • video (27)
  • web (6)

amministrazione

  • Collegati
  • Voce RSS
  • RSS dei commenti
  • WordPress.org

Blogroll

  • BECHIS'BLOG
  • CALCIO BUNDESLIGA
  • CALCIO LIGA
  • CALCIO LIGUE 1
  • CALCIO PREMIER LEAGUE
  • CALCIO SERIE A
  • DAGOSPIA
  • ELIO PETRONI
  • GAZZETTA
  • GOOGLE TRADUTTORE
  • IL TEMPO
  • ITALIA OGGI
  • LOTTOMATICA
  • SKY METEO
  • SNAI
  • TROVACINEMA
  • TURISMO E FINANZA
  • YOU TUBE
www.genericviagraonlinespt.com
rss Commenti RSS valid xhtml 1.1 design by jide powered by Wordpress get firefox