Marco Castoro

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quando lo spot esalta l'attore

marco | 29 novembre 2006

FINO a qualche anno fa l’attore che veniva contattato per uno spot pubblicitario quasi se ne vergognava. Era solo un modo per guadagnare fior di soldoni reclamizzando un prodotto, magari anche di pessima qualità, venendo però meno al rigido codice deontologico professionale. Una tacca nella carriera. Da qualche anno invece i tempi sono cambiati. La pubblicità è diventata una prima scelta nell’agenda degli impegni di un attore. C’è addirittura chi – se c’è una sequenza di spot da girare – non accetta ruoli in film, o non si avventura in una stagione teatrale. Quello che invece non è cambiato sono le cifre a sei zeri che si guadagnano. Numeri da capogiro se si pensa che nei primi sette mesi del 2006 solo nel settore della telefonia si sono investiti in pubblicità quasi 47 milioni di euro, con un incremento del 400 per cento rispetto all’anno precedente. Non a caso sono proprio le aziende che gestiscono la telefonia mobile e fissa ad accaparrarsi gli attori dai nomi più altosonanti. Gli ultimi casi riguardano Telecom e Tim con Sergio Rubini (all’esordio) e Sophia Loren (al grande ritorno nel mondo degli spot dopo l’apparizione col cane Ettore). I due si accodano a una lunga lista che schiera in prima fila calibri del tipo di Christian De Sica (Tim), Claudio Amendola (Tre), Francesco Totti e Rino Gattuso (Vodafone), Fiorello e Mike Bongiorno (Infostrada), Aldo, Giovanni e Giacomo (Wind). La nuova tendenza – che vede l’agenzia Mortaroli & Friends in pole position – è quella di non scegliere un testimonial che interpreta se stesso, ma un attore che si esibisce nei panni di un personaggio. Dando vita a un appassionante fil rouge che ne racconta le piccole gesta quotidiane sempre col sorriso sulle labbra, come il neorealismo e la commedia italiana ci hanno abituato a convivere perfino con le tragedie del nostro Paese. E quindi De Sica continua a indossare i panni del vigile Persichetti. Bonolis se ne sta in paradiso alle prese con il bizzarro Pietro. Fiorello e Mike da mendicanti sono diventati camerieri. Totti e Gattuso fanno i detective. Dunque, sono finiti i tempi di Terry Savalas che invitava a consumare un prodotto solo perché era lui a consigliarlo. Il “fate come me” non è più di moda. Le uniche eccezioni a riguardo sono dive, attrici e modelle che reclamizzano creme di bellezza e anti-cellulite. Per far colpo sui consumatori e far ricordare un prodotto cosa c’è di meglio di un attore popolare che faccia l’attore. Che interpreta un personaggio. «L’importante – sottolinea Mortaroli – è avere sempre come primo riferimento il consumatore che dovrà acquistare il prodotto da pubblicizzare. Ad esempio negli spot di Yomo abbiamo dovuto creare un mondo tutto per bambini, attinente al progetto, con Aldo, Giovanni e Giacomo in dimensioni ridotte». Gli attori che vengono scelti in questi spot sono principalmente degli istrioni, capaci di esibirsi in diversi ruoli. Al contrario di quanto accade nel cinema che spesso tende ad affidare in più film sempre le stesse parti ai medesimi attori. Non a caso troviamo la bravissima Margherita Buy prigioniera di situazioni che si ripetono. Nessuno meglio di lei rappresenta la donna complessa e complicata, lasciata dal marito e tendente alla depressione. Tuttavia anche l’attore degli spot può finire prigioniero del personaggio interpretato. È il caso di Franco Cerri che viene ricordato più per “l’uomo in ammollo” che per le sue performance musicali. Inutile girarci intorno: la pubblicità, oltre ai soldi, ti dà una popolarità notevole. All’attore, al personaggio dello spot e al prodotto. Oggi come allora, ai tempi del mitico Carosello. Quanta nostalgia. Mortaroli non ha dubbi: «È stato il maggiore esempio di creatività. Molti pubblicitari lo ricordano come una iattura. Una devianza dalla retta via della pubblicità, quella anglosassone per intenderci. Ma per me e per altri Carosello ha rappresentato un vero campo scuola. Aziende, attori e sceneggiatori di Cinecittà realizzavano dei corti di indubbio valore. Che sono rimasti nella memoria di generazioni». Un’icona del BelPaese. Dell’arte di arrangiarsi, della creatività e dei nostri panorami. Quest’ultimi letteralmente scomparsi dalle scenografie di molti spot, girati con sempre più frequenza all’estero. Negli Stati Uniti invece si assiste a un fenomeno inverso. Le star di Hollywood preferiscono esibirsi lontano da casa. Il Giappone e l’Europa (l’Italia è in prima fila) sono i nuovi paradisi. George Clooney si è cimentato tra una Toyota del Sol Levante e un italiano «No Martini, no party». Non hanno resistito al richiamo degli yen anche David Bowie, Penelope Cruz, Richard Gere (anche lui «attratto» dal caffè), Quentin Tarantino. Tra le prime a scegliere il filone giapponese troviamo Madonna, che già nel 1995 reclamizzava una bevanda alcolica in abiti e pettinatura orientali. Ma torniamo alla pubblicità di casa nostra. È ipotizzabile un ritorno al passato? A una concentrazione di spazi come fu per Carosello? La nuova legge sulle telecomunicazioni qualcosa cambierà ma pensare di rimettere gli abiti da bambino a un giocatore di basket ci sembra veramente improponibile. È come giocare a pallone sulla Luna. Da Carosello ai giorni nostri la pubblicità ha fatto passi da gigante. E molto lo deve anche alle televisioni commerciali. Mediaset su tutte. Per il futuro semmai, visto il successo del filone cinematografico, non è da escludere che gli attuali «corti» possano allungare la durata. Basti pensare al film «Cast Away» che sembra fatto apposta per pubblicizzare qualche prodotto. Il protagonista (interpretato da Tom Hanks), è un ingegnere della Federal Express che dopo tante peripezie riesce a portare a destinazione la sua missione. O meglio, la sua merce. Chissà che non sia l’inizio di una nuova era. Il Tempo, mercoledì 29 novembre 2006

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