e dopo Carosello l'Italia a nanna
marco | 30 gennaio 2007DALLA STAMPA
di GIORGIO BOATTI
Il 3 febbraio 1957 cade di domenica: alle 20.50 di quel giorno gli italiani sono attesi da un appuntamento che cambierà loro la vita anche se, naturalmente, sono ben lontani dall’immaginarlo. Carosello – la trasmissione che per quasi vent’anni, fino al 1° gennaio ‘77, accompagnerà le loro serate, scandirà gli orari dei bambini («Dopo Carosello si va a nanna», dicono le mamme), imporrà modi di dire e comportamenti dall’impressionante impatto di massa – fa capolino dopo le paludate notizie del Telegiornale. Irrompe dallo schermo in bianco e nero, con uno stile allegro e scompigliato che sorprende i telespettatori, non ancora arrivati, alla fine del ‘56, a quota 400 mila. Ma la sigla della nuova trasmissione – tamburi e trombe accompagnano l’aprirsi dei sipari e dei tendaggi di un teatrino animato dove, alla fine, compare la scritta Carosello – si rivolge già a una significativa frazione di italiani. Anche coloro che non possiedono l’apparecchio televisivo non perdono le trasmissioni più popolari: le vedono nei bar, nei circoli ricreativi cattolici, nelle cooperative dei partiti di sinistra. Anche nei cinema, durante le puntate più travolgenti del quiz di Mike Bongiorno Lascia o raddoppia?, accendono la tivù. Proprio nel ‘57 si è completata la copertura del segnale televisivo su tutta la penisola. Acquistare una tivù significa spendere una cifra equivalente a tre mensilità di un buon stipendio ma, complice forse il travolgente successo di Carosello, già alla fine del ‘57 gli abbonati sono raddoppiati rispetto all’anno prima. E le industrie dell’Italia del boom scoprono la pubblicità televisiva e bussano alla porta della Sacis, una società della Rai con sede a Roma, per prenotare un’inserzione (non si chiamava ancora spot) in Carosello. Il programma va in onda tutti i giorni – fanno eccezione il Venerdì santo e il Giorno dei morti; l’interruzione più lunga, tre giorni, si registra dopo la strage di Piazza Fontana del dicembre ‘69 – e trasmette quattro-cinque filmati pubblicitari firmati da nomi che si imporranno come grandi professionisti della comunicazione. Tra i molti: Luciano Emmer e Roberto Gavioli, Vieri Bigazzi e Vito Molinari, Gianni Baroncelli e Vittorio Carpignano. Giganteggiano, nei primi anni, personaggi come Armando Testa, forte innovatore e creatore di personaggi fantastici, e Marcello Marchesi, geniale nel forgiare dialoghi surreali ed efficacissimi. I filmati, realizzati in 35 mm e in bianco e nero, arrivano spesso da Milano, dove studi e agenzie – ad esempio, la mitica Gamma Film dei fratelli Gavioli – si sono lanciati nel settore. I censori della Sacis esaminano il tutto con severità prima di consentire la messa in onda: un borotalco che fa intravedere il culetto di un neonato viene bocciato; è vietato usare termini «ambigui» e così anche per l’olio più pregiato la definizione «vergine» viene cassata. Il regolamento che la Sacis impone ai pubblicitari è perentorio: nel filmato la parte pubblicitaria dovrà avere una durata massima di 30 secondi su un totale di 2 minuti e 15. Il nome del prodotto reclamizzato non potrà essere scritto, o pronunciato, più di 6 volte. Queste regole, di fatto, impongono ai realizzatori di creare una narrazione per immagini brevissima, a cui si fa seguire il «codino», ovvero il messaggio pubblicitario vero e proprio. Tipica la serie in cui il bravissimo attore Cesare Polacco si trova, nei panni dell’ispettore Rock, ad affrontare e risolvere casi polizieschi dal ritmo fulminante. A conclusione dell’inchiesta, sempre coronata dal successo, ammette: «Anch’io ho commesso un errore, non ho mai usato Brillantina Linetti». Sin dal suo avviarsi, Carosello – attraverso una tivù che comincia a unificare la lingua parlata degli italiani – impone espressioni, neologismi e modi di dire che si sovrappongono e si intrecciano fino a connotare fortemente la comunicazione verbale. «Posso dire una parola?» viene dalla pubblicità dell’Algida («C’è un’Algida laggiù che mi fa gola»). «Sembra facile» è imposto dall’omino coi baffi della Bialetti mentre il capitan Trinchetto, inventato dai Gavioli per la Recoaro, introduce l’espressione «Cala, cala Trinchetto» che da quel Carosello in poi saluterà, in ogni bar d’Italia, ogni esagerazione. Una ragazza dalle belle gambe, dopo il Carosello delle gemelle Kessler per le calze Omsa del ‘62, verrà immancabilmente salutata per strada dal commento corale «Omsa… che gambe!». «Basta la parola» è espressione suggerita da un eclettico Tino Scotti che garantisce, a proposito del lassativo Confetto Falqui, risultati asseverati. In un’Italia che in quegli anni comincia a conoscere lo stress metropolitano, Ernesto Calindri risponde bevendo, in mezzo al traffico, un Cynar «contro il logorio della vita moderna». Il diffusissimo «Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e nero» giunge da Calimero, il pulcino creato dai fratelli Pagot per pubblicizzare un detersivo della Mira Lanza («Ava, come lava» pure entrato nel linguaggio comune) mentre l’espressione «Con quella bocca può dire ciò che vuole» saluta le gaffe di una splendida Virna Lisi che fa réclame al dentifricio Chlorodont. Il Carosello degli esordi rispecchia l’Italia del boom nella quale si mangia a finalmente a sufficienza, tanto da aver bisogno di amari e digestivi in quantità, si usano saponi e detersivi, si comincia la corsa alla motorizzazione. Un Paese dove le donne scoprono, grazie agli elettrodomestici, da quante schiavitù possono liberarsi. La Sacis nel ‘57 chiede, per la messa in onda di ogni filmato, un milione e mezzo di lire. All’inizio, poco ottimisticamente, teme addirittura che il programma non riesca a sfondare. Non sarà così: negli anni Settanta raggiungerà, in certe serate, un pubblico di poco inferiore ai 20 milioni. Eppure, alla vigilia dell’introduzione del colore, Carosello scompare. È l’inizio di una nuova storia, e non solo nella pubblicità o nella comunicazione televisiva.
La Stampa, 30 gennaio 2007





