Allons Enfants, la Francia al bivio tra sogni e violenze
marco | 3 aprile 2007DAL TEMPO
di STEFANO MANNUCCI
Dieci giorni fa la Francia ha compiuto un decisivo passo in avanti: è il primo Paese al mondo ad aver pubblicato su Internet centinaia di dossier sugli avvistamenti di dischi volanti. Di certo, molti fra gli elettori avranno temuto di scorgere, tra gli Ufo e gli omini verdi, anche le sagome di Nicolas Sarkozy, Segolene Royal e Francois Bayrou. Per settimane i tre candidati forti all’Eliseo si erano infatti estenuati, tra comizi e apparizioni tv, in fumose argomentazioni su temi a dir poco marginali, con i commentatori a picchiar giù duro: «Ma questi perché ci parlano dei loro progetti per gli apicoltori o della raccolta dei funghi?». Marziani, appunto, in una terra dove – sondaggi alla mano – il primo assillo resta l’occupazione e dove, tra i lavoratori delle fabbriche, si registra il tasso agghiacciante di un suicidio al giorno per «depressione». La «douce France», patria di una nuova generazione che, già a 14 anni, celebra la prima sbornia. Per far scendere dalle loro quote siderali il terzetto di alieni c’è voluto un tumulto nel ventre di Parigi. Un immigrato congolese (ma non clandestino, e neppure gravato di 22 procedimenti penali, come lo aveva incautamente etichettato il ministero dell’Interno) non aveva pagato il biglietto alla Gare du Nord, una stazione di snodo tra la metropolitana e i convogli della Rer, che collegano il centro all’immensa periferia della capitale. La violenza dello scontro fra i sodali del giovane africano e i poliziotti ha terremotato la campagna per la presidenza della Repubblica: da mercoledì scorso i contendenti se le suonano dialetticamente di santa ragione. Perché, come ormai pare chiaro a tutti, sarà la questione dell’immigrazione a decidere il voto, in uno scenario in cui il partito predominante è stato finora quello degli «sfiduciati», il 61 per cento dei cittadini che non crede né ai programmi di destra né a quelli della sinistra, ma che vede franare il terreno sotto ai piedi del centrista Bayrou, il campione della nazione profonda, quella un po’ «grossier», che ragiona con la pancia, tiene i soldi sotto al materasso e detesta i «bobos» (i «borghesi bohemien»), insomma i radical-chic parigini. Mai da quarant’anni i francesi erano rimasti così indecisi alla (quasi) vigilia del primo turno, che stavolta cadrà il 22 aprile, con un ballottaggio il 6 maggio. Un terzo di loro non ha ancora deciso, ma quasi il 30 per cento si dichiara apertamente «razzista», e la metà della popolazione reputa eccessiva la quota di «pied noir» presenti nel Paese della Marianna: tanto che, registra un rapporto dell’Ufficio Internazionale del Lavoro, i curricula degli aspiranti occupati con nomi esotici vengono sistematicamente discriminati. Il rigetto della Francia verso “l’estraneità” sembra diventare parossistico, e a 360 gradi. Il leader dell’ultradestra Philippe de Villiers teme “l’islamizzazione” tra le Alpi e la Bretagna, mentre è notizia fresca la devastazione del cimitero ebraico di Lilla. Non bastasse, la futura classe dirigente transalpina conferma la sua insofferenza verso l’Europa, guadagnandosi i rimbrotti del presidente della Bce Trichet e del Commissario Ue agli Affari Economici Almunia. Alla faccia del rinnovamento anagrafico, chiunque siederà al posto di Chirac sarà un cinquantenne alle prese con i problemi di sempre – l’ossessione per l’identità nazionale in un un brodo di coltura dove gli aperturismi non debellano il maledetto virus dello sciovinismo. Una democrazia bloccata dall’interno, quella di Parigi, «che non sarà mai un posto come gli altri, nel vecchio Continente», notava ieri lo stesso premier de Villepin. La grana del metrò ha riacceso il fuoco sotto la cenere della contesa politica, e, per dirla con la Royal, «è la miccia destinata a innescare nuove violenze», in quelle banlieues che non più tardi di un anno fa erano il teatro della rivolta dei ragazzi immigrati, quelli che Sarkozy, titolare dell’Interno, aveva definito «feccia». Ma oggi sembra essere proprio il candidato neogollista a trarre vantaggio dagli incidenti della Gare du Nord: la maggioranza dei francesi si diceva già d’accordo con la sua proposta di costituire un Ministero dell’Immigrazione. Nella sua lettera-libro “Ensemble” «Sarko» si impanca a difensore della «Francia esasperata dagli ingressi fuori controllo dei clandestini, dalle truffe e dallo spreco», rimproverando alla sinistra il «lassismo» ereditato «dal ’68», e il «fallimento morale» di fronte alla questione della sicurezza. La Royal ha replicato accusando il rivale di voler «strumentalizzare gli scontri», e denunciando il «pessimo bilancio» del programma a «tolleranza zero» di Sarkozy ministro uscente: sostiene che «non importa da dove viene un cittadino, ma dove vogliamo andare insieme». Tra i due – dalla fluviale abbondanza di sondaggi emergerebbe una vittoria di Nicolas su Segolene, allo scontro diretto, per 52 a 48 – Bayrou fa ormai la figura del vaso di coccio, anche se fino a pochi giorni fa si ipotizzava una sua affermazione, in caso di ballottaggio, grazie alla pesca di voti da destra e sinistra. Ma il leader dell’Unione Democratica Francese (il beniamino di Rutelli e Prodi) scende di ora in ora nelle intenzioni di voto, mentre risale, neppure troppo a sorpresa, il frontista Le Pen. Che dice: «Non sarò il quarto uomo in gara, e forse neppure il terzo». Sogna un remake delle elezioni 2002, quando andò al confronto finale con Chirac, eliminando in corsa il favorito Jospin. Sfortunatamente per lui, dopo la scrematura dei dodici candidati (sette della «gauche», tra cui alcuni trotskisti e i rappresentanti dei cacciatori) nel ring resteranno «Sarko» e «Sego». Da domani, con i diminuitivi tanto amati dalla gente, i due saranno protagonisti di un film satirico («Sont dans le bateau», «Sono nella stessa barca») di Karl Zero, che aveva già impallinato a sale il presidente uscente, atteso a sua volta da un processo per corruzione risalente ai tempi in cui era sindaco di Parigi. Nicolas e Segolene sono anche gli unici effigiati in due pupazzi in peluche: hanno le loro facce ma i corpi da bambini, sono alti 30 cm e costano quasi venti euro. Il responsabile della ditta Blanchet, che li fabbrica, spera con gli incassi di poter salvare i posti di lavoro dei 15 dipendenti. Sarebbe un primo, involontario successo per gli aspiranti capi di Stato. Entrambi concentrati a delineare una «Sesta Repubblica» con una limitazione al mandato e ai poteri presidenziali, ma irrimediabilmente divisi sulla concezione di governo. Lui punta a ribadire l’intransigenza mostrata da ministro: ma a un comizio nella Guadalupa si è autocensurato dal discorso la frase «continuerò il lavoro», e nelle banlieues non si è ancora avventurato. Lei predica «l’ordine giusto», ha tirato fuori dal cappello la trovata del primo «contratto di opportunità per i giovani» e sembra aver messo (temporaneamente?) la sordina alla Marsigliese. Buttando alle ortiche «L’Internazionale», la Royal aveva rivendicato il valore universale, libertario e non reazionario, dell’Inno nazionale, gettando nel proprio campo la questione dell’identità. «Sego» cerca disperatamente consensi («Ma sarà dura vincere», titola il progressista “Nouvel Observateur”) anche tra gli ecologisti, e prova anche la carta sentimentale. Nel libro-intervista “Maintenant” (“Adesso”) offre il mezzo-gossip del mancato matrimonio in Polinesia con il compagno e leader socialista Francois Hollande: «Lui temeva il ridicolo, io non ho insistito ma in fondo non abbiamo bisogno di queste cose per amarci». Lo hanno riconfermato, insieme, a Limoges, con il primo comizio «al bacio». Ma la strada per l’Eliseo è per tutti coperta di brume. La Francia, a venti giorni dalle urne, resta un Paese ripiegato sul proprio narcisismo. La sua lingua è parlata, nel mondo, da duecento milioni di persone, mentre in Patria si inventano i «corsi di parole» per i bambini e gli adolescenti in crisi ortografica. La libertà e l’uguaglianza giacciono sotto il fantasma della Bastiglia. Nella piazza dell’Hotel de la Vi
lle è stata collocata una cella di nove metri quadrati, dove intellettuali e politici si rinchiudono a turno per qualche ora, protestando contro il sovraffollamento delle carceri francesi. Poco oltre, i gendarmi di Quai Des Orfevres 36 aspettano da tempo il trasloco in una sede più vivibile. Nel Paese che sogna il futuro, neppure Maigret trova un angolo per fumarsi la vita in santa pace.
Il Tempo, 3 aprile 2007





