Un «modello inglese» per esportare i loro teppisti
6 04 2007DAL TEMPO
di STEFANO MANNUCCI
NELLA curva Kop del Liverpool c’è un orologio che segna sempre le 3 e 6 minuti. È l’ora in cui, il 15 aprile 1989, l’arbitro sospese la semifinale di Coppa d’Inghilterra fra i “reds” e il Nottingham Forest. Si giocava in campo neutro, nel vetusto stadio Hillsborough di Sheffield: d’improvviso entrarono migliaia di tifosi senza biglietto, che si stiparono nei posti in piedi delle “terraces”, e finirono intrappolati nella calca. Morirono in 96, i feriti furono centinaia. Non si trattò di scontri fra hooligans: fu colpa di un servizio d’ordine preso alla sprovvista dal fiume di tifosi entusiasti. Una disgrazia provocata da inadeguatezze architettoniche, e dalla sprovveduta gestione dell’evento. Eppure fu quella – e non le puntuali, criminali aggressioni dei loro ultras ai danni di qualunque avversario, in ogni parte del mondo – la tragedia che spinse gli inglesi a ripensare il sistema calcio in patria. Non erano bastati i 39 morti italiani all’Heysel, già nel 1985: semmai, due settimane prima della strage di Bruxelles avevano fatto scalpore, tra l’opinione pubblica britannica, i 55 carbonizzati nell’impianto di Bradford, dalle tribune tutte in legno. Sciagure casuali, in grado di commuovere un popolo, perché non lo costringe a vergognarsi dei suoi teppisti. È il problema antropologico dei britannici: si vantano di aver debellato la violenza dal pianeta football, mentre l’hanno più banalmente esportata. Fuori dai recinti dei loro futuristici stadi, e sempre oltre i confini del Regno Unito. Alzando il prezzo dell’offerta (e dei biglietti) per investire su una più efficace azione repressiva, il modello thatcheriano non ha modificato il Dna a vocazione etilica dei più inquieti supporters locali: piuttosto, ha delegato ad altri Paesi la gestione di gruppi incontrollabili, sempre decisi a seguire la miccia accesa della provocazione. Si obietterà: il problema esiste a tutte le latitudini. Non più tardi di una settimana fa, la morte di un ragazzo dopo gli scontri fra bande rivali (per una partita di pallavolo femminile) ha spinto il governo greco a chiudere 270 club di tifosi; l’Italia ha già pagato un dazio insostenibile a Catania. Ma è sempre con gli inglesi che la questione diventa transnazionale. Nessuno, tranne loro, va a creare sommosse altrove: quest’anno con il Manchester era già successo a Lens, durante il match con il Lille. Ieri altre grane a Siviglia con il Tottenham. Né avevano potuto giovare gli allarmismi mediatici preventivi del sito dei “Red Devils”, che avevano contribuito solo ad oltraggiare la città di Roma, lasciando in mano anche a pochi esagitati italiani, fuori dall’Olimpico, la reputazione di una tifoseria giallorossa appassionata e mai come stavolta civile. Dentro lo stadio, è parso che gli ospiti mal tollerassero il dileggio della curva Nord dopo l’espulsione di Scholes e il gol di Taddei: e si è rischiato il peggio, tra bottigliette rilanciate (il vero scandalo è la possibilità di venderle lì, purché stappate) con gli steward della Roma schiacciati contro le transenne laterali, i sostenitori del Manchester a ruzzolare verso la parte bassa delle recinzioni, e i poliziotti lasciati a gestire cariche troppo insidiose. Dove certo non avrà contato il ricordo dei fatti del Cibali, ma dove la tensione poteva giocare brutti scherzi anche a chi ha i nervi saldi per contratto. Poteva finire lì, o quasi: con il massimo rispetto di chi è rimasto ferito. Ma la memoria corta degli osservatori d’Oltremanica si è trasformata in malafede, innalzando una pur corposa scaramuccia al livello di un incidente diplomatico. Strumentalizzando la rabbiosa eccitazione dei loro tifosi come se si fosse trattato di una «trappola», o di una «battaglia». Quella che invece si rischia di vivere all’Old Trafford, martedì prossimo, per la partita di ritorno. Stupisce leggere sul “Times” di “Roma città ostile”, e appare grottesca la richiesta di un intervento di Blair. Ma non pare adeguata neppure la risposta dialettica del nostro Esecutivo, che – ai massimi livelli – ha creduto opportuno tacere. Per quello che si è trasformato non solo in un danno d’immagine internazionale, ma anche in una beffa storica. s.mannucci@iltempo.it Il Tempo, venerdì 6 aprile 2007




















Inglesi ecologisti disinformati … da anni son noti i pericoli de “l’effetto Serra” …
Se l’UEFA visionera’ i filmati … ci daranno finalmente il rigore per il fallo su Mancini …
Inglesi appassionati di fumetti giapponesi … amano i manga…..
Purtroppo i “tifosi” italiani sanno che un’offesa, sia verbale che fisica, ad un tutore dell’ordine determina in sede giudiziaria provvedimenti molto blandi, e ciò ovviamnte ope legis! e il peggio è che anche i teppisti inglesi sono consapevoli della scarsa efficacia della legge italiana.
Può anche accadere che il tutore dell’ordine sia a volte indotto istintivamente a farsi da solo la giustizia che invece si aspetterebbe venisse applicata dallo Stato nei confronti del delinquente.
Il peggio è che ormai anche i teppisti inglesi sono consapevili di questo stato di fatto.
Se venisse applicata una legge giusta ma severa nei confronti di chi attacca i poliziotti che,dopo tutto, in uno Stato cosiddetto “democratico” rappresentano la legge voluta dai cittadini, forse negli stadi avremmo comportamenti più civili.
Grazie a Stefano per l’ articolo e a Marco per averlo inserito nel suo Blog…
“..Per esportare i loro teppisti” penso possa dare un’ idea precisa della situazione. La stampa e i mass-media britannici, memori degli anni di esclusione dalle coppe europee dello loro squadre di calcio, ora giocano d’ anticipo, avvertendo prima i propri “angelici” supporters dei pericoli di certe trasferte, e a posteriori invocando interpellanze a vari livelli circa le brutalità da essi subite.
Come dire: il problema l’abbiamo risolto (?!) a casa nostra, sappiamo di essere recidivi a casa altrui…bene, creiamo alibi e giustificazioni, senza mai più ammettere nemmemo i fatti più evidenti.
Ecco che allora sono teppisti (che peraltro ci sono e vanno trattati con la stessa moneta) e polizie di mezza Europa a provocare e brutalizzare i pacifici sudditi di sua maestà al seguito delle proprie squadre di calcio.
Ho la sensazione che, oltremanica, si cercherà sempre di più, di non ammettere alcuna responsabilità, anzi, di addossarla sempre e comunque agli altri.