Vanessa e Marta unite da un cognome e da una morte assurda
marco | 30 aprile 2007di MAURIZIO GALLO
QUALCHE cronista non più «in erba» ci avrà pensato. Almeno per un attimo sarà tornato con la mente a quel nove maggio di dieci anni fa. A quella ragazza che portava lo stesso cognome, che aveva più o meno la stessa età, che era circondata dalla stessa «aurea» di innocenza. E che ha subito una sorte altrettanto tragica, una fine altrettanto assurda. Si chiamavano tutte e due Russo, Marta la giovane uccisa alla Sapienza nella primavera del 1997 con un colpo di pistola in testa; e Vanessa, la vittima di un alterco con due rumene sul metrò finito con un colpo letale di ombrello nell’occhio.
</DC>È ovvio, sono solo coincidenze, assonanze della memoria, forse amplificate da una forma di deformazione professionale di chi si è occupato a lungo di cronaca nera e si muove nel presente avendo come riferimento la costellazione di fatti e fattacci che ha «seguito» per lavoro nel passato. Ma sorprendono oltre ad addolorare, provocano shock oltre che preoccupazione, fanno riflettere oltre a causare una rabbia sorda. Marta venne assassinata una calda mattina di maggio mentre passeggiava con un’amica nella cittadella universitaria della Capitale. Vanessa, lo sappiamo, è stata ferita mortalmente giovedì pomeriggio mentre scendeva alla stazione Termini da un vagone della metropolitana. Nessuna delle due aveva messo a rischio la sua vita in alcun modo, nessuna delle due aveva fatto qualcosa per causare una reazione omicida. Ed è questo che non possiamo e non vogliamo accettare. Perché la loro morte è assurda e, a maggior ragione, traumatizzante, ingiusta. E, appunto, inaccettabile.





