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Renato Zero: «Anche i bambini perdono la speranza in questa società sempre più morbosa»

marco | 8 maggio 2007

DAL TEMPO

di Stefano Mannucci

ALL’IMPROVVISO, l’istrione si sente piccolo piccolo: «Non so scrivere del futuro: sono a corto di inchiostro. E vorrei tanto che qualcuno me lo fornisse: non un mago, ma uno spirito illuminato. Perché la speranza nell’avvenire non la vedo più neppure nei bambini. E io, che canto da sempre la vita, vorrei continuare a farlo senza avvertire la fine dei sogni». Non ha paura per se stesso, Renato Zero: «quella semmai può servire per guardarti dentro, senza vigliaccheria, sperando ti porti sulla strada della saggezza. E poi sono credente: è il malessere di questa società che mi affligge. Impera l’ego, nel trionfo delle carte di credito e della ricchezza vuota: e l’anima diventa un deserto». Lui rivendica il primato di aver affrontato in tempi non sospetti i temi dell’aborto, della vecchiaia, dell’emarginazione: «Come se fossero degli esorcismi privati, ma in pubblico. Anticipavo i tempi, perché sapevo che le cose sarebbero peggiorate. La pedofilia esisteva anche quando io ero giovane, ma allora al massimo si parlava di Girolimoni, e nessuno certo ci scriveva su delle canzoni. Oggi invece se ne parla troppo, e forse, in certi casi, bisogna evitare la caccia alle streghe. Siamo passati dall’indifferenza alla morbosità». E gli amori azzardati? «Potrei riscrivere una cosa come “Il triangolo”, ma ora non sarebbe più così divertente. Questa società confonde il gioco con il sentimento, l’esperienza con la depravazione. Come potrei indossare la mia maschera di un tempo? Totò ci insegnava che dietro una risata c’è la disperazione, ci ha fatto ridere e piangere, filtrato i momenti peggiori dell’esistenza con una trovata geniale». La spettacolarizzazione del dolore lo disturba: «Ascolti certi dibattiti in tv che trattano tragedie personali come se fossero avanspettacolo, senza rispetto per chi le vive sulla propria pelle. Di eutanasia ha parlato più seriamente la mia amica Mariella Nava, dedicando a Welby un brano molto toccante. Ecco, di drammi simili si dovrebbe discutere seriamente, magari istituendo organismi ad hoc, tra la gente, fuori da questo Parlamento, che legifera con snervante lentezza». E ce n’è anche per chi usa i palchi per sortite avventurose, come è accaduto il Primo maggio al “povero” Andrea Rivera. «Ognuno dovrebbe parlare di ciò che sa. Chi non ha titoli o competenze si astenga, e chi crede di rappresentare le istanze altrui agisca dietro preciso mandato. I sindacati, se vogliono avere ancora un senso, vadano nei cantieri a verificare che gli operai non cadano giù dalle impalcature». Ma guai a tentare di strumentalizzare Renato. Se gli nomini il “Family Day” lui sgrana gli occhi e chiede spiegazioni. «Invitano tutti? Anche i single? No? Ma se ci contiamo, noi scapoli siamo la famiglia più numerosa d’Italia». Ce n’è un’altra, di appartenenza, che Zero rivendica senza mezze misure. Quella del Piper. Non gli va giù che i Vanzina abbiano costruito una fiction (andrà in onda dopodomani su Canale 5) attorno al mito del locale romano. «Quel film avrebbe dovuto girarlo, a suo tempo, un Andy Warhol di Centocelle: Sergio Citti, Mario Schifano. Ripescando documenti originali dell’epoca. Raccontando che quello non è stato solo un momento particolare del costume italiano, ma la mia vera famiglia. E non la devono toccare. Tanti anni fa ho dedicato un disco, “Via Tagliamento”, a quell’epopea. Ho perso tanti amici che in quei giorni si facevano di Lds e poi si buttavano giù dai ponti, come mosche, perché si illudevano di volare. Ma al Piper si vivevano anche episodi formidabili: come quando le vecchiette dei Parioli venivano davanti all’ingresso a tirarci delle buste d’acqua, perché ci consideravano dei depravati. Io ero quindicenne e non mi facevano entrare, ma c’era sempre una speranza: bastava chiedere di Fausto Paddeu, l’imprenditore musicale, che per tre piotte ti faceva passare per un pertugio sotto le scale, e via in pista». Molto, dello spirito del Piper, «ma anche del Titan, e di quando eravamo rockettari e ballerini al Brancaccio, per le coreografie del concerto di Jimi Hendrix», sarà omaggiato dal cantautore romano nella tournée che parte sabato 26 maggio dallo Stadio Euganeo di Padova e prosegue all’Olimpico il 2 (già tutto esaurito) e il 3 giugno, per poi approdare a Milano, Firenze, Bari, Palermo. Sarà proprio Renato ad aprire la stagione dei concerti negli stadi, dove poi si esibiranno in tanti, da Vasco a Laura Pausini, da Biagio Antonacci ai Rolling Stones, e via cantando. «E a casa chi ce rimane?», scherza lui. Ma si capisce che la sfida lo intriga, ancora una volta. «Mi preparerò giocando a scopone… È un mese che ho smesso di fumare. Anzi, perché non aprono degli ambulatori per fare l’amore a buon mercato, in modo sicuro e controllato? No, non le case chiuse. Ma trovino un modo per farci passare da un vizio malsano a uno più divertente: mica vorremo morire martiri? E allora giù con i peccatucci. Sapeste quanti figli sono stati concepiti, nei concerti degli anni Settanta…». Quello che va a provare si chiama “mpZero Tour 2007″. Un nome che è una stilettata alle nuove tecnologie per ascoltare le canzoni: «Come siamo ridotti! Rimpiango quel suono sporco e caldo dei dischi in vinile, quando un fruscio ti faceva sentire come se fossi dentro quei solchi. Poi è venuto il cd, e ora gli Ipod, che rende noi artisti delle piccole coscienze elettroniche, ci trasforma in playlist. E quando finisci nell’auricolare non ha senso parlare di qualità. Noi ci adeguiamo: ma trovo offensivo essere “scaricato” a 56 anni! Ma perché le multinazionali si sono inventate queste diavolerie, invece di migliorare le cose utili per la casa, come le lavatrici o i frigoriferi?». Anatemi a parte, lo show sarà un torrente di ritmo, «perché d’estate la musica deve far ballare», con una scaletta di 27 brani («quella originale me l’hanno rubata tre mesi fa e poi diffusa su internet, così ne ho preparata un’altra») ancora parzialmente segreta, ma di certo non incentrata sui classici del suo repertorio. «Non ci sarà “I migliori anni della nostra vita” o “Il barattolo”, ma pezzi come “Io uguale io” o “Accade”, cose legate al mio percorso artistico e umano lungo trent’anni, tra amici perduti e sentimenti conservati, per confermare che, dopo tutto questo tempo, una canzone resta viva quando la suoni davanti alla gente». Sul palco con lui ospiti a sorpresa («Se svelo i nomi che gusto c’è?»), in un allestimento all’avanguardia. Indosserà tanti costumi («più di quattro e meno di sessanta») e sognerà di avere al suo fianco Aretha Franklin o Elton John, rimpiangendo la grandezza di Nina Simone («Una che è praticamente morta sul pianoforte, senza mai risparmiarsi»). Per le star di casa nostra, anche con quelle con cui condivide il progetto di Fonopoli, Renato non nutre soggezione: «Ormai con Baglioni e Pino Daniele parliamo di artrosi e piorrea più che di musica». Senza dimenticare Zucchero, che in un’intervista ha sancito le supremazie nazionali sul blues (lui stesso), rock (Vasco) e pop (Ramazzotti). «Ha detto questo?», ghigna Zero. «Allora quest’estate me ne vado in colonia, a giocare con il secchiello e la paletta».

Il Tempo, martedì 8 maggio 2007

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Interviste, musica
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