In tanti gridano al lupo! al lupo! ma nessuno si dimette
marco | 20 dicembre 2007
Se questo provvedimento non passa me ne vado pure io. L’aveva detto. E in molti l’avevano sentito dire. Il ministro Amato si era così espresso sul decreto sicurezza che però è naufragato per una svista (forse voluta) della sinistra radicale. Addio espulsioni di clandestini ma niente dimissioni del ministro. Una sconfitta che non compromette il «campionato» della legislatura. Forse è giusto così e Amato ha scelto con raziocinio e responsabilità di fare marcia indietro e di restare al Viminale. Però allora perché lanciare quelle minacce, un po’ guascone, che alla fine si sa, già dal momento in cui vengono dette, che lasciano il tempo che trovano. Amato non è l’unico ministro che in questo governo Prodi abbia minacciato di dimettersi. Ce ne sono diversi. Su tutti Mastella, leader incontrastato nella classifica degli ultimatum. Il guardasigilli si è scontrato spesso con i suoi colleghi di governo, soprattutto con Di Pietro e i ministri della sinistra radicale. Il caso più eclatante fu quello datato 23 ottobre 2007. Giornata convulsa, iniziata proprio con la minaccia di dimissioni di Mastella per le polemiche con Di Pietro, ma nell’infuocato consiglio dei ministri il premier assicurò la fiducia al ministro, garantendo l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Ma tra i due il duello proseguì all’uscita e su gran parte delle tv di stato e commerciali. Alla fine di quel consiglio dei ministri Di Pietro disse a Mastella: «Vorrei trovare un punto di incontro», ma Mastella rispose con una frase che resterà scritta negli anali: «Con te ho chiuso. Per oggi e per il futuro». Chiaro, no?
Chissà se un giorno li rivedremo assieme in un ipotetico grande centro. In tema di dimissioni Mastella è recidivo. Oltre che sulla giustizia le ha minacciate più volte anche quando il governo ha affrontato il problema dei Pacs, poi Dico, oggi Cus, in pratica delle unione civili. Appoggiato dall’area cattolica e dalla Chiesa, Mastella è riuscito almeno per il momento ad avere la meglio sulla sinistra radicale che spinge sulla legge che regolarizza le unioni che non passano per il matrimonio. Sulla questione anche la Pollastrini e la Bindi minacciarono tempeste, al punto che Prodi fu costretto a far da pacere nella sua casa di Bologna.
Di Pietro si dichiarò pronto ad andarsene se fosse decisa la riduzione dei ministeri invocata da Grillo. Bianchi, Mussi e Pecoraro Scanio si agitarono molto prima della finanziaria e riuscirono a strappare dei correttivi. Parisi era pronto a lasciare dopo i tagli alla Difesa. La Bonino fece un bel po’ di baccano, minacciando di salutare tutti, quando la moratoria sulla pena di morte, che ora tutti si contendono, era finita in un angolo.
Oltre che sulla giustizia e sui Pacs il governo Prodi ha rischiato la sua Caporetto anche sulle questioni internazionali di politica estera. Ricordate la frase di D’Alema: o si vota compatti o si va tutti a casa? Ebbene il voto non fu compatto, ma a casa ci andò, o meglio provò ad andarci, il solo Prodi. Il governo fu bocciato al senato per due soli voti sulla risoluzione per approvare la relazione di D’Alema. A non votare a favore furono Rossi e Turigliatto della sinistra massimalista. Prodi si recò al Quirinale per consegnare le dimissioni (l’unico che mantenne la parola), ma Napolitano lo rimandò alle camere che gli votarono la fiducia ricompattando così (si fa per dire) la maggioranza.





