Il Porcellum di Calderoli spazza via comunisti, socialisti, verdi e fascisti
marco | 15 aprile 2008
L’hanno criticata come una legge talmente pasticciona da meritarsi la definizione di “Una porcata”. Eppure il Porcellum di Roberto Calderoli si è preso una bella rivincita: ha spazzato via dal panorama parlamentare tanti di quei politici e di quelle liste da trasformare d’incanto l’Italia in un paese all’avanguardia, tipo le democrazie degli Stati Uniti e del Regno Unito, con soli due grandi partiti, uno al governo e l’altro all’opposizione. Lo sbarramento del 4 per cento alla camera e dell’8 al senato con i premi di maggioranza relativi hanno fatto sì che personaggi come Bertinotti, Storace, Santanché, Pecoraro Scanio, Boselli e altri ne pagassero le conseguenze. Dunque, per Calderoli una soddisfazione in più, oltre a quella del successo strapirante della Lega. Della legge si limita a dire: «L’avevo detto che quello che si è verificato per Prodi era un caso su un milione». Della grande vittoria del Nord aggiunge qualcosa in più: «La vittoria è netta, la Lega ha raddoppiato in molti casi i propri voti e quindi ora pretende quanto gli spetta. Con questi numeri si può garantire la governabilità del Paese». Poche battute. Sia lui sia Maroni preferiscono abbracciare e lasciare la gloria a Umberto Bossi, il numero uno del Carroccio. Il senatur è in grande spolvero. Nonostante le difficoltà fisiche parla di getto: «La Lega l’hanno votata i lavoratori che non ne potevano più di votare a sinistra dopo il Tfr e dopo tutto quello che la sinistra ha fatto. La Lega ha fatto la differenza tra Pd e Pdl». Berlusconi ha battuto Veltroni, nonostante il Pd abbia tentato la rimonta. «Macché rimonta», commenta Bossi: «Era evidente la sconfitta di Veltroni. Non gli è bastato il pullman pitturato di verde».
Ma ora cosa vuole la Lega? «Il Nord vuole assolutamente il federalismo fiscale, vuole interrompere il centralismo romano. I soldi devono andare alla regione che li produce. Le riforme? Questa volta la forza l’abbiamo e anche senza il Pd siamo in grado di farle. E poi c’è da risolvere il problema della povertà della gente che non ce la fa ad arrivare a fine mese».
Ora Bossi, salvo sorprese, farà il ministro e ne chiederà altri per la Lega. «Io mica sono ammalato», è la lapidaria conclusione prima di fare capolino a Porta a Porta, dove in studio c’erano ospiti il dimissionario Bertinotti e il vinto Fassino. Il senatur ha dedicato due pensierini a entrambi. A Bertinotti ha fatto i complimenti: «L’unico della sinistra che ha conosciuto gli operai». A Fassino gli ha lanciato un macigno: «Nella sua Torino la Lega va fortissimo». Ma l’ex segretario dei Ds ha replicato: «Però a vincere è stato il Pd, primo partito a Torino».
Grande soddisfazione anche tra le seconde linee del Carroccio. Paolo Grimoldi spiega così il successo della Lega: «È da 15 anni che citiamo come esempio la storia del casello. Da noi le autostrade ce le paghiamo, da Roma in giù le paga l’Anas. Quando non arrivi più a fine mese ti interroghi su quel casello, sul perché ti tocca pagare anche per gli altri. E quindi ti viene voglia di combattere le discriminazioni che il Nord subisce».
Ora più che mai viene da chiedersi: se la Lega fosse andata da sola come sarebbe finita, male come gli altri partiti, oppure ancora meglio?
«Sarebbe andata meglio», replica Grimoldi, «perché in molti ci hanno detto che ci avrebbero votato se non fossimo in coalizione con Berlusconi. Avremmo potuto avere un potenziale di 30-40% in più».
Sogni d’oro per la Lega, dunque, il partito che ha veramente vinto queste elezioni.
«Sapete perché abbiamo vinto?», spiega Calderoli, «perché abbiamo deciso di non prendere la strada delle televisioni ma di fare comizi nelle piazze, e la gente ci ha capito. Bisogna fare più comizi e meno telecamere per vincere le elezioni».
Nell’euforia del successo c’è spazio anche per un’investitura: si tratta di Rosi Mauro, leader del sindacato padano, che Bossi ha già lanciato come futura ministra o sottosegretaria del governo Berlusconi.
In attesa delle nomine e della questione Malpensa, ora più che mai all’ordine del giorno con il successo dei leghisti, ci pensa Roberto Maroni a chiarire bene la situazione: «Un partito che prende in alcune grandi città anche il 35%, tutto può essere meno che un partito che esprima un voto di protesta».





