Pd, ora fa paura pure il congresso. Veltroni conferma la sua linea e i big abbassano la cresta

30 04 2008

uscito il 30 aprile 2008La resa dei conti non ci sarà. La leadership non è in discussione. Così almeno ha detto Walter Veltroni. Forse ci sarà il congresso straordinario del partito. Addirittura entro qualche mese, sicuramente prima della scadenza prevista nel 2009. Anche se i big del Partito democratico hanno detto che non serve. Solo Parisi, Letta, Gentiloni e Bettini hanno votato a favore. Contrari D’Alema, Fassino, la Bindi, Marini e Bersani. Un no che potrebbero rimpiangere, visto che l’offerta è valida per una sola tornata.
Nel Pd i nodi al pettine sono tanti. E non solo in testa. La sconfitta di Roma non ha fatto altro che far sanguinare di più una ferita grave. Ci si interroga sui motivi della disfatta, anche se nella capitale il Pd è andato meglio alle politiche che alle comunali. Quindi nella città eterna non solo Zingaretti ha preso più voti di Rutelli, ma pure Veltroni ha fatto meglio dell’ex vicepremier. Dando vita a una specie di girone dei dannati che ha visto Rutelli scontare le colpe di Veltroni e il leader del Pd quelle di Prodi.
Da dove ripartire? Si interrogano i big di quel che resta del quartier generale del Pd, dopo il bombardamento subito. «Non si torna indietro», ha detto Veltroni. Questo Pd, così giovane, assomiglia sempre di più a una squadra di Zeman: finché gli automatismi non sono perfetti si incassano tanti gol.
Il «zemaniano» Veltroni non vuole più sentir parlare del vecchio Ulivo. Visto Roma? Lì c’era il ticket, eppure il Pd è andato peggio che alle politiche. Correre da soli alla lunga diventerà un vantaggio. Anche i generali del Pd ne sono più che convinti e non a caso hanno riconfermato la fiducia al leader. Semmai vorrebbero che Veltroni non decidesse perfino il colore della carta igienica. Non si muove paglia che Walter non decida di muovere.
LA CRISI. A partire in quarta nell’affrontare la crisi sono stati i dalemiani, ma ben presto si sono resi conto di non essere poi così forti. Anzi, le sconfitte in terra di Puglia hanno loro spuntato le armi. Pure Bersani non si dà pace: vorrebbe fare il capogruppo. Ma Veltroni anche su questo argomento è stato chiaro: saranno confermati Soro e la Finocchiaro. Nella votazione di ieri la senatrice siciliana ha ottenuto 99 voti a favore su 111 (9 bianche, 3 contrari, 7 gli assenti, tra cui Rutelli). Prima del voto c’è stato un aspro battibecco tra D’Alema e Franceschini. Uno dei pochi casi in cui l’ex ministro degli Esteri ha perso il suo sorriso, ieri fin troppo raggiante. Sul piede di guerra non ci sono solo gli ex diessini. Anche i petali della Margherita sventolano come una girandola. La figura rimediata da Rutelli è il peggiore degli incubi. In parecchi, ancora oggi, stentano a crederci. Secondo alcuni l’ex vicepremier è stato mandato al macello, e ora è finito sulla gogna dopo aver bevuto la coppa avvelenata coi colori dell’Arcobaleno. Secondo altri (Montino e il verde Bonelli su tutti) non era la candidatura adatta. Dichiarazioni a caldo, quest’ultime, che hanno mandato su tutte le furie il fido Giachetti che li ha definiti lumaconi. Anche Fioroni si agita, in cuor suo spera di prendere il posto di Bettini. Ma Veltroni ha stoppato pure questa mossa: il coordinatore non si tocca, chi lo fa discute me.
GLI ERRORI. Tanti intrecci che non fanno chiarezza su quanto accaduto. Ma chi ha perso la Margherita o i Ds? Ovviamente chi fa questa domanda è come se bestemmiasse. I due partiti appartengono al sistema giurassico. Oggi c’è un Pd, la cui classe dirigente ha però sottovalutato le elezioni. Soprattutto quelle di Roma. Ha sbagliato l’approccio alla partita. Ha affrontato i temi del programma con forza d’inerzia. La sicurezza, la famiglia, la casa, i salari, le periferie: sono problemi che hanno fatto la differenza. Il voto dei moderati non si conquista con il «no» ai Dico e dicendo di preferire la famiglia. Sono mancate le proposte politiche concrete, i progetti nero su bianco. Le famiglie sono abituate a ragionare con il conto della serva, non con i massimi sistemi. Sul banco degli imputati ci sono finiti pure Di Pietro – che D’Alema per primo vorrebbe rispedire al mittente – e i radicali, il cui rapporto con il Pd si sta incrinando. Su Roma invece sono mancate le risposte da dare alla gente. Perché la sicurezza non è solo il rumeno che ti stupra, ma anche le strade senza luce, il degrado nei giardini pubblici, le periferie isolate, il precariato, un figlio che non riesce a comprare una casa e resta attaccato alle sottane della madre. Tutte queste componenti danno insicurezza all’individuo e alla famiglia. Di queste cose si discute (e di discuterà) nelle sedute al «caminetto». Di una classe dirigente satolla che non ha dato l’anima e il corpo per la causa, come ha fatto Alemanno. Ora però questa stessa classe dirigente deve rimboccarsi le maniche e compiere la missione più importante: far crescere i giovani, quelli che saranno la nuova classe politica dei riformatori. Per la partita di ritorno Walter Zeman dovrà aspettare cinque lunghi anni.



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