E ora è guerra alla fonte. I giornalisti in campo contro il ddl sulle intercettazioni
marco | 14 giugno 2008
Gianni Letta, Walter Veltroni, Gianfranco Fini, Massimo D’Alema, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, Paolo Bonaiuti, Furio Colombo, oltre che politici di spessore sono tutti giornalisti professionisti. Alcuni di loro hanno ricoperto anche ruoli prestigiosi da direttori. Ma non sono i soli. Nel parlamento italiano, infatti, i giornalisti sono un plotone. Tuttavia, a quanto pare, stare dall’altra parte della barricata facilita non poco il compito rispetto a chi è alle prese con la cronaca, gli scandali e la privacy. Il ddl sulle intercettazioni mette a dura prova le coronarie e la libertà del giornalista. Emilio Carelli, direttore di Sky News 24, non ha dubbi: «Speriamo che il giro di vite sulle intercettazioni non rappresenti una limitazione al diritto a una informazione libera e pluralista. Esprimo perplessità e preoccupazione sulle sanzioni nei confronti dei giornalisti». Sulla stessa lunghezza d’onda anche il direttore del Tg5, Clemente Mimun: «Il disegno di legge sulle intercettazioni è migliorabile. Per la parte concernente la stampa sono d’accordo con la proposta di Cossiga: punire il giornalista o l’editore solo dopo la condanna di chi ha passato la notizia». Più realista del re, Mauro Mazza, direttore del Tg2. «Con il ddl si mette in primo piano la tutela, la privacy e la dignità della persona che in questi anni qualche volta è stata calpestata. Per chi fa il giornalista può essere uno stimolo a fare le inchieste senza aspettare che qualche magistrato per i suoi interessi, faccia filtrare e pubblicare non la verità, ma quello che a lui interessi, a costo di calpestare la dignità dei cittadini». Il direttore di Studio Aperto, Giorgio Mulè, ha commentato: «Visto così è un provvedimento che fa paura. Tutti noi in passato abbiamo violato il codice quando ci vietava di promulgare atti coperti da segreto. Ogni giornalista sa qual è il limite, ognuno deciderà dove mettere il paletto a costo anche di rischiare un’incriminazione».





