Egidio Pedrini, ex dirigente Alitalia: "Anche questo tentativo fallirà: non c’è spazio nel mercato"
marco | 13 settembre 2008
Prodi con l’Iri, l’aeroporto di Malpensa come hub, vertici aziendali cambiati continuamente, tagli a linee intercontinentali, ai charter, alle officine e alle merci.
Un errore dopo l’altro, dal 1987 a oggi, hanno causato la fine dell’Alitalia. L’ex deputato Egidio Pedrini, Italia dei Valori, non ha dubbi sulla fine della compagnia di bandiera.
Ex consigliere di amministrazione, dirigente d’azienda dell’Alitalia dal 1974 al 1987 e di nuovo per qualche anno a cavallo del 2000. Segretario della commissione trasporti.
Domanda. Che Alitalia era la sua?
Risposta. «Dal ‘74 all’87 non troverete nemmeno un bilancio in rosso. In quegli anni Alitalia era un’azienda che aveva una strategia di sviluppo, che recitava un ruolo primario nel mondo, che vendeva tecnologia ai giapponesi e agli americani, che era in grado di trasformare un’azienda di Stato in un’impresa. Fino a che intervenne l’Iri a gamba tesa per decapitare quel sistema e anche io sono stato decapitato».
D. E nella seconda sua esperienza che Alitalia trovò?
R. «Un’azienda peggiorata che non aveva più la concezione e la capacità di recitare un ruolo primario internazionale. E anche in quel periodo ci furono errori su errori compiuti dai ministri dei governi di centro-sinistra come Burlando, Bersani, Treu. Ministri che tentarono di fare mercato inventandosi Malpensa hub. Per cui pensarono di obbligare il sistema a girare sul Nord e su un aeroporto che non era pronto, che non era un hub, in quanto non in grado di generare traffico. Senza collegamenti con la città, senza un traffico di 30 milioni di passeggeri che fanno di un aeroporto un hub. Malpensa non va abbandonato ma sviluppato. Ma c’è la volontà di farlo? Avrebbe bisogno della terza pista».
D. Dunque, Malpensa il secondo grande errore…
R. «Ce ne sono stati altri. Come togliere le officine di manutenzione, le merci, tagliare i rami secchi: un intero sistema smantellato.
In 15 anni è stato cambiato il vertice aziendale ben 16 volte. E per vertice aziendale intendo presidente, dg e ad. Quale azienda può resistere? Quindi c’è stato anche un grosso problema di top management. Una vera criminalizzazione. Manager mandati come guru perché avevano sanato le ferrovie. Ma forse le ferrovie sono state sanate? L’Alitalia è come una fanciulla seviziata da un esercito».
D. Tanti errori ma anche numerosi tagli…
R. «Una continua contrazione. La cultura della riduzione dei costi non ti aiuta. Un costo alto si recupera con nuovi prodotti, come ha fatto la Fiat, invece si sono tagliate linee internazionali fondamentali. Sono stati tolti i charter. Il mercato charter è importante in Italia. Significa affittare il vettore al tour operator che ti dà i soldi in anticipo. In parlamento in questi anni sono arrivate solo filosofie di piani industriali e non piani veri e propri».
D. Della cordata attuale cosa pensa?
R. «Io non ero per Air France, ma questa è una soluzione ancora peggiore. Coloro che dicono che vogliono salvare il nome dell’Italia fanno un errore enorme. Non c’è futuro. E pensare che non è un problema di produttività, perché il dipendente Alitalia è superiore a quello di Lufthansa. Nel mercato europeo le low coast ti fanno fuori e sulle linee intercontinentali si hanno poche linee. Come competi? Dove vai? Alitalia salterà per aria o sarà venduta a uno straniero. Ma allora perché non è stata data subito a Air France? Ci sarebbe stata meno macelleria sociale».





