Marco Castoro

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Vigilanza, scricchiola l'accordo

marco | 23 settembre 2008

uscito il 23 settembre 2008Mentre Leoluca Orlando fa proclami da presidente della Vigilanza («Sono consapevole dei diritti e dei doveri che discendono da questo ruolo e cercherò di svolgerlo nel modo più corretto possibile»), la sua elezione sembra tornata in alto mare, e la sua zattera accerchiata dagli squali. A complicargli la vita è stato (come al solito) Tonino Di Pietro. La sua sortita da Masaniello col megafono nella vertenza Alitalia non ha fatto altro che far imbufalire i pezzi da novanta del Pdl. Nemmeno la dolce pillola dell’elezione di Orlando è servita a renderlo più buono. Anzi…
Cicchitto e Gasparri, a nome degli altri parlamentari del Pdl, hanno cominciato a sollevare la questione, e perfino all’interno del Pd qualcuno si è mosso per sfasciare tutto. Morale della favola: l’accordo è tornato in discussione. Ed è assai probabile che – salvo accordi presi in mattinata – l’appuntamento di San Macuto previsto per il pomeriggio di oggi possa tramutarsi nell’ennesima fumata nera. Come Veltroni è volato a New York all’interno del Pd hanno cominciato ad abbaiare i «cani sciolti». Il consigliere Rai Carlo Rognoni, in una lettera a La Stampa, ha parlato di «accordo ricatto», screditando il lavoro di Veltroni (che non lo vuole più confermare nel cda). Poi ci ha pensato un’intervista di Giovanna Melandri (sempre su La Stampa, coincidenza?) a gettare altra benzina sul fuoco («prima delle nuove nomine va cambiata la legge Gasparri»). Dichiarazioni che hanno mandato su tutte le furie il leader Walter Veltroni, per la prima volta vicinissimo a un suo obiettivo: l’elezione di Orlando (fortemente voluta anche dopo che il rapporto con Di Pietro si è deteriorato) e la nomina a presidente della Rai di Pietro Calabrese, veltroniano ma anche stimato e apprezzato in casa Berlusconi (è stato direttore di Panorama). Fuoco amico, dunque, su Veltroni. E tiro incrociato su Calabrese, visto che anche i dalemiani hanno espresso perplessità sulla candidatura. Non è un segreto che i «reds» vorrebbero in cattedra Pier Luigi Celli. La stessa Melandri è sempre in corsa per bruciare allo sprint Orlando alla Vigilanza.
Di Calabrese qualcuno mette in dubbio la sua affidabilità. A sinistra dicono che è troppo amico di casa Berlusconi, a destra invece sostengono che nella sua rubrica sul Magazine del Corriere è sempre troppo critico nei confronti dell’operato del governo. E quindi anche un direttore del suo calibro è finito sulla graticola.
Ma quando si parla di Rai si può dire di tutto di più e l’esatto contrario. Quindi non è da escludere che anche il terzo anello dell’accordo sia in bilico. Per carità, nessuno mette in discussione il valore di Stefano Parisi, a.d. di Fastweb e candidato alla direzione generale di viale Mazzini. Tuttavia, anche sulla sua nomina più di qualcuno non ha ancora eliminato del tutto le perplessità. Su tutti la Lega che non vuole rinunciare a un vice direttore generale. Il pomo della discordia è rappresentato dalla richiesta di un perimetro ben ampio di poteri fatta da Parisi. È più facile che gli venga concesso il mega stipendio che la carta bianca sulla gestione dell’azienda.
Alla fine però è proprio la nomina di Parisi quella che dovrebbe subire meno scossoni. La sua scelta permetterebbe alla Rai di avere una specie di amministratore centrale forte e autonomo, vicino alla figura tanto invocata da Veltroni in campagna elettorale. Seppure il leader del Pd farebbe volentieri a meno di tutto il cda.

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