Travaglio, l'ultima mina vagante. Di Pietro spera di candidare il giornalista nel cda della Rai
marco | 20 novembre 2008
Riccardo Villari continua a tenere tutti sotto scacco. Si dimette o non si dimette dalla presidenza della Vigilanza? Secondo Anna Finocchiaro le sue dimissioni sono scontate. Secondo alcuni membri del Pd, presenti nella commissione, la sua uscita non è poi così scontata. Chi lo conosce bene, Marco Follini, si è già messo nei panni di Marco Antonio e ne canta le gesta: «A Villari va il merito di aver sbloccato l’impasse. Se si fosse dimesso subito saremmo ancora senza un accordo». Ma dentro il Pd c’è anche chi ha poca pazienza a riguardo: «Se Villari non si dimette lo porteranno via i commessi», dice qualcuno, pronto a sfiduciarlo qualora non dovesse lasciare la poltrona. Il neo presidente sa bene che un momento così importante non lo vivrà più. E cerca di sfruttarlo al massimo. Si vocifera che sia riuscito a strappare una candidatura in Campania.
La commissione prima di pensare al cda della Rai, il primo grande obiettivo, deve svolgere alcuni obblighi. Va sostituito con Zavoli il dimissionario Latorre (su lui ha pesato molto la storia del pizzino a Bocchino, anticipata da Italia Oggi il 15 novembre e l’intervista rilasciata al Corriere che ha fatto perdere le staffe a Veltroni). Poi va eletto il presidente (con Zavoli tornerebbero anche Pardi e Orlando). In una seduta successiva si eleggeranno i due vicepresidenti (favoriti Giorgio Merlo per il Pd e Giorgio Lainati per il Pdl) e i segretari. Ai primi di dicembre avremo il nuovo cda di viale Mazzini, a cui seguiranno prima di Natale le nomine più urgenti. Questo in teoria, perché in pratica da sciogliere non c’è solo il nodo Villari. Ce ne sono altri. Proprio tra le candidature del cda. Cominciamo dal nome più gettonato: Marco Travaglio. Una specie di spettro agitato da Di Pietro per tenere tutti sulle spine. In verità Travaglio potrebbe essere lusingato di ricevere la nomination. Basterebbero due anni di presenza nel cda per acquisire materiale per una collana di libri da scrivere a fine mandato. Visto che sotto i suoi occhi passeranno i contratti, le nomine, gli accordi tra i partiti. Il rovescio della medaglia sta nel fatto che in caso di nomina dovrebbe lasciare il programma di Michele Santoro. Una sicura perdita di visibilità, tralasciando la questione economica, di cui solo il diretto interessato sa valutare. Un consigliere del cda percepisce 300 mila euro l’anno.
Ma siamo sicuri che l’Idv avrà un posto nel cda? In teoria sì. Le poltrone spettanti all’opposizione sono solo tre. Una dovrebbe andare all’Udc (Marco Staderini o Erminia Mazzoni, visto che Rodolfo De Laurentiis è candidato in Abruzzo). Ne restano due. Una Gentiloni la pretende per Nino Rizzo Nervo (quota Margherita), un’altra era stata promessa a Gianni Borgna (quota Ds). In corsa c’è anche il dalemiano Marcello Del Bosco. Per quanto riguarda il centro-destra la cinquina dovrebbe essere la seguente: Angelo Maria Petroni, Giovanna Bianchi Clerici, Guglielmo Rositani, Rubens Esposito (o Alessio Gorla), Giuliana Del Bufalo (o Giuliano Urbani). Per la presidenza restano in corsa Pietro Calabrese e Pier Luigi Celli. Meno chance per Claudio Petruccioli e Fabiano Fabiani. Possibile sorpresa Andrea Mondello. Sembra tramontata invece la candidatura di Stefano Parisi alla direzione generale. In questo momento il più gettonato è Gianfranco Comanducci, seguito a ruota da Lorenza Lei e Clemente Mimun. Ma la nomina che più sta a cuore al Cavaliere è quella del Tg1. Favorito Maurizio Belpietro.





