Per far dimettere Villari ci vogliono i caschi blu dell’Onu
21 11 2008
Per far dimettere Riccardo Villari da San Macuto ci vorrebbero i caschi blu dell’Onu. L’irriducibile neo presidente resta incollato alla sua poltrona. Convoca le sedute, fa entrare Sergio Zavoli tra i membri della commissione al posto del dimissionario Latorre, fa eleggere i vicepresidenti (Giorgio Lainati del Pdl e Giorgio Merlo del Pd) e i segretari. L’Idv non partecipa, Zavoli nemmeno. Gli altri tutti aspettano il fatidico pronunciamento delle dimissioni dalle sue labbra, riconosciute nei giorni scorsi da Barbara D’Urso, pronta a confessare davanti alle telecamere di Canale 5 un suo fidanzamento giovanile con Villari. Ma da quelle labbra la parolina magica non esce. Mentre da quel momento in poi il clima diventa una corrida.
Il direttivo del gruppo del Pd viene convocato per procedere all’espulsione di Villari. Giovanna Melandri annuncia: il Pd non parteciperà ai lavori finchè Villari sarà presidente. Il capogruppo del Pdl nella commissione, Alessio Butti, loda il senso di responsabilità istituzionale di Villari, ma precisa che resta la disponibilità del partito ad eleggere Zavoli. Veltroni ricorda a Berlusconi l’accordo sul nome di Zavoli e chiede a Palazzo Chigi di risolvere il problema. Anche Casini chiede il rispetto dell’accordo e sottolinea che Villari è stato eletto dal Pdl e non dall’opposizione. Leoluca Orlando, dell’Idv, accusa il presidente del Senato, Renato Schifani, di «corruzione politica», e sollecita una presa di posizione del capo dello Stato. Il presidente della camera, Gianfranco Fini, invita Villari a dimettersi, per permettere ai partiti di rispettare l’accordo politico su Zavoli. Il direttivo del gruppo Pd al Senato espelle Villari. Fabrizio Cicchitto rilancia: l’appello di Fini è istituzionale, il Pdl è disponibile a votare Zavoli, ma il problema Villari lo deve risolvere il Pd. Il presidente del senato, Renato Schifani, invita Villari alle dimissioni, perchè il suo compito si è esaurito. Dopo 4 ore di tempesta Villari giudica poco democratica la sua espulsione dal gruppo del Pd. Alle 19,15 pure Berlusconi lo invita a dimettersi, e a ritenersi soddisfatto di aver sbloccato la situazione permettendo l’accordo su Zavoli. Ma Villari fa sapere che il suo lavoro di presidente procede: ha inviato la bozza del regolamento per le amministrative in Abruzzo a capigruppo e Autorità, e ne è stato informato il dg Rai Cappon. A questo punto mancano davvero i caschi blu dell’Onu.
Il neo presidente, oltre che alla poltrona, si attacca a un cavillo: continua a ripetere, come un disco incantato, di non aver mai ricevuto la comunicazione ufficiale sull’accordo tra Gianni Letta e Walter Veltroni sul nome di Sergio Zavoli. Perfino su Marte ne parlano da giorni. «Una situazione imbarazzante» è il laconico commento del neo vicepresidente Giorgio Merlo che, come tutti i commissari del Pd, diserterà le sedute finché Villari sarà presidente. Ma l’irriducibile di San Macuto fa sapere che lui rimarrà democratico senza bisogno del timbro di Veltroni. «Si tratta di un’espulsione poco democratica», dichiara alle agenzie, il gruppo del Pd è casa mia, ho contribuito a costruirla, sono tra i fondatori».
Il segretario del Pd ha un diavolo per capello. Solo pronunciare il nome di Villari lo fa saltare come una molla. «Villari – spiega Veltroni – è stato eletto con i voti della maggioranza in un posto che spettava all’opposizione. Giovedì aveva detto che non avrebbe fatto nulla contro il partito, poi a me ha detto che si sarebbe dimesso, e ancora dopo ha detto che si sarebbe dimesso dopo che si trovava un’intesa sul nome. Una vicenda pazzesca».
Ma la maggior parte degli esponenti del Pd alle domande «Chi ce l’ha messo nel partito?» e «Che cosa vuole in cambio?» risponde con un «E chi lo conosce». Ma tutti sanno che a portarlo nel Pd fu Franceschini con la benedizione di Fioroni. Nemmeno il vice di Veltroni è riuscito a convincerlo a farsi da parte. Certo, qualcuno che metta benzina nella macchina di Villari di dovrà pure essere. Del resto come si fa ad andare avanti sfidando tutte le istituzioni, una dopo l’altra, da Palazzo Chigi ai presidenti delle camere, ai vertici dei partiti. Quest’uomo ci avrà un fegato grosso come una casa. O meglio, come un fortino, viste le barricate che ha eretto nelle vicinanze della sua poltrona. E pensare che solo venerdì scorso aveva detto: «Voglio svolgere un ruolo di garanzia e ricostruire un dialogo tra maggioranza e opposizione per giungere a un nome su cui far convergere i propri voti. Solo allora formalizzerò le mie dimissioni». Così parlò Villari.



















