M’inciucio d'immenso
marco | 28 novembre 2008DALL’ESPRESSO
Di Denise Pardo
L’afflato è nato con “lo spirito di Asolo”. Sotto ai fumi del baccalà e delle sarde in saor. In quella colazione confidenziale dell’8 novembre, coda dell’incontro, nella cittadina veneta, di cento under 35 selezionati dalle loro due fondazioni, Italianieuropei e Farefuturo, e chiuso con l’intesa bipartisan di un asse sulle riforme, Massimo D’Alema e Gianfranco Fini hanno parlato a lungo. Di cosa non si sa. Si sa che, dopo solo sei giorni, Maurizio Gasparri e Italo Bocchino portano a casa l’elezione di Riccardo Villari del Pd alla presidenza della Vigilanza Rai facendo scoppiare una zuffa mai vista prima in natura.
Al blitz segue lo scoop: la rivelazione tv di Antonello Piroso del bigliettino mandato in soccorso all’amico Bocchino in un dibattito su La7 proprio da Nicola Latorre, longa manus (è il caso di dirlo) di Massimo D’Alema. Fini e D’Alema. Gli uomini dell’uno. L’uomo dell’altro. Gli afflati viaggiano. Svolazzano. E magari, interpretati con troppo zelo, finiscono per portare a galla umori in circolazione. La solidarietà Latorre- Bocchino, per esempio: due che dovrebbero guardarsi in cagnesco. L’asse Villari-Gasparri-Bocchino: tre alla Blues Brothers niente male.
Tutte punte dell’iceberg Partito democratico attraversato da una faglia che lo può spaccare irrimediabilmente. Da una diaspora tafazziana di posizioni contrastanti. Dagli indiziati di complicità con il nemico in aumento. Dove la collaborazione sotterranea tra maggioranza e opposizione, a volte, è più amichevole che tra uomini dello stesso partito, immersi in un clima da guanti di paraffina e di sospetti di doppio gioco. Dopo il patto, in fin dei conti più borghese, della crostata a casa Letta, ora, il patto, tellurico per il Pd, del baccalà?
Patto o non patto, il problema è che il coperchio è stato sollevato. Nessuno ha mai saputo che tipo di marmellata avesse usato la signora Maddalena (mirtilli, albicocche?) per la sua crostata. Il pizzino di Latorre, invece, è andato in onda con il bello della diretta. Così, passato il tempo del consociativismo, dell’inciucio, e del trasformismo, è arrivato anche quello del collaborazionismo. Vichy nel Parlamento italiano? Un sospetto da Tribunale del popolo? Però, la parola serpeggiava, eccome, lungo le infide vasche di Montecitorio.
Serpeggiava e basta. Perché solo pronunciarla, dava corpo al fantasma del Transatlantico più temibile di questa legislatura: l’esistenza di una falange che fa l’occhiolino al nemico. Eppure. Il primo fautore del “collaborazionismo” nobile con il cappello dell’interesse del paese, era stato proprio Walter Veltroni, che aveva segnato la sua nuova leadership con l’apertura al dialogo e la non demonizzazione dell’avversario. Poi, era stato costretto a fare marcia indietro a causa, sì, del ritorno delle leggi ad personam e di un governo mandato avanti a colpi di fiducia, ma anche dei mugugni degli oltranzisti del Pd (pure di D’Alema, perché quando l’uno apre, sarà un caso, l’altro chiude) e degli altolà di Antonio Di Pietro.
A sua volta, Giuliano Amato, dopo aver accettato l’invito del sindaco di Roma Gianni Alemanno di far parte della Commissione Attali de’ noantri, non era stato costretto a declinare dopo che su di lui si erano abbattuti gli strali dei democratici benpensanti, sospettosi di un accordo tra ex e attuale primo cittadino (io ti do Amato e ti legittimo, tu non attacchi più la mia amministrazione)?
Un caso di collaborazionismo represso? E quale era stato il pericolo ventilato dai bagnanti dell’Ultima spiaggia di Capalbio, nota enclave della sinistra, quando ombrellone e sdraio erano stati occupati dalla gentile e compianta signora Erminia Fini, madre di contanto Gianfranco, se non quello di venir tacciati come i frequentatori di uno stabilimento collaborazionista?
Collaborazionismo. O ouverture, come preferisce la grandeur del presidente Nicolas Sarkozy infilando nel suo governo due socialisti e un centrista che non ci hanno pensato un attimo a dire sì, per amore della Francia, beninteso? Nel bel paese di Gianni Letta, il confine è sottile. Quando Goffredo Bettini, plenipotenziario Pd, in nome di un’amicizia nota a tutti, incontra, parla, si telefona con Gianni L., di cosa si tratta?
È strizzare l’occhio al nemico, è confronto o pura gestione del potere? Come funziona la faccenda, dato che in un’intervista a “La Stampa”, Bettini ha ricordato una massima di sua nonna: «Troppa confidenza fa malacreanza»? Però si riferiva al caso Latorre. Non al suo rapporto con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
E che dire del suo leader Walter, pubblico confesso dell’invidia nei confronti di Berlusconi per la grazia ricevuta di avere al suo fianco Letta? Il confine è sottile, dicevamo. La questione è delicata. Non per tutti, però. «È solo una questione di palle», ha detto così “lord” Gaetano Qaugliariello, senatore Pdl quando si è affrontato il filosofico dilemma: «Se un partito ritiene che su alcuni punti si debba trovare l’accordo si fa e basta». Attributi, insomma. Il problema è quello. Non il collaborazionismo.
Non più convergenze, dunque, ma complicità parallele. Suona meglio. Così, nell’opposizione, è l’ora della caccia alle streghe. Francesco Pionati, l’ex mezzobusto di Avellino, portavoce dell’Udc, ma lato filo Cavaliere, è stato sollevato dal ruolo di portavoce da un Lorenzo Cesa furibondo per la scoperta di una colazione cheek to cheek con Berlusconi (c’era pure la segretaria di Cesa). Non ci sta a essere processato Antonio Bassolino che non ha sottoscritto la mozione del Pd contro il governo, trincerandosi dietro un ferreo principio («Collaboriamo sul piano istituzionale, non sarebbe corretto firmarla», ha spiegato).
Sogghigna sulla vicenda Villari-Latorre & C. Claudio Velardi, assessore della giunta campana, teorico della terza via, quelli che stanno di qua, ma trafficano di là, che per comodità ha piazzato il suo ufficio a Palazzo Grazioli: in ascensore, si sa, non ti ascolta nessuno. Franco Bassanini, rimasto a piedi, cioè non ricandidato dal Pd alle ultime elezioni, cooptato, invece, in Francia nella Attali autentica, non accetta le critiche (Franco Debenedetti è ricorso papale papale alla categoria del collaborazionismo) per la nomina a presidenza della Cassa depositi e prestiti, vera cassaforte del governo. Non solo non ci sta, ma ricorda che il suo nome è stato scelto dalle Fondazioni bancarie e non dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
Non solo non ci sta, ma ribadisce che, secondo lui, le grandi riforme hanno bisogno almeno di un rapporto costruttivo tra maggioranza e opposizione, se non addirittura di una grande coalizione. E in un’intervista al “Corriere della Sera” si mette pure a dire la sua, alquanto acida, sulla presidenza di Romano Prodi. Apriti cielo! Sfruculiare i prodiani, i più allergici all’espressione “rapporto costruttivo”, che se uno la dice lo spruzzano con il Ddt.
«Bassanini voleva costruire un alibi al suo zelo collaborazionista con l’attuale governo», ha dichiarato, in risposta, pari pari, il deputato Franco Monaco, fedelissimo del Professore: «La cosa impressionante è l’entusiasmo con il quale parla sul Ponte sullo Stretto di Messina. Ma come? È l’opera più controversa e lui esordisce con l’impegno a finanziarla?».
A peggiorare le cose, è arrivata la difesa di Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali, che tira in ballo gli zulù: «Contro Bassanini logiche tribali». E non è piaciuto nemmeno il confronto, considerato troppo collaborativo, sulla riforma della pubblica amministrazione che Linda Lanzillotta, ministro ombra della P. A. nello shadow cabinet, e moglie di Bassanini, ha instaurato con Renato Brunetta: infatti, ha diradato. Le parole che fanno drizzare le antenne ai maccartisti del Palazzo sono due: “Dialogo” e “Clima diverso”. Altro che lettera scarlatta.
«Inutile fare la voce grossa», Massimo Cacciari, l’eretico doge di Venezia, barba lunga, lingua affilata, affonda il coltello nella ferita: «Il dialogo è nelle cose». «Ma dialogare insieme non è collaborazionismo», scrive “Avvenire”, il quotidiano della Cei. E non ne parliamo del “Riformista” di Antonio Polito: «Le opinioni politiche di Alemanno possono essere oggetto di dura e severa critica ma non ne fanno un appestato cui non si può stringere la mano, pena diventare un collaborazionista».
Così, nella Commissione del Campidoglio presieduta alla fine da Antonio Marzano, sono entrati giulivi Andrea Mondello, che praticamente viveva con Veltroni. Pier Luigi Celli, ex direttore generale della Rai voluto da D’Alema, ora capo della università Luiss («Non è collaborazionismo, Roma è di tutti», ha tenuto a precisare). Luigi Abete, il banchiere veltronian-rutelliano. Giancarlo Elia Valori, idolo delle passate amministrazioni romane.
Tira aria di sospetto sui teo dem e sui cattolici del Pd, guardati a vista perché attratti peccaminosamente da una sirena di nome Domenico Fisichella che certo di centrosinistra non è. E che cerca collaborazione per varare al più presto una legge condivisa dal Pd
sul testamento biologico. È quel che vuole la corte di San Pietro, di cui è diventato un sorta di ambasciatore ombra. E la vuole velocemente prima che, vedi il caso Eluana, si aprano troppi precendenti nella sfera laica dei diritti individuali. Una nobile causa può giustificare la complicità?
Certo è che Paola Binetti, Luigi Bobba, Franco Marini “inciuciano” con il seduttore Fisichella. Ma i laici del Pd sono allertati e monitorizzano. Ogni volta che Giuseppe Giulietti, cazzutissimo e indimenticato leader del sindacato dei giornalisti Rai, un tipo molto socievole ora deputato dell’Idv, deve bacchettare Paolo Boaniuti, l’alter ego del Cavaliere, ai dipietristi doc gli viene l’orticaria. Perché prima del richiamo, gli tocca sentire frasi come: «Conosciamo Bonaiuti e sappiamo che è persona capace di sottile ironia e di profonda
autoironia…». I due si piacciono, si sa. Ma la loro entente cordiale, invece, ai più non piace.
Come le posizioni sulla giustizia di Luciano Violante che sul tema ha pronunciato, e per più volte, la famigerata parola «dialogo con il Pdl» incassando gli anatemi del mullah Di Pietro. Ma gli applausi delle truppe di là. Capo claque il solito Maurizio Gasparri, che tiene molto al rapporto con l’amico Luciano. Così tanto da salvarlo, anche lui con un “pizzino”, da una figuraccia da Bagaglino, quando l’ex magistrato, relatore nella commissione Affari costituzionali per la riforma dei servizi segreti, voleva chiamare l’agenzia per la sicurezza esterna con l’acronimo Sise. Da buon torinese, l’ignaro Violante non sapeva che nel Meridione è uno dei nomi con cui viene chiamato il femmineo décolleté. Un salvataggio da riconoscenza eterna. La trasversalità è mobile. La politica debole. Il collaborazionismo seduttore e molto tentatore.
[28-11-2008]





