L’Ue chiude il caso Sky. Tutto cominciò da un reclamo di Mediaset
4 12 2008
Sky, l’Europa chiude il caso. La portavoce del commissario Ue al fisco, Laszlo Kovacs, ricostruisce tutta la vicenda. In pratica tutto comincia quando la Commissione riceve, nell’aprile del 2007, una richiesta d’informazione, una specie di reclamo lecito – dice la portavoce, senza però indicare l’autore (ma gli indizi delle fonti di Bruxelles portano diritti a Mediaset) – in cui si denuncia la presenza di due aliquote diverse nel settore delle tv a pagamento, l’Iva al 10% per alcuni (Sky) e al 20% per altri (Mediaset nel digitale terrestre). Da lì il monito da rigirare a Roma: «Non ci possono essere aliquote diverse per uno stesso tipo di servizio».
E il 18 ottobre 2007 la direzione generale fiscalità e unione doganale della Ue mette la questione nero su bianco, scrivendo all’ambasciatore italiano Rocco Antonio Cangelosi, informandolo di aver ricevuto un reclamo. Nella lettera l’Ue ricorda la normativa e chiede una risposta delle autorità italiane entro tre mesi.
Il governo Prodi, con una lettera del 29 gennaio 2008 (che porta la firma del capo dipartimento coordinamento politiche comunitarie di Palazzo Chigi, la professoressa Carmela Decaro), dà il suo impegno «ad allinerare la tassazione, applicando la medesima aliquota per tutti i servizi, sia quelli fruibili attraverso canoni di abbonamento sia quelli cosidetti pay-per-view».
L’8 febbraio 2008 l’ambasciatore Cangelosi spedisce a Robert Verrue, direttore generale fiscalità e unione doganale dell’Ue, la nota relativa all’applicazione dell’aliquota Iva ridotta sui servizi pay-per-view.
Qualche mese dopo, l’11 aprile 2008, Bruxelles scrive a Roma sollecitando di applicare «un’Iva ridotta identica» (parere non vincolante) tra il satellite Sky, il digitale terrestre di Mediaset e la pay-per-view. Specificando di voler conoscere la motivazione di tale distinzione. Il mittente è Micole Wieme, capo unità della direzione generale fiscalità e unione doganale della commissione europea. Il destinatario è Marco Juvinale, consigliere fiscale in rappresentanza dell’Italia presso l’Ue.
Poi ci sono le elezioni e tutto rimane fermo. Fino al 3 ottobre, quando la Ue concede due mesi a Roma per modificare il regime fiscale, con il rischio di una scomoda procedura d’infrazione contro il governo.
E il 1° dicembre l’ufficio legislativo del ministero delle Finanze, con firma del direttore generale Fabrizio Lapecorella, informa Bruxelles di aver provveduto a ridefinire la disciplina Iva sui servizi televisivi. Che non sarà equiparata al 10 ma al 20%. «Il 10% è un’ipotesi tendenzialmente impraticabile. Immaginate cosa accadrebbe se il governo Berlusconi abbassasse l’Iva per pay-per-view di Mediaset. C’è il problema economico legato alla necessità di reperire risorse», spiega Paolo Romani, sottosegretario allo sviluppo economico con delega alle Comunicazioni. Intanto Sky prosegue la sua battaglia a suon di video-spot: «In Italia l’Iva agevolata al 10% per i servizi televisivi è stata introdotta nel 1995 dal governo Dini ben otto anni prima che nascesse Sky», ricordando tutti i settori che usufruiscono della riduzione. Il presidente di Frt (la Federazione delle emittenti private nazionali e locali), Filippo Rebecchini, si schiera con la tv di Murdoch: «Si tratta di un colpo durissimo per il settore radiotelevisivo».



















