Schifani offre la testa di Villari

16 12 2008

Se Riccardo Villari è l’ultima sentinella giapponese, Walter Veltroni può considerarsi il bersaglio di tutti i fuochi incrociati. È un leader praticamente sotto bombardamento. Minacciato anche dal fuoco amico di Antonio Di Pietro, felice per la crescita dell’Idv in Abruzzo. Non a caso Veltroni ha deciso di non togliersi più l’elmetto e affrontare i suoi nemici-avversari prendendoli per le corna. In una battaglia che non si sa se lo vedrà vincitore ma che rischia di essere l’ultima. I fronti aperti sono numerosi. Giustizia e governo, Rai e vigilanza, lega e federalismo. Veltroni si sta muovendo a 360 gradi. Ha incontrato Gianfranco Fini e ha rilanciato sulla proposta di istituire una commissione sulla riforma della giustizia. E sempre davanti al presidente della camera si è lasciato andare a un avvertimento che sa un po’ di minaccia. Che la dice lunga su come il fioretto della campagna elettorale si sia trasformato in baionetta da corpo a corpo. «Il partito democratico è pronto alle barricate in parlamento se non si dovesse risolvere a breve il caso Villari», ha detto Veltroni, ponendo l’accento sulla questione del senatore del Pd, poi espulso dal partito, eletto a presidente della commissione di vigilanza sulla Rai con i voti della maggioranza e in contrasto con il parere dell’opposizione.
Le barricate in aula hanno scosso i presidenti delle camere. Renato Schifani ha deciso di far sua la questione. Del resto Villari è un senatore. Che cosa ha fatto Schifani? Si è accorto ora che esisterebbe un problema di regolamento. Il passaggio di Villari dal Pd al gruppo misto potrebbe aver creato un’alterazione della proporzionalità della rappresentanza parlamentare. Adesso il gruppo misto ha raddoppiato (da 1 a 2) i rappresentanti in Vigilanza. Da lì un altro invito a Villari a dimettersi. «Se Villari non dovesse dimettersi», ha confidato Schifani, approfondiremo la questione. Si è aperto un ragionamento».
Da carnefice a vittima, il passo è breve. E Villari lo sa bene. Ovviamente, facendo fede al suo stile, non ha voluto commentare la sortita di Schifani, ma il suo tono e il suo umore non erano quelli dei giorni migliori. «Non mi permetto di commentare quanto dichiarato da una così alta carica dello Stato», ha detto il presidente della Vigilanza, «ascolto con deferenza questa apertura alla riflessione, ma ribadisco che per me il gruppo misto è un asilo politico che sto accettando a malincuore, in quanto io sono un parlamentare eletto nel Pd e sono un elettore del Pd. Spero che da me almeno il voto continueranno a volerlo. Oppure rifiuteranno anche quello?».
Del resto quando Villari è stato eletto presidente della vigilanza a tutti gli effetti era un commissario del Pd. Ma quella sembra una storia già lontana anni luce.
Ora fa notizia il suo sacrificio, necessario per riaprire il tavolo del confronto tra governo e opposizione sulle riforme. I delfini del Pdl si stanno muovendo un po’ come squali nell’acquario di Silvio Berlusconi. Gianfranco Fini non vuole lo scontro con Veltroni. Non sarebbe istituzionale. E non lo vuole neanche Umberto Bossi, timoroso che tutto questo tran tran possa nuocere al federalismo, l’unico vero obiettivo del Carroccio.
Morale della favola: il sacrificio di Villari sembra un rito inevitabile (quasi biblico) per riportare i sovrani al tavolo delle trattative. È il segnale che il Pd attende per uscire dall’angolo.
Ma non ci si poteva pensare prima che si mettesse in scena questa commedia? Di sicuro l’ultimo atto è ancora lontano, ma per Villari il destino sembra segnato. Tuttavia una cosa non potrà togliergli nessuno: il picco di popolarità. E per un politico non è poco.



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