La Triplice finisce in tribunale
marco | 30 gennaio 2009da ITALIA OGGI
di Alessandra Ricciardi
È un caso clamoroso. Mai successo prima. I segretari dei tre principali sindacati italiani, Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, finiranno a litigare in tribunale sul potere di rappresentanza dei lavoratori, sulla correttezza e buona fede, sul rispetto di leggi e prassi. Secondo quanto risulta a ItaliaOggi, nei giorni scorsi il sindacato di Corso d’Italia, su mandato di Epifani, ha citato in giudizio, davanti al giudice del lavoro di Roma, gli ex dell’alleanza confederale. Oltre all’Aran, l’agenzia governativa per la contrattazione del pubblico impiego presieduta da Massimo Massella Ducci Teri. L’accusa è di aver rinnovato lo scorso 23 dicembre un contratto pubblico, quello degli enti del parastato, in violazione delle norme. Violazioni tali che i legali di Epifani, Amos Andreoni e Biagio Bertolone, hanno chiesto la dichiarazione di nullità del contratto. E, per evitare che il contratto possa intanto produrre effetti, hanno invocato il procedimento d’urgenza. Si consuma così a colpi di carte bollate la rottura tra Cgil, Cisl e Uil che registravano da tempo una divisione incolmabile sui punti chiave della politica economica e del lavoro messa in campo dal governo Berlusconi. Dal caso Alitalia all’accordo di palazzo Chigi sul potere d’acquisto dei salari, il segretario della Cgil, da una parte, a sostenere le ragioni del no, i leader di Cisl e Uil, dall’altra, pronti a collaborare. Ma neanche a tempi del decreto di San Valentino sulla scala mobile-erano gli inizi degli anni ‘80 e da poco era finito il terrorismo- si era arrivati ad andare in tribunale. Spaccati sull’azione sindacale ma dal punto di vista personale e istituzionale una indiscutibile cordialità segnava i rapporti di Luciano Lama, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto. Ora si va in tribunale per riaffermare i diritti di ciascuno. Il sindacato di Corso d’Italia, assieme alla confederazione del pubblico impiego rappresentata da Carlo Podda, sostiene che i firmatari dell’intesa sugli aumenti ai lavoratori degli enti pubblici non economici non avevano, in assenza della firma della Cgil, il quorum necessario a che il contratto fosse valido ex art. 43 del decreto legislativo 165/2001. L’interpretazione del Consiglio di stato, a cui Aran e sindacati firmatari si sono richiamati, consentiva di dare per buono un contratto rinnovato dal 51% della delegazione trattante, anziché delle deleghe e dei voti espressi nel comparto di riferimento. Un’interpretazione, questa, contestata dai legali della Cgil, perché consentirebbe di applicare un contratto alla generalità dei lavoratori del comparto anche se sottoscritto da due soli sindacati rappresentativi del 12% del totale del settore. Tutto un sistema di calcolo e di medie tra rappresentatività complessiva, sufficiente e comparata fa dire a Epifani che al tavolo degli enti pubblici non c’erano i numeri per firmare senza la Cgil. E che dunque il contratto è nullo. Ma non solo. La Cgil paventa anche la violazione degli obblighi di correttezza e buona fede (ex artt. 1175 e 1337 cc): la trattativa si è svolta e chiusa in un solo giorno e nel giro di un paio di ore. Era il 23 dicembre e il ministro della funzione pubblica, Renato Brunetta, aveva annunciato che tutti i contratti pubblici sarebbero stati rinnovati entro fine anno. La Cgil denuncia che sul parastato non c’è stato tempo e modo per trattare e arrivare a un’intesa ragionevole. E così facendo l’Aran avrebbe appunto violato gli obblighi di correttezza e buona fede. Perché, a differenza del privato, nel pubblico ci sono regole e prassi ben precise, per le quali l’agenzia governativa (ex art. 45, dlgs 165) deve provare a trattare con tutti, dice la Cgil. E quella mattina dell’antivigilia di Natale non lo si sarebbe fatto.





