Sentenze piene di gaffes: la spina va staccata. Ai giudici
marco | 7 febbraio 2009DA ITALIA OGGI
di Franco Bechis
Se io domattina mi recassi in tribunale da un giudice civile spiegando che un mio lontano parente, morto ricco e senza figli o diretti congiunti, pochi mesi prima del decesso mi avesse confidato di volere lasciare in eredità tutti i suoi beni al sottoscritto, verrei sicuramente messo alla porta bruscamente e ritenuto insano di mente o più probabilmente un truffatore. Di sicuro nessun tribunale istruirebbe nemmeno la causa per valutare le mie ragioni. L’eredità è un bene materiale, disponibile. La vita è un bene immateriale, indisponibile. Eppure quando Beppe Englaro o vecchi amici della figlia Eluana sono andati in tribunale per dire che la figlia avrebbe voluto mettere fine alla sua vita, senza uno straccio di una controprova scritta, di una registrazione audio per quanto ormai vecchia, nessuno li ha messi alla porta. Non solo sono stati affrontati sulla base di vecchi ricordi e sensazioni ben nove procedimenti civili presso il tribunale di Lecco, la Corte di appello di Milano e la Suprema corte di Cassazione civile, ma questi lembi di memoria sono divenuti prove inoppugnabili della volontà di Eluana di farla finita in queste condizioni. E sono la ragione per cui è possibile oggi toglierle cibo e acqua. Con nessuna delle proposte di legge sul testamento biologico, nemmeno con quella di Ignazio Marino o con i testi più radicali, questo atto finale sarebbe possibile in assenza di una dichiarazione scritta e autografa della volontà di Eluana. Per questo ha senso costituzionale, come ha ben spiegato l’ex presidente della Corte Valerio Onida, un decreto che faccia arrivare Eluana viva al traguardo della nuova legge sul testamento biologico. La sua morte oggi renderebbe inutile il lavoro del legislatore, lasciando questo precedente con tutto il suo carico di pasticci e pressapochismo giuridico come un macigno da cui non potere più prescindere. Quando si dice che sul caso Englaro si è presenza di una sentenza passata in giudicato si afferma il falso. Ci sono tre sentenze di Cassazione e l’ultima afferma testualmente che al giudice «non può essere richiesto di ordinare l’interruzione di un trattamento sanitario, non costituente forma di accanimento terapeutico, come quello che si risolve nell’alimentazione artificiale tramite sondino nasogastrico». Questa non è una sentenza, è la decisione di Ponzio Pilato che tutto lascia aperto. E acqua da tutte le parti fa anche l’ordinanza della Corte di Appello di Milano, quella che stabilisce che si può staccare il sondino, ma bagnando le labbra ad Eluana per non fare vedere nulla all’esterno. Nemmeno una consulenza medica è stata chiesta da quei giudici per decidere questo: non avevano risorse finanziarie per il fascicolo. Quanto alla volontà di Eluana, è stato preso per buono il suo choc per il coma dello sciatore Leonardo David, che secondo i giudici lei avrebbe conosciuto a Lecco. David è entrato in coma nel 1979. Eluana aveva 9 anni. E con questo non c’è molto altro da aggiungere. E’ ai giudici che bisogna staccare la spina…





