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Anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi. "Le elementari"

marco | 11 marzo 2009

di Pierluigi Magnaschi

Le scuole elementari si trovavano al primo piano del Castello che oggi ospita l’amministrazione comunale. Un quadrilatero edilizio che si snodava attraverso un lungo corridoio sul quale si affacciavano le classi. Dopo aver salito uno scalone imponente, di tipo regal-patrizio, si arrivava al primo piano dove, appena vi ci si affacciavano, i bambini giravano subito a destra e la bambine a sinistra. Fra questi due gruppi di scolari non c’era alcuna possibilità di miscelazione, né in classe, né, tanto meno, durante la ricreazione. Bambini e bambine erano considerati e vissuti come due mondi diversi, fra di loro assolutamente impermeabili, separati ermeticamente e concretamente incomunicabili. Inoltre, dalla classe insegnante delle scuole elementari, già da allora, stavano scomparendo gli uomini. Ne restavano pochissimi, anche se validissimi. Ma la maggioranza schiacciante era, già allora, rappresentata da maestre.

L’insegnamento era molto rigido anche se non lo si percepiva come tale perché tutta la società, allora, era rigida. Gli scolari, anche se nessuno lo diceva e nemmeno lo avrebbe ammesso, erano considerati dei soldatini, che dovevano solo obbedire, come se, appunto, fossero in una caserma. Era un mondo alla De Amicis dove tutti si impegnavano, a partire dalle maestre, e dove gli sfaticati erano considerati dei renitenti all’impegno; i dislessici, dei ragazzi che non volevano stare attenti e gli ipercinetici dei rompicoglioni da mettere a posto con modi energici.

Il modello, non sussurrato ma proclamato a pieni polmoni, era quello di Vittorio Alfieri, il poeta (non a caso, tragico) del Settecento che, per riuscire ad avere successo nella vita, si era addirittura fatto legare alla sedia “al fine di puntualmente adempiere ai suoi doveri fino in fondo” e si era dato per motto quel “volli, volli, fortissimamamente volli” che adesso farebbe ridere ma che allora faceva pensare.

Naturalmente, anche in un clima implacabilmente doveristico come quello delle elementari negli Anni Cinquanta c’erano anche i piccoli ma cocciuti contestatori delle regole condivise da tutti gli altri. Erano ragazzi che non avevano bisogno di aspettare il ’68 per dire no. Un mio compagno delle elementari (chiamiamolo Giovanni) aveva il vizio di non lavarsi mai. Non solo il corpo (in questo caso avrebbe avuto delle attenuanti perché non aveva, in casa, né la doccia, né il bagno) ma anche le sole mani. Ogni giorno, Giovanni si presentava con delle mani cosi nere e così incrostate dallo sporco che sembrava fossero state mummificate. E il maestro, tutte le mattine, dopo aver compilato il registro, chiamava Giovanni vicino alla cattedra. Poi gli faceva mettere le mani sulla scrivania. In un silenzio di tomba, sollevava, con circospezione, le maniche di Giovanni e quindi, dopo aver fatto una veloce piroetta, gli assestava sulle dita una bacchettata tremenda, mentre Giovanni, sporco ma stoico, non faceva una piega.

All’operazione seguiva la successiva ingiunzione di presentarsi il giorno dopo con le mani pulite. Il giorno dopo, però, l’operazione era la stessa. E il giorno dopo ancora, idem. E, ogni volta, l’esibizione delle mani di Giovanni, si concludeva con un altro track, un’altra botta secca come una scudisciata. Non ricordo bene come sia finita, questa vicenda, che, in ogni caso, durò moltissimo, almeno per i miei gusti. Inespressi, si intende. Ma, secondo me, non si concluse mai. Il maestro, per non perdere del tutto la sua autorevolezza, a un certo punto, deve essersi stancato di bacchettarlo. Anche perché, per rafforzare la sua pressione, non avrebbe potuto convocare i genitori di Giovanni. Non lo fece, non per paura di prenderle, come capiterebbe adesso, ma perché i genitori di Giovanni erano molto più sporchi del figlio e quindi, per giustizia, avrebbe dovuto bacchettare anche loro.

Ma la cosa che mi è rimasta più impressa di tutte la mia scuola elementare è stato il “canto corale” che mi ha indelebilmente segnato. Non a caso, fin da piccolo, divenni un verdiano compulsivo; modellato cosi, per sempre. Nel Dna si direbbe oggi. Eravamo in tanti a cantare, ragazzi e ragazze. Riuniti (pur restando divisi, ci mancherebbe altro) nella Sala Bot. Quando intonavamo “Arpa d’or dei fatidici vati” mi sembrava di entrare nel motore di un jet. Non capivo come, da quei corpicini fragili, potesse uscire un boato del genere. Anch’io mi gonfiavo tutto, trasportato dall’impeto di questa musica che mi possedeva interamente e, nello stesso tempo, mi fondeva con tutti gli altri.

E pensare che, solo pochi secondi prima, avevamo cominciato a cantare, sommessamente, quasi senza farci sentire, la prima riga di quel coro struggente che diceva :“Va pensiero sull’ali dorate” mentre il maestro, piegato in due, con la fronte spiegazzata da rughe imperative, la testa spostata in avanti, la bocca dilatata in una smorfia smisurata e i denti esibiti e incollati dai quali usciva un sssst minaccioso. Le sue braccia erano come quelle di un pellicano che faticosamente prende il volo. Le sue mani avevano le dita dispiegate come un ventaglio e venivano mosse dall’alto al basso per invitarci, disperatamente, a sussurrare, a sussurrare solo quella frase, come, diceva il maestro, se essa “venisse da lontano, da molto lontano, dall’infinito” e come “se essa stesse nascendo, adagio, adagio, dal nulla”. Ecco, sì, essa doveva essere un fremito leggero di parole e di note come se fosse “un fruscìo di farfalla”.

Ciò che avveniva allora (e forse avviene anche oggi) era la dedizione totale e l’immedesimazione in un ruolo. Non so se allora si facessero le cose bene, ma si voleva farle bene, fino in fondo. Il maestro, dirigendo il nostro coro di mocciosi e di mocciose, sudava come un vero direttore di orchestra alla Scala. E noi ci spremevamo al massimo delle nostre, certo modeste, capacità espressive. Forse cantavamo da schifo ma ci facevamo impressione lo stesso. Positiva, si intende.

Cantando assieme, sentivo che anche Giuseppe Verdi, quel simpatico vecchietto che avevo visto nelle foto sbiadite della Domenica del Corriere, era presente nella Sala Bot ed era compiaciuto nel vedere, attorno a lui, dei verdiani cosi piccoli ma anche cosi convinti e immedesimati. Non importa che non sapessimo che cosa fossero “l’aure dolci” che “olezzano tepide e molli” e che cosa significassero i “fatidici vati” né perché “l’Arpa d’or” si trovi nella strana situazione di essere “muta dal salice pendi” è ancor meno che cosa volesse dire “ci favella del tempo che fu”. Eppure, anche in questa confusione lessicale dove l’intero testo slittava nel non compreso come se fosse una slavina in primavera, sentivamo che nasceva da noi, cantando assieme, qualche cosa di grande e di inesplicabile: una comunità di bambini e di bambine diventava comunità, un insieme cioè di esseri, sulle note del coro del Nabucco che ancora oggi non posso sentire senza commuovermi, assieme a tante altre arie di Verdi che ho scoperto alle elementari e, se mi è consentito dire, (maestro Verdi, le chiedo perdono in anticipo) ho cantato nella sala Bot, dove eravamo circondati, come se fossero in cinemascope, dagli affreschi tecnicamente anticipatori del celebre pittore futurista Barbieri Osvaldo Terribile, detto Bot (che su Wikipedia viene associato ai Buoni ordinari del tesoro. Anch’essi Bot, infatti). Tali affreschi monumentali ritraevano, tra l’altro, un enorme avambraccio di pietra che, fuoriuscendo dal terreno, brandiva un moschetto ma soprattutto in essi c’era anche una formazione di aerei da guerra che spuntavano dall’orizzonte, in un cielo di un azzurro pallido, come se fossero dei giocattoli di legno. Mi piacevano molto, quegli apparecchi. E, tra una nota verdiana e l’altra, fantasticavo di essere alla loro guida come il Barone Rosso, quello con la sciarpa al collo, di cui, come in una favola, mi aveva parlato mio papà, giovane fante della prima guerra mondiale che lasciò a Motta di Livenza, a 19 anni, il suo braccio sinistro. “Che riposi in pace” diceva lui, scherzando. Concludendo poi con un sornione, ma anche triste: “Meglio lui che io”.

Un’altra attività che mi piaceva molto era la marcia, questa volta riservata solo ai bambini. Un, duè. Un, duè. Andavamo avanti indietro per il corridoio, appaiati. Ma attendevo, noi tutti attendevamo, il momento in cui il maestro, d’improvviso e senza una regola, diceva: “Passo!” e noi gli rispondevano, assieme, con una triplice calcagnata sul pavimento che faceva tremare l’edificio. O almeno cosi mi sembrava. Le ragazze intanto erano confinate nella loro classi a fare i lavori domestici, tipo maglia, rammendo, uncinetto e cosi via. Tutte attività che sarebbero poi state mandate in soffitta dagli abiti usa e getta ma che adesso, in periodo di crisi, potrebbero tornare ancora utili.

Negli anni Cinquanta non si gettava via nulla. Fino alla terza elementare (poi, per fortuna, mi divenne stretto) portavo un cappotto marrone scuro che era appartenuto a mio zio e forse, prima, chissà a chi altro. Era un cappotto rigido, molto rigido. Quando me lo toglievo, anziché appenderlo all’attaccapanni, mi divertivo a metterlo per terra e lui, anche senza di me, stava in piedi come se fosse un’armatura. Questa sua rigidità era probabilmente dovuta al fatto che il cappotto era imbottito da lunghi crini. Di tanto in tanto, ce n’era qualcuno che, stanco di stare nascosto, spuntava dalla stoffa. E allora io li sfilavo con cura. E li mostravo in giro, soddisfatto. Ce ne erano anche di 30 o 40 centimetri di lunghezza, neri e lucenti come la coda dell’equino dal quale, evidentemente, erano stati tagliati prima di mischiarli nel tessuto, cosi come si mette il ferro dentro il calcestruzzo. Io, in pratica, andavo quindi in giro immerso in uno scafandro che però era sempre meglio della giacchetta lisa con la quale alcuni amici, che venivano dalla campagna ed erano figli di poveri contadini, affrontavano il rigore del’inverno, arrivando a scuola camminando, silenziosi, tristi e chissà con che pensieri, piegati in avanti calpestando la neve come i poveretti che poi ho visto nel quadro del Bruegel dal titolo “Hunters in the snow” cacciatori nella neve.

THE END

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