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Anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi. "La scuola media"

marco | 30 marzo 2009

di Pierluigi Magnaschi

La mia permanenza nella scuole elementari era passata via liscia come l’olio. Lì avevo avuto una maestra nei primi tre anni e, secondo un modulo didattico allora in vigore e che rimase applicato fino a che non si esaurì la scorta di maestri, l’insegnante era poi stata sostituita da un maestro, negli ultimi due anni, cioè in quarta e in quinta. Maestra e maestro erano stati esigenti ma anche, rispettivamente, materni e paterni. Ci avevano fatto imparare a leggere, scrivere, far di conto e cantare e ci avevano amato di un amore commovente, forse anche perché erano insegnanti unici, sostitutivi in tutto e per tutto di quegli onniscienti che, per un bambino, pervaso dal pensiero magico-onnipotente, sono la mamma e il papà. Questi ultimi, del resto ci affidavano agli insegnati delle elementari, delegando loro l’intero compito formativo-culturale cosi come il paziente si affida al chirurgo di fiducia senza pretendere si spiegargli come deve essere operato.
Ma, alla fine delle scuole elementari, quasi a dimostrare che d’ora in poi sarebbe cambiata la musica, gli scolari che volevano proseguire negli studi, dovevano sostenere il cosiddetto esame di ammissione alla scuola media (che oggi non esiste più). Era un esame modesto, prevalentemente orientato a valutare l’espressione linguistica degli scolari. Ciò nonostante, l’esame di ammissione assumeva una valenza estremamente selettiva. Infatti non veniva sostenuto (o non veniva superato) da almeno il 60 per cento di coloro che aveva ottenuto la licenza elementare. Di conseguenza, nel passaggio dalla scuola elementare alla scuola media, cambiava tutto. Le classi dove avevano coabitatogli stessi ragazzi per cinque anni (la mobilità era ridottissima) si smembravano. Le nuove classi erano composte da nuovi compagni mai visti prima che venivano da tutto il comune e da alcune frazioni, anche lontane, dei comuni vicini.

Il maestro, come fonte unica di distribuzione delle conoscenze, cessava di operare e si moltiplicava nei diversi professori delle varie materie. Insomma, si usciva dal nido della famiglia-maestro, per andare verso un mondo meno sicuro e più complicato anche se era più vicino alla vita, con tutte le sue inevitabili contraddizioni e i suoi rischi. Me ne accorsi subito. E, purtroppo, nel peggiore dei modi possibili.

Il nostro professore di matematica era un ingegnere (o cosi, in ogni caso, si faceva chiamare) che veniva da Lugagnano e di cui, a distanza di 57 anni, ricordo ancora, perfettamente, il nome e il cognome, che qui non trascrivo per i motivi che si capiranno meglio in seguito. Questo professore era un piccoletto permanentemente nero di carnagione anche se allora non c’erano i raggi Uva. Assomigliava a quei tizi ai quali, nei processi nei film western che vidi successivamente, il giudice ingiunge: “Imputato, alzatevi!”. E loro, indicando le gambe corte, si scusavano rispondendo: “Vostro onore, sono già in piedi!”.

L’ingegnere arrivava da Lugagnano con una Topolino nera, un lusso a quel tempo. Entrava senza togliere il piede dall’acceleratore nello stretto andito che immetteva nel cortile della scuola, incurante dei molti ragazzi che erano in giro. Al massimo strombazzava. Scendeva dalla Topolino sbattendo la porta, senza peritarsi di chiuderla. Aveva sempre la sigaretta in bocca. La fumava come Gary Cooper, da maledetto. A noi poi spiegò, ripetutamente, che lo stipendio non gli bastava nemmeno per comprare le sigarette, inevitabilmente americane. Gli altri insegnanti erano poveri meridionali con, addosso, degli abiti lisi mentre l’ingegnere era sempre in doppio petto (strazzonato, a dire il vero) ed esibiva, in ogni occasione, la sua diversità rispetto agli altri professori. Non a caso, lui era un ingegnere.

Che fosse diverso come altezza lo si vedeva subito. Anche la cattiveria era immediatamente percepibile. Il resto doveva spiegarlo. E lui non mancava mai l’occasione per farlo. In uno dei primi giorni della prima media, l’ingegnere mi chiamò alla lavagna. Lui era seduto sulla cattedra, appeso, come al solito, alla sua sigaretta. Io uscìì subito dal banco. Ero in prima fila. Mi accostai alla cattedra. L’ingegnere invece scese dalla cattedra passandomi alle spalle. Io, senza voltarmi (non ne avevo ricevuto la richiesta e quindi restavo dove mi trovavo) attendevo che l’ingegnere mi facesse la domanda che però non veniva. In compenso mi arrivò, sul fondo schiena, un calcio cosi improvviso, impiegabile e poderoso che, lo ricordo come se stesse succedendo adesso, mi sentì sollevato dal suolo con tutti e due i piedi e poi, senza che mi rendessi conto di che cosa fosse successo, precipitai con tutto il mio peso contro la cattedra che, a sua volta, scivolò già dalla pedana.

Rialzatomi, davanti agli sguardi sgomenti dei miei amici di classe che non conoscevo ancora bene, chiesi sommessamente all’ingegnere che cosa avessi fatto per meritarmi un trattamento del genere. E lui, impassibile, come se fosse un passante a cui si chiedono delle informazioni sulla toponomastica, prima sputò una briciola di tabacco che gli era rimasta sulle labbra e poi, con distacco, come se non fosse successo nulla, mi disse che mi aveva sferrato “un calcio nel culo” (questo era il suo linguaggio) perché mi ero “soffiato il naso forte”. Tutto qui. “Torna al tuo posto”. L’ingegnere sapeva che allora nessuno avrebbe fatto parola di questo suo pesantissimo abuso. In casa, forse, non so, se ne avessi parlato, mi avrebbero detto che qualcosa di grave avrei certo fatto per meritarmi un simile trattamento. Meglio stare zitti.

Ma quell’ingiustizia mi rimase a lungo addosso. Quando feci la maturità, ed ero un ragazzone imponente e sportivo, ma avevo ancora sul gozzo quell’episodio che per me continuava ad essere inaccettabile, avevo quasi deciso di andare a Lugagnano, invitare l’ingegnere in un bar, prenderlo per la collottola e portarlo delicatamente a prendere il secondo drink nell’altro bar della piazza, senza fargli toccare terra con le sue gambette penzolanti, sotto l’occhio, spaventato o divertito, di tutti. Ritenevo che la mia non sarebbe stata una violenza, ma un aiuto. L’ingegnere, in mia compagnia, non si sarebbe stancato a fare dei passi per passare da un bar all’altro. Ma poi, fortunatamente, ebbe il sopravvento, in me, la ragionevolezza. E non ne feci nulla. Stia pure in pace dov’è, povero pirla. Chissà che cosa ha combinato d’altro, se è ancora al mondo, negli altri 57 anni, l’ingegnere a cui piaceva “dare calci in culo” ai suoi allievi?

Gli altri professori meridionali invece erano una delizia. Preparatissimi e poverissimi, con gli abiti risvoltati. L’unico inconveniente era che parlavano spesso in modo incomprensibile, con delle cadenze e delle pronunce indecifrabili. Il professore di latino, quando dettava la versione dal latino diceva: “Omnibusse et omminibusse”. Noi restavano con la penna in mano, interrogativi. Allora lui passava alla lavagna. Ma, come i farmacisti imparano a decifrare, sulle ricette, le più incomprensibili calligrafie dei medici, anche noi, ben presto, cominciammo a decifrare gli “omminubusse” dei professori meridionali. E per dare l’idea del livello dell’insegnamento impartito e dell’impegno profuso, alla fine della terza media avevo degli amici, figli di genitori semi-analfabeti, che parlavano decentemente in latino.

Molti nuovi amici in scuola media venivano da frazioni lontane. Il loro mezzo di locomozione era la bicicletta che inforcavano con qualsiasi tempo anche con la neve a mezza gamba o con la pioggia a dirotto. Nessuno si è mai lamentato dal freddo che ha preso o dall’acqua che lo ha inzuppato. Arrivavano in classe beati e felici come me che avevo fatto solo trecento metri per arrivare a scuola. Erano abituati al sacrificio. Venivano, ad esempio, da Diolo, una frazione del comune di Lugagnano. Il mattino andava bene, visto che la strada era in discesa. Ma il pomeriggio, dopo cinque ore di scuola, risalire la strada con solo un panino nello stomaco, doveva essere un’impresa molto difficile. Eppure, il giorno dopo arrivavano preparati come si avessero avuto tutto il pomeriggio libero.

Da Valconasso arrivava, sempre in bicicletta, un ragazzo grasso e tartaglione, simpaticissimo. Era il più ricco di tutti noi. O almeno sembrava. Ci voleva poco, tra l’altro. Si presentò vestito in principe di Galles e addirittura con una penna stilografica da lui subito dichiarata come un’autentica “Mooontblllaaaanc”, come diceva lui, con non poco sforzo. Una Montblanc, insomma. Mai sentita, giuro, prima d’allora. Il ragazzo pesava smisuratamente e tartagliava in un modo imbarazzante. Sparava brandelli di parole fra sibili e sussulti, ma non gliene fregava niente. Era un bisonte come forza. Ed era smisurato come intelligenza. Le sue interrogazioni duravano, comprensibilmente, sei volte più del normale ma era il più bravo di tutti. E nessuno si permetteva di prenderlo in giro. Tutti infatti sapevano che non sarebbero sopravvissuti a una sua sberla.

A occhio e croce la scuola media dei primi anni cinquanta era a livello del ginnasio di oggi. Riceveva dalle elementari dei ragazzi che

non facevano errori di grammatica e di ortografia e che, in poco tempo, acquisivano altre abilità in un contesto rigoroso ma anche piacevole. Nel quale i professori e le professoresse rigorosamente del Sud, si impegnavano per, dicevano allora, “costruire la classe dirigente del Paese”. Immaginate voi. Bambini trattati a adulti. Abituati subito ad esser messi alla prova senza rete. La selezione era sicuramente troppo precoce ma, altrettanto sicuramente, metteva i figli intelligenti dei poveri (e non erano pochi) nella condizione di fare il salto sociale grazie al loro impegno. Nessuno regalava niente. Tutti si guadagnavano tutto. Chi valeva, saliva indipendentemente dal blasone. E vero anche adesso?

THE END

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