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Cinema, i consigli di Pierluigi Magnaschi per non restare al buio. "Two lovers", "Luise-Michel"

marco | 15 aprile 2009

di Pierluigi Magnaschi

“Two lovers” di James Gray, con Gwyneth Paltrow, Joaquin Phoenix, Vinessa Shaw, Isabella Rossellini, ****
Visto nell’aprile 2009

Un film d’amore. Ma non dei soliti. Il regista, un quarantenne della scuola di Scorsese , già impegnato nel thriller poliziesco (“I padroni della notte”) si dedica, questa volta, a un thriller sentimentale. E lo fa da par suo. La vicenda è ambientata in una New York vera, che solo per pochi minuti è, come al solito, piena di luccichii, pailettes e ristoranti per vip ma che, per il resto, è quel che è: una città plumbea, squassata dalle urla incessanti dei treni che ansimano sulla metropolitana sopraelevata, ingabbiata in falansteri slabbrati dove i cittadini vicino come se fossero in celle.

Il film racconta la storia di un ragazzo ebreo, occupato nella lavanderia del padre e travolto emotivamente dalla fine precipitosa del suo amore. La sua ragazza, avendo saputo dall’analisi del Dna che da quel matrimonio sarebbero nati bambini affetti da una malattia che li avrebbe fatti morire entro il primo anno di vita, se ne è andata all’improvviso, senza lasciar traccia di sé. Il ragazzo tenta di suicidarsi lanciandosi nel fiume ma viene salvato. Un po’ perché lui, dopo essere finito nell’ acqua fredda, non vuol morire, e un po’ perché viene tirato fuori da improvvisati soccorritori. Ma siccome la vita e la natura sono incompatibili con i vuoti, nel giro di pochi giorni, il ragazzo incontra due donne: una voluta dalla sua famiglia, bella, modesta, rassegnata e sensibile. L’altra invece, tormentata, affascinante, spostata e vuotamente chic come solo le donne newyorchesi sanno essere, l’incontra per caso sullo squallido pianerottolo dell’immenso condominio. Il ragazzo quindi passa dal nulla al troppo. E’ attratto da entrambe le ragazze ma molto di più dalla radical chic inquieta, contradditoria, aperta e chiusa allo stesso tempo, una botola sentimentale, capace di passare dal riso al pianto nel giro di pochi secondi. Ma anche, a sua volta e a suo modo, autentica, anche quando cambia. La ragazza però non cerca un amore ma solo una spalla. Esso infatti è innamorata dell’avvocato socio dello studio nel quale lavora come segretaria. Il suo amante è un professionista contorto ma anche gonfio di soldi e purtuttavia già sposato con prole e non disposto a divorziare. La ragazza radical chic è attratta (anche se non si capisce bene, né come, né quanto) anche dal marginale dal cuore candido, pronto ad annientarsi pur di farsi sbranare.

Il film danza fra le famiglie tradizionali ebraiche del ragazzo e della sua fidanzata modesta e per bene e l’ambiente anonimo e senza radici che ha per orizzonte il mondo, delle professioni liberali. Un mondo drogato dall’arrivismo senza scrupoli, dai soldi a go-go e dalla droga pura e semplice (anche se questo aspetto lo si intuisce, pur senza mai esserne certi).

Il padre della scolorita ragazza per bene, che è un vitalista ebreo piccolo borghese, sta acquistando la lavanderia del padre del ragazzo (che invece è un uomo altrettanto ebreo e anche sfinito che vuol ritirarsi dal business di stirare le camice per conto di altri). Ma la fusione dei negozi, per essere pienamente soddisfacente, dovrebbe essere accompagnata dall’unione dei due primogeniti, uno dei quali però è svagato, dubbioso e renitente.

C’è infatti, in casuale agguato ai danni del flirt amorevolente programmato dai famigliari, la ragazza radical chic che complica tutto, sconvolgendo i piani delle due famiglie tradizionali, incamminate da sempre lungo i binari di un’esistenza tra-tran, che si snoda fra i riti ebraici e quelli della cassa delle lavanderie.

Il regista Gray volteggia, con una grande abilità funambolica, fra queste due donne e questi due ambienti. Rende, usando le due ragazze, la complessità del melting pot non riuscito nella città della Mela. Somma disperazioni di vario grado e colore. Aggroviglia (e scioglie) le matasse sentimentali.

Finalmente un film d’amore che non è melenso ma problematico, senza per questo essere ansiogeno o angosciante. E’, questo, un film senza messaggi espliciti. Non sceglie, non condanna, ma si limita a registrare, senza sposare alcun punto di vista morale o semplicemente esistenziale. E’ un film sulla complessità e la contradditorietà delle relazioni e dei desideri.

La scena della radical chic che (dalla squallida finestra del suo appartamento che, passando su un cortile che sa di baratro, sta davanti all’altrettanto modesta finestra dell’appartamentino del ragazzo ebreo) fa scorrere improvvisamente ed imprevedibilmente la sua camicetta, per mostrare all’amato, prima al ralenti e poi con il fermo immagine, il suo piccolissimo seno che poi ricopre lentamente, con nonchalance e con cura, è una pagina sublime di candore erotico. Un accecante messaggio animale che è anche psicologico ed esistenziale.

Straordinario il regista, perfetti gli attori. Persino l’aria permanentemente stupita e imbambolata di Isabella Rossellini, qui si è incontrata con il personaggio adatto. E ne è uscita una (inconsapevole?) recitazione straordinaria.

+ + +

“Luise-Michel” di Benoit Delépine e Gustave de Kerven, con Yolande Moreau, Bouly Lanners, Benoit Poelvoorde. **

Visto nell’aprile 2009

Un film, va detto subito, che è stato indebitamente lodato dalla critica italiana. Questo film infatti non sta in piedi, basato com’è su tesi, non surreali, come è stato scritto, ma semplicemente gracili come un grissino e stortignaccole come le gambe delle giapponesi.

La storia si basa sull’intesa fra dieci donne che hanno perso il posto di lavoro perché l’imprenditore ha svuotato, a loro insaputa, nel corso di una notte, l’intera fabbrica nella quale esse stavano lavorando nella Francia profonda senza altre occasioni di lavoro, per spostarla in un paese a retribuzioni più basse.

Saputo che ad ognuna di esse sarebbe spettata un’indennità di licenziamento di 2 mila euro, anziché intascarla in vista dei giorni magri, esse decidono di metterle in un fondo unico di 20 mila euro da destinare a un killer professionista, con l’incarico di far fuori l’imprenditore che le ha lasciate sul lastrico.

Il killer, va da sé, è un balordo pieno di chiacchiere e totalmente privo di sostanza criminale che, tenetevi forte, assolda, a sua volta, una cugina malata di cancro allo stato terminale e letteralmente incapace di stare in piedi, per eseguire l’omicidio. Ma, non ci crederete, la moribonda manca il bersaglio e fa fuori un altro. Allora il killer teorico assolda un vecchietto in carrozzella che, anche lui, pur essendo munito di un micidiale fucile a pompa, manca il bersaglio e, tenetevi sempre forte, finisce invece sotto un autobus urbano. Il seguito ve lo risparmio anche perchè è dello stesso tenore.

I critici, soffiandosi nella mani come Massimo D’Alema quando faceva frou-frou, hanno concluso che si tratta di una commedia surreale e per di più sociale. Post sub-prime, per intenderci. E’ invece, molto più semplicemente, un film alla De Funès, riproposto con un budget più ricco e attori un po’ più decenti, per prendere per il naso i critici disposti a cadere nella trappola.

A giudicare dal numero degli spettatori che lo hanno visto assieme a me in una sala immesna del centro di Milano (quattro persone) c’è da concludere che nella trappola sono caduti solo i critici, troppo presi a scovare i significati profondi delle pellicole per capire quelli evidenti e veri. Che qui erano, sul serio, molto pochi.

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