Gli Anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi. “Il peccato”

21 05 2009

di Pierluigi Magnaschi

E’ difficile spiegare, a chi è nato dopo gli Anni Cinquanta, il senso del peccato che era in vigore allora. Se si vuol semplificare (rendendo assolutamente l’idea, però) allora, in genere, era vietato tutto. Adesso invece è permesso tutto. Il senso di colpa era,allora, un sentimento esistenziale molto diffuso e generalmente condiviso. Non solo si veniva flagellati (metaforicamente, è chiaro). Ma, a un certo punto, si sentiva anche il bisogno di essere flagellati (sempre metaforicamente, mi raccomando). Insomma, il cilicio, sia pure metaforico, era, allora, un genere di largo consumo. I precetti, del resto, erano chiari. Gli obblighi pure. Non era quindi difficile sapere chi si metteva fuori dal recinto delle persone per bene (o che si autodefinivano tali).
Il controllo sociale, poi, era ferreo. Quando, per tornare a casa, attraversavo piazza XX Settembre, venendo dalla fermata dei Giardini dove si fermava la corriera da Piacenza, pur essendo io un ragazzino insignificante, venivo subito preso in carico da uno o più sguardi, quasi sempre di donne, spesso anziane, comunque sempre di vedetta. Quegli sguardi erano espressi negli interstizi delle persiane, o filtravano attraverso i portoni semichiusi, così come gli aerei che si avvicinano a un aeroporto, vengono presi in carico dai radar, e mai più abbandonati fino “ad atterraggio avvenuto”.

Anche il mio attraversamento a piedi di piazza XX Settembre era un percorso sorvegliato, assistito, monitorato, giudicato. Appena, a causa di qualche ostacolo fisico, sfuggivo alla presa di uno sguardo, venivo subito raccolto, o ghermito, o ospitato da un altro sguardo che aveva una migliore visibilità su di me.

Me li si sentivo sulla pelle, quegli sguardi muti, silenziosi, inquisitivi, interrogativi, diffidenti. E mi davano fastidio. Un enorme fastidio che però non mi permettevo di esprimere a nessuno perché, quelli, erano gli anni del grande silenzio. Ognuno si teneva per se le sue considerazioni e le sue difficoltà o i suoi fastidi.

Sarà anche per questo che, appena ho potuto, sono andato a vivere nelle grandi città, dove nessuno è interessato a me e dove mi sento libero, senza cinture di salvataggio, che io vivevo, e vivrei, come cinture di costrizione. Non ne sentivo e non ne sento proprio il bisogno.

Di tanto in tanto, il ferreo sistema di controllo “aereo” dava anche i suoi frutti, intendiamoci. Una volta, ad esempio, fu arrestata una banda di gaglioffi che aveva l’intenzione (l’intenzione, dico) di assalire la locale sede della Cassa di Risparmio. I banditi avevano delle facce foreste e, quella mattina, avevano fatto troppi giri attorno alla banca. Da qui il tam tam (allora non c’erano certo, né telefoni, nè cellulari) che ha provocato il successivo e “sollecito e preventivo intervento dell’Arma” che immobilizzò i banditi e trovò le armi, pronte ad essere usate, nella vettura dei tre ceffi che mai avrebbero pensato di poter essere arrestai prima del colpo.

In un paese di quel tipo, al controllo sociale cosi penetrante, si aggiungeva anche la presenza ossessiva di un cattolicesimo medioevale che, in fondo, era quello di quegli anni. Ho discusso a lungo con Bruno Grassi, che mi accompagna, con le sue straordinarie opere, in questa mia inchiesta sul nostro passato prossimo, sul tipo di quadro che avrebbe dovuto accompagnare il tema che sto trattando. E lui, alla fine, mi ha proposto di ricorrere all’Arcangelo Michele nella vicenda che viene ricordata nell’Apocalisse di Giovanni 12,7-8. Michele infatti è l’arcangelo che conduce gli altri angeli contro il drago, che rappresenta il demonio, e lo sconfigge. Ne è uscito un quadro trionfante, stupendo, e in fondo anche ottimista, tutto giocato sulle ali plocrome e avvolgenti dell’Arcangelo. Un quadro, quello di Grassi, che quindi descrive il drago, non solo sconfitto ma anche annientato.

Io, invece, quel drago ce lo avevo sempre attorno. Per un bambino degli anni Cinquanta, cattolico praticante (e non “praticone”, come poi mi spiegò Guglilemo Zucconi, mio maestro di giornalismo e di altro) quel mostro non era una sorta di King Kong, ma era una bestia immonda che ti seguiva dappresso e ti insidiava di continuo.

In chiesa, il prete, già enorme di per sé, con il suo sottanone nero e la cotta bianca, gridava a squarciagola che i peccatori sarebbero andati nella “Geeena!”. Ancora oggi non so che cosa sia, ‘sta “Geeena”. Non ho voluto nemmeno documentarmi. Ma, vedendo il prete che diventava paonazzo e si faceva strozzare quella parola in gola, capivo che doveva essere una roba terribile. I miei compagni che, anziché impressionarsi alla predica, bevevano il vino della messa cercando di non farsi accorgere dalla perpetua, la “Geeena” non la sentivano nemmeno. E, in ogni caso, non gliene fregava nulla. Io invece, che ero un ragazzino serio, uscivo impressionato da queste prediche.

Ero poi stiracchiato anche da diverse e contrapposte concezioni esistenziali. La maestra, che stava andando in pensione con la medaglia d’oro di “fedeltà all’insegnamento” dopo 50 anni ininterrotti di professione, ma che era ancora diritta come un fuso, anche perché era stata una fascistona (più di carattere che di fede) mi diceva sempre, dandomi sonore pacche sulla schiena,: “Stai diritto, alza il mento, guarda avanti!”.

Il direttore spirituale invece mi diceva che bisognava guardare costantemente per terra, per mortificare lo sguardo che, a suo dire, era la porta del demonio.

Insomma, a dieci anni, ero già tra l’incudine e il martello. Adottai quindi, per prudenza (o interesse?), una soluzione mediana, per cui, mentre tenevo gli occhi bassi, finivo per sbirciare ugualmente le ragazzine che incrociavo eche, a dire il vero, non trovavo molto demoniache.

Le cose non si mettevano bene nemmeno agli esercizi spirituali che di solito si svolgevano a Triuggio ed erano condotti da dei gesuiti. La predica sull’inferno, dove le anime disperate venivano descritte mentre venivano inghiottite a rotta di collo in un vortice di fuoco tra grida strozzate di disperazione e pentimenti ahimè tardivi, , veniva di solito tenuta dopo cena, quando il convento era ghermito dal buio. Poi, con l’ angoscia che si può immaginare in un bambino, dovevamo rientrare nelle nostre celle, attraversando infiniti corridoi bui e aggressivamente silenziosi e temendo di non farcela a guadagnare impunemente le lenzuola. Ecco perché quando leggo la peraltro stupenda “Opera al nero” di Marguerite Yourcenar, che si svolge in un medioevo angosciante e profondo, io mi trovo casa mia. Capisco tutto. io, quei posti e quelle situazioni li ho già conosciuti e vissuti.

Il peccato poi era sempre in agguato. Si poteva peccare, non solo facendo delle cose, ma addirittura si poteva peccare (la locuzione la ricordo ancora a memoria, come se fosse una giaculatoria) anche in “pensieri, parole, opere ed omissioni”. Insomma, non c’era proprio scampo.

Oltrettutto, nella mia stanza, proprio davanti al mio letto, i miei avevano avevano attaccato al muro (probabilmente perché non sapevano dove metterlo altrove) il quadro, fuori tempo massimo, con una fotografia in bianco e nero di Pio X (“detto Papa sarto”, diceva mio padre, e io lo immaginavo sempre con l’ago fra le mani e invece poi scoprì che faceva Sarto di cognome). Questo Papa, in qualsiasi posizione mi mettessi nella stanza, mi guardava sempre con l’aria corrucciata per cui, quando andavo a letto, mi infilavo di corsa e mi coprivo subito la faccia con le lenzuola per sfuggire il suo squardo inquisitore che io però avvertivo come se fosse di riprovazione. Sembrava che ce l’avesse con me.

Anche la Comunione era la conclusione di un percorso di macerazione e di colpevolizzazione che era sicuramente esagerato per un bambino. Bisognava confessarsi scrupolosamente, superare il cerchio di fuoco sempre in agguato del “quante volte, figliuolo?” e osservare il digiuno dalla notte precedente. Prima di far la Comunione non si poteva nemmeno bere. Spesso mi salvavo in corner, invocando la sbadataggine di un sorso d’acqua che dichiaravo essermi fatto sfuggire. Riuscivo cosi a giustificare il mio non accostarmi ai sacramenti che era invece dovuto a un, non altrimenti ammissibile, incidente di percorso.

Quando vedo oggi i fedeli che, spesso senza confessarsi, si avviano a prender l’ostia gioiosi (e sovente anche impuniti?) ricordo il penoso e macerante percorso di guerra che facevano, fin dalla loro prima infanzia, tutti i cattolici fino agli anni Cinquanta. I quali non si permettevano certo di prendere, come oggi, l’ostia in mano perché sarebbero stati fulminati dal prete e dai pii vicini. L’ostia era qualcosa di immenso, irraggiungibile, distante, pericoloso. Meno male che le cose sono cambiate. Peccato però aver vissuto, allora, un’infanzia così. Da cattolico praticante.

THE END



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