Le leggi elettorali rispondono agli interessi, non ai princìpi
marco | 22 maggio 2009
di Pierluigi Magnaschi
I partiti, specie quelli di sinistra, cercano sempre di far capire che le posizioni da loro assunte, obbediscono sempre a criteri morali e quindi, per definizione, i loro, sono criteri, non solo alti, ma anche immodificabili. Sull’etica infatti, come si sa, non si transige. In teoria, però. Capire, con scettica curiosità, le vere motivazioni delle scelte politiche, non fa riempire le piazze ma fa crescere intellettualmente il Paese. I partiti invece, specie quelli di sinistra, amano l’elettorato fedele, mobilitabile. Elettori disposti a schierarsi sotto le bandiere e gli slogan che vengono preparati per loro, di volta in volta. Alla democrazia servono invece quelli che Giuseppe Prezzolini chiamava gli apòti, cioè coloro che non la bevono, che sono scettici, che vogliono capire e che poi, in ogni caso, non si mobilitano.
Prendiamo il referendum elettorale di modifica della legge elettorale vigente. Se vince il “si”, alla lista che prende più voti (anche se meno del 50%) ad essa verranno assegnati il 55% dei seggi in parlamento. Quando venne proposto questo referendum, Veltroni stava varando il Pd che era il partito più votato. Di conseguenza, in base a motivi di puro interesse, sia pure legittimi, ma non certo per difendere la democrazia, come si stava dicendo, il Pd era favorevolissimo al referendum mentre Forza Italia, sempre il suo interesse, lo vedeva come il fumo negli occhi.
Successivamente però Silvio Berlusconi ha varato il Pdl che, anche a seguito della successiva crisi del Pd, è diventato il partito più forte. Da qui il capovolgimento della sua posizione. Visto che il “si” al referendum elettorale “adesso” favorirebbe il Pdl, il partito di Berlusconi, rimangiandosi il già detto, ha dichiarato di scegliere il “si” nonostante che la sua maggioranza sia sostenuta da un partito, la Lega, che si oppone al “si”. E anche la Lega è per il “no”, non per motivi ideali, ma solo perché, se passasse il referendum, essa verrebbe resa irrilevante politicamente.
L’Idv, visto che Antonio Di Pietro, essendo solo al comando, può cambiare parere quando vuole, da forsennato raccoglitore di firme a favore del referendum, si è trasformato in un feroce avversario dopo che ha deciso di non entrare nel Pd.
Il Pd invece, sia pure con molte difficoltà, ribadisce che voterà “si” al referendum. Ma basterà attendere qualche settimana per capire che non farà nulla per mobilitare il suo elettorato. Il Pd sarà anche “morale” ma non è fesso. Non userà quindi i suoi votanti per assicurare una solida maggioranza a Berlusconi. Un conto è quando il Pd era in testa ma adesso che è il secondo partito, meglio, molto meglio tenersi l’aborrito, un tempo, “Porcellum”. Adesso, per il Pd, il “Porcellum” non è poi cosi brutto.





