Cinema, i consigli di Pierluigi Magnaschi per non restare al buio. "Questione di cuore"
marco | 30 maggio 2009
di Pierluigi Magnaschi
“Questione di cuore” di Francesca Archibugi con Kim Rossi Stuart, Antonio Albanese, M.Ramazzotti, visto nell’aprile 2009 **
C’è qualcosa che non va. Non capisco infatti come la critica italiana, quasi unanimemente, abbia attribuito a questo film modesto e non riuscito di una regista di talento, addirittura quattro asterischi. Mi viene il dubbio (che subito respingo, però) che chi ha giudicato in questo modo il film di Francesca Archibugi non l’abbia visto e si sia fidato del nome della regista che infatti, merita quella considerazione e quel rispetto che si è guadagnata grazie ad alcuni suoi bei film precedenti.
A dimostrazione che la regia di questo film è svogliata è la circostanza che l’unico attore che recita in un modo straordinario è il superlativo Kim Rossi Stuart mentre Antonio Albanese, sempre gradevole, si limita a recitare se stesso. Il primo recita bene perché è uno straordinario attore. E il secondo recita solo se stesso perché non ha trovato una regista che ha saputo tenerlo in pugno.
Per non parlare delle figure di contorno, rese bozzettisticamente in un contesto all’amatriciana che comincia a diventare rancido, tanto è ripetitivo.
Rossi Stuart dicevo che, in questo film, si conferma come il miglior attore italiano della sua generazione. Mentre Albanese recita la parte di un infartuato che giace in terapia intensiva ma che è anche incomprensibilmente vispo come un fringuello (perché Albanese è fatto cosi; e, recitando se stesso, da sano, non poteva che recitare cosi) Rossi Stuart recita in modo sublime il suo ruolo esprimendo fino in fondo lo smarrimento dell’infartuato nel pieno dell’età. Uno smarrimento fatto di sofferenza ma soprattutto di paura che l’infarto si ripresenti e finisca per avere la meglio.
Da qui l’occhio smarrito, i lineamenti tirati, il pensiero altrove, anche quando parla di cose precise. Si capisce che le parole di Rossi Stuard vanno in una direzione, mentre il subbuglio delle sue paure e delle sue angosce va in tutt’altra direzione. In mezzo a questo groviglio di emozioni c’è un giovane che non è più giovane. Che si prepara al peggio. Che si estranea a tutto anche quando, una volta dimesso, riscopre la sua professione tanto amata.
Il resto è paccottiglia, cinematografia acqaurellata, dove tutto è banale, risaputo, convenzionale, ovvio. L’Archibugi tenta di tirare dentro in questo film, che dispone di una storia che sarebbe bastata a se stesso, anche bolsi temi sociali (proprio perché accennati e non affrontati) come la multietnicità crescente di Roma, gli scontri fra immigrati, l’insofferenza del popolino (o popolaccio) romano contro questi nuovi arrivati. Insomma “Questione di cuore” è un film mancato. Conclusione? Due asterischi sono anche troppi.
THE END





