Il referendum e le strane coppie
marco | 13 giugno 2009
Per la schedina del Totocalcio contano tre segni, 1, X e 2. Per il referendum ne bastano due o sul sì o sul no. In quest’ultimo caso però basterebbe non andare a votare per non arrivare al quorum e quindi invalidare la consultazione elettorale. Ma quest’anno ci sono i ballottaggi e quindi chi non si presenta al seggio potrebbe essere accusato di non aver appoggiato il candidato di bandiera. Ecco perché tutti i big della politica si trovano davanti al dubbio. L’escamotage c’è, come suggeriscono i leghisti, andare a votare per le amministrative e non ritirare la scheda del referendum. Ma un politico che si rispetti non può trascinarsi il segreto nell’urna. Non siamo in aula. Semmai si può cambiare cavallo in corsa, un po’ come hanno fatto Di Pietro e l’Italia dei Valori.
Silvio Berlusconi invece ha promesso alla Lega Nord di non fare campagna elettorale per il referendum ma di votare per il sì. Gianfranco Fini è da sempre in prima fila per il sì e di sicuro non cambierà idea. Anzi, questo sembra quasi il suo referendum: in pratica chi voterà per il sì sarà come se desse una preferenza al presidente della camera, visto come si è battuto. Il fronte del sì è bipartisan. Voteranno a favore Andrea Ronchi, Altero Matteoli, Gianfranco Rotondi, Giorgia Meloni. La maggior parte della componente di An è schierata per il sì. Qualcuno invece, come Maurizio Gasparri, non si è ancora espresso esplicitamente.
Sono per il sì anche il leader del Pd, Dario Franceschini, l’ex segretario Walter Veltroni e Massimo D’Alema (per una volta uniti), molte delle nuove leve del partito a cominciare da Debora Serracchiani.
Sull’altra riva, quella del no, troviamo l’ex presidente del senato, Franco Marini, Francesco Rutelli, Goffredo Bettini, Nicola Latorre (orientato verso l’astensione), Linda Lanzillotta. Mentre Enrico Letta e Piero Fassino non hanno ancora sciolto le ultime riserve. Nel Pdl sono per il no: Fabrizio Cicchitto e Mario Landolfi, polemico quest’ultimo: «Su certe questioni una grande forza politica come la nostra non si trincera dietro il comodo paravento delle scelte individuali ma adotta decisioni partecipate, chiare, comprensibili e le propone agli elettori, liberi di accettarle o di respingerle. Per quello che mi riguarda, il 21 giugno non andrò a votare perché ritengo superato il quesito referendario». Sono per il no tutti i partiti a rischio sbarramento che si uniscono a Lega, Idv e Udc già nettamente schierati. Il presidente del senato Renato Schifani si è espresso così: «Io andrò a votare. È un obbligo civile, un dovere istituzionale ma non dico come voterò perché fa parte di scelte politiche che preferisco tenere per me e ricopro una funzione super partes».
Ignazio La Russa la pensa così: «Vado a votare. L’ho sempre detto, tra l’altro a Milano c’è pure il ballottagio, quindi che faccio? Vado e voto sì. Trovo giusto che il partito non si impegni direttamente a fare una campagna perché i referendum attraversano coalizioni, partiti, aree di partito. Mi impegnerò in questi 15 giorni soprattutto per i ballottaggi.
Denis Verdini voterà sì («La mia è una posizione personale»).





