Gli anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi. “I primi amori”
30 06 2009
di Pierluigi Magnaschi
Un giorno un finto-serio Renzo Arbore chiese al suo amico Gianni Boncompagni: “Com’erano le donne nella tua città, Grosseto, quando tu eri un ragazzo?”. Boncompagni, strabuzzando gli occhi, prese tempo. Sembrava non intendesse rispondere. Ma poi, con un moto di sorpresa, rispose ugualmente alla domanda di Arbore con un’altra domanda: “Ma c’erano le donne, a Grosseto, quando io ero giovane?”. Poi spiegò che, per mancanza di donne locali, lui era stato costretto a emigrare, quando aveva solo 18 anni, in Svezia, dove si sposò anche, e dove rimase dieci anni, imparando persino la lingua locale. Un giorno, preso dalla nostalgia, tornò a casa. Arrivato in volo a Fiumicino, prese, da Roma, il treno per Grosseto. Avvicinandosi alla stazione della sua città, si preparò vicino alla porta di uscita, pronto a scendere dal treno con il suo bagaglio. Ma quando, a treno quasi fermo, sentì gracchiare dall’altoparlante: “Grosseto, stazione di Grosseto” fu preso da una voglia incontenibile di tornare subito sui suoi passi, da dove era arrivato.
Le cose, grosso modo, non era molto diverse, negli Anni Cinquanta, nel Piacentino. Le donne giovani erano infatti sotto alta sorveglianza. Rappresentando un pericolo (soprattutto per loro stesse) venivano tutelate in ogni modo. Quelli erano tempi in cui molte ventenni credevano ancora che si potesse rimanere incinte con un bacio e nei quali, non esistendo la pillola, il rischio di trasformare qualche entusiasmo emotivo in una gravidanza indesiderata era molto alto. E gli incidenti di percorso, diciamo cosi, non erano ovviabili con l’aborto, allora praticamente impossibile, troppo rischioso e costoso com’era, e spesso ritenuto anche moralmente inaccettabile dalla maggioranza della popolazione, o giù di lì.
Erano tempi in cui, al seguito dei fidanzati, venivano inviati i fratelli più piccoli che però, i lazzaroni, esprimevano, di solito, un’attenzione modesta ed inaffidabile. Per farli distrarre, bastava un ghiacciolo. Erano insomma dei flebili “guardiani per la tutela della moralità pubblica” del tipo di quelli che oggi, anche se con molta maggiore efficacia, vengono squinzagliati dai mullah per le strade di Teheran. D’altra parte il giacciolo durava poco. Un po’ perché faceva caldo. E un pò perché il moccioso, che non era abituato a mangiarsene molti, se lo succhiava voracemente e quindi faceva presto a rifarsi vivo. Spesso in modo piagnucoloso (“andiamo a casa” o “lo dico alla mamma”). Per cui i fidanzati combinavano poco.
Oltrettutto, i fidanzatini non disponevano di mezzi di locomozione superiori alla bicicletta e, per di più, andavano in giro, e solo di giorno, in un paese che era costantemente monitorizzato in modo ruspante ma anche implacabile dalle numerose beghine che erano instancabilmente di vedetta dietro le persiane, assicurando una sorveglianza a tappeto più efficace di quella che si sarebbe potuta fare, se agli angoli delle strade, fosse stato installato un centinaio di telecamere sempre in funzione.
Concludendo, le ragazze ammodo erano terrorizzate dal rischio di una gravidanza inattesa, dal controllo delle beghine, dalla tutela della loro immagine pubblica. Ci voleva molto poco per passare per delle poco di buono e, a quel punto, la frittata era fatta, anche perché, allora, non dovendo nemmeno fare il servizio militare come i ragazzi, lontano da casa, la loro vita cominciava e si concludeva nel paese dove esse erano nate e quindi, se si sbagliava una mossa, non c’erano tempi affettivi supplementari da giocare; né scappatoie, o subordinate, o diversioni amorose da poter scegliere.
Il momento di maggiore libertà, relativa si intende, arrivava d’estate quando si andava in vacanza, magari con la parrocchia, in campeggio in montagna perché lì, grazie al freddo, c’erano meno tentazioni che al mare, nota destinazione per i licenziosi, salvo che se trattasse di una colonia estiva ma, in questo caso, non c’erano pericoli perché si trattava di un vero e proprio campo di concentramento estivo per minori. Tutta un’altra cosa, insomma.
Oppure si andava in villeggiatura a San Michele di Morfasso, che era il nostro Saint Moritz, non a caso definito “ridente località della Val Chero” dallo stitico ma anche generoso depliant dell’Ente provinciale del turismo. Un’espressione (“ridente”) che però non ho mai trovato sul viso degli abitanti di allora. Ma fa lo stesso.
Quando andammo in villeggiatura a San Michele, nell’albergo della famiglia Rapaccioli, cucina ruspante e strepitosa, eravamo sui 16 anni. E fu lì che incontrammo tre ragazze di Fiorenzuola della nostra età. Per un ragazzo imbranato di Carpaneto incontrare delle ragazze di Fiorenzuola disinvolte (nel senso che sorridevano quando le salutavi. Che avete pensato?) era come essere stati catapultati a New York senza preparazione o paracadute.
Per noi, vedendole, fu come essere stati investiti da un tornado. Poi ho saputo che era un problema di testosterone, un ormone, questo, di cui, allora, fortunatamente, nessuno di noi sapeva nulla, perché, questa conoscenza, scientificamente ineccepibile, togliendo il mistero che motivava le nostre emozioni, avrebbe banalizzato tutto.
Sulle prime, tememmo che quelle ragazze, scese inaspettatamente dalla polverosa corriera dell’Agi, immerse fra donne sdentate con i fazzolettoni in testa, le gonne nere fino ai piedi e i cestoni della spesa al braccio, fossero un miraggio. Queste ragazze infatti ci sembravano irreali, fuori posto. Erano infatti bellissime, frizzanti, vaporose, primaverili, sgarzoline. Portavano, innocentemente, delle gonne mozzafiato che non avevamo mai visto prima di allora. Erano delle gonne al ginocchio (una rarità, allora. Erano una rarità, in genere, ma, in ispecie, a San Michele di Morfasso, alle falde del Monte Moria, un monte che, nemmeno lui, ne sono sicuro, prima di allora, aveva mai visto delle cose cosi emozionanti).
Le gonne di quelle ragazze scese da un altro pianeta erano tenute gonfie da una sorta di sottogonna di plastica. Anche questa, non l’avevamo mai vista prima di allora. Le gonne diventavano così delle leggere delizie che sbocciavano naturalmente, partendo da quei vitini da adolescenti. Queste gonne frusciavano magicamente mentre le ragazze di Fiorenzuola avanzavano, creando turbamenti di cui sicuramente loro non si rendevano conto (o eravamo noi, gli ingenui?).
Le ragazze camminavano leggere, tra un sasso e l’altro, sugli scoscesi viottoli di montagna che, spesso, erano punteggiati dai vistosi e spappolati ricordi lasciati, en passant, dalle vacche che, sugli stessi viottoli, andavano, scampanando, al pascolo.
Questo insieme di contraddizioni, lungi dal deprimere l’appeal delle ragazze fiorenzuolane, lo esaltava. Loro dribblavano i pericoli disseminati sul suolo come se avessero a che fare con delle evidenti mine anticarro. Procedevano con la stessa schifata disinvoltura che poi, per motivi professionali, ho visto esibire dalle mannequines nelle grandi sfilate di moda che però non suscitano nessuna emozione perché , in questo caso, le mannequines sono tante, tutte troppo belle da sembrare fatte con uno stampino come i tortelli e poi non ne vedevi nessuna in particolare perchè sfilavano alla velocità del gruppo al Giro d’Italia.
Un giorno, le tre ragazze di Fiorenzuola, ci invitarono, nel primo pomeriggio, a casa loro dove c’era la mamma di una di loro (ma non si vide mai. Me la immagino longeva. e se lo meriterebbe. Per cui: grazie signora, sia pure mezzo secolo dopo).
Le ragazze avevano un giradischi. E anche un disco di vinile da 78 giri che conteneva dei tanghi. Uno solo di noi sapeva ballare: gli altri, sapevano solo stringere. Ci arrangiammo. Nel senso che tentammo di afferrare le ragazze (che dico, tentammo di avvicinarci) ma fummo subito dissuasi dalle loro braccia diventate improvvisamente legnose. Sembrano quelle di un manichino.
C’era poi un inconveniente ulteriore. La loro casa che, tra l’altro, aveva una certa pretesa rispetto alla catapecchie vicine, non era ancora stata raggiunta dalla luce elettrica che era sconosciuta nella zona. Ragion per cui il giradischi doveva essere azionato a mano, girando vorticosamente una manovella, prima di partire. La manovella, evidentemente, alimentava una specie di dinamo che, a sua volta, faceva girare il piatto con su il disco. La carica però non durava per tutto il tango. Per cui, prima, il piatto del giradischi, ansimando, rallentava il numero dei giri. E quindi la musica, da languida che già era, diventava progressivamente ancora più svenevole. Fino a che uno di noi, sia pure a malincuore, abbandonava la compagna, e si avventava sulla manovella per ridare fiato, a beneficio di tutti, a quella musica che si stava afflosciando per mancanza di energia.
In quegli anni, i rapporti con le ragazze erano soprattutto di tipo oculistico. I giovani che si piacevano, si guardavano. “Guardare e non toccare e una cosa da imparare” era una filastrocca che tutti noi ci sentivamo ossessivamente ripetere, fin da piccoli e fino alla noia. Si riferiva alla merce esposta, ai piatti prima di cominciare a mangiare e cosi via. Ma aveva anche un risvolto erotico. E a quei tempi, l’organo più erotico disponibile erano gli occhi. Non che le ragazze ti guardassero sempre con comprensibile avidità. Noi, sì, sempre. Loro, no, quasi mai.
A dire il vero, loro facevano di peggio. Ti guardavano una volta con lo sguardo che ti perforava. Noi avevamo la sensazione di essere stati investiti, non da uno sguardo solo, ma da un’immensità di sguardi fra di loro avvinghiati, una sorta di laserone, di laser spropositato.
La volta successiva, però, mentre tentavo di risintonizzarmi sulla stessa sconvolgente lunghezza d’onda, la ragazza che il giorno prima mi aveva infilzato come uno spiedino, non mi guardava affatto. Anzi, faceva di peggio. Se non mi avesse guardato, io avrei potuto avere l’alibi di pensare che non mi aveva visto, o che si sentiva sorvegliata per cui, per comprensibile prudenza, lei stava sulle sue. Quel che è peggio è che lei invece mi guardava. Eccome. Ma lo faceva come mi avrebbe guardato mia sorella o mia madre. In un modo normale cioè, senza elettricità, magia, frastuono, clangore. Non c’era traccia, nel suo sguardo, del passato e non lontano furore che, a quel punto, mi veniva di pensare, che fosse stato soltanto mio. O forse no. Chissà. Ecco, la mia adolescenza è stata connotata da una miriade di chissà.
Ciò nonostante, quegli sguardi, sono stati, per me, una benedizione esistenziale. Non ricordo nemmeno, a dire il vero, salvo qualche eccezione, da chi provenissero. Ricordo solo che ci sono stati. E credo che oggi, i giovani, così esibiti, così disponibili, così spogliati, così evidenti, così prevedibili, così espliciti, abbiano guadagnato tante cose ma abbiano anche perso il fascino del nascondimento, della irraggiungibilità, del mistero, della duplicità, del dubbio.
Erano, quelli, vincoli lancinanti. Eppure formativi. Alimentavano il mistero, immenso, sacro e, alla fine, anche imperscrutabile fino in fondo, della sessualità tanto agognata. L’opposto del self service.
Allora, intendiamoci bene, anch’io avrei desiderato il self service. Ma è stato bene, per me, non averne potuto usufruire. Ho capito, prima che me lo spiegasse Giacomo Leopardi con il suo “Sabato del villaggio”, che il desiderio si nutre di attesa. Viene ricompensato dal non consumo. Il desiderio, di qualsiasi cosa, è una nuvola che, purtroppo, evapora quando credi di averla in mano. Ecco perché gli straricchi sono spesso disperati. Avendo tutto, sono privi di desideri. O meglio, hanno solo i desideri che non si possono comperare. Che poi sono quelli più importanti.
Non c’è, ne sono sicuro, incontro possibile più intenso ed emotivamente deflagrante di quegli sguardi fra due esseri che, alle volte, sapevano che, pur fulminandosi reciprocamente, non si sarebbero mai più incontrati. Ma quegli squadri e quegli esseri, così fragili, cosi transeunti, si sono incontrati. E, in un attimo, anche se erano lontani, è successo tutto.
THE END



















