Virman Cusenza, il riscatto del Sud comincia dal Mattino
marco | 21 agosto 2009
Nel valzer dei direttori di questa pazza estate forse la sua nomina è stata quella passata di più in secondo piano. Non perché fosse meno prestigiosa delle altre, anzi, dirigere il Mattino non è cosa da poco conto. Tuttavia diventare direttore nelle stesse ore del caso Feltri-Giordano non è certo la migliore situazione per avere articoli e paginate. E’ come quando cade un aereo con a bordo un personaggio conosciuto: gli altri, inesorabilmente, finiscono nelle brevi. Ma Virman Cusenza ha saputo conquistarsi con abilità il suo posto al sole. Con un’idea originale e innovativa. Una trovata goliardica, ma nello stesso tempo pungente. Una provocazione fatta con l’unico scopo di far riflettere. Stiamo parlando della traduzione di un testo di Umberto Bossi in lingua napoletana (sotto il Vesuvio nessuno osa parlare di dialetto). L’iniziativa è piaciuta (un po’ meno alla Padania che ha replicato) e non è scaduta nel becero, se si fa eccezione per qualche commento di eccessivo campanelismo comparso sul sito del Mattino. Cusenza è siciliano, ha cominciato al Giornale di Sicilia. Poi nel 1987 ha preso armi e bagagli e si è trasferito da Palermo a Milano per rispondere alla chiamata del Giornale di Montanelli. Ha seguito la cronaca nazionale, in particolare i fatti di nera della criminalià organizzata nel Meridione. Quello stesso Meridione a cui è molto affezionato. Come ha già scritto nel fondo di insediamento, il suo principale augurio è che tornino al Sud tutti quei cervelli e quelle individualità costretti a emigrare al Nord per avere più mercato e maggiori soddisfazioni. Sulla stessa lunghezza d’onda di quanto accaduto a lui, tornato a Napoli a dirigere il quotidiano più blasonato del Mezzogiorno, dopo le esperienze a Milano e Roma. Già, Roma. Nella capitale Cusenza è approdato nel 1992. Ha seguito le vicende delle stragi di Capaci e di via d’Amelio e poi nel 1994, con Vittorio Feltri direttore, è stato inventato cronista parlamentare da Andrea Pucci, attuale direttore dell’AdnKronos. Un impegno assunto con la stessa determinazione e quel pizzico di malizia che aveva messo in mostra già a Milano, quando cominciò ad occuparsi della giudiziaria. A cominciato a far parte delle truppe d’assalto che seguivano la scesa in campo di Silvio Berlusconi. Con lui Augusto Minzolini, Maria Latella, Vittorio Testa, Umberto La Rocca. Poi nel ’98 il passaggio al Messaggero, nella squadra dell’editore Caltagirone. In verità prima c’era stata anche un’esperienza alla Rai con un programma “Uno di notte” con Andrea Purgatori. Ma l’anno sabatico del 2007 l’ha trasformato (si tratta però non di un anno ma soltanto di qualche mese). Si è recato a Londra a studiare il fenomento editoriale dell’Indipendent e delle sue sinergie, scoprendo un’organizzazione che permetteva al gruppo di sopperire ai primi segni tangenti della crisi con il lancio di forze nuove, di galoppini con tanta voglia di crescere e di emergere. Ancora oggi ripete spesso che la crisi è un’occasione per crescere. E a chi gli dice di aver paura della trasformazione dei giornali dalla carta stampata all’on line lui risponde così: «chi oggi guida l’auto non rimpiange i cavalli».
Tra i suoi colpi giornalistici ci sono l’intervista a Bettino Craxi ad Hammamet, lo scoop su Buscetta che sarebbe andato a deporre all’Antimafia, gli incontri segreti, raccontati uno a uno, tra Berlusconi e D’Alema ai tempi della bicamerale. Ma se Cusenza dovesse scegliere un solo pezzo da incorniciare opterebbe per la sua inchiesta in due puntate, datata 1985 e pubblicata sul Giornale di Sicilia, sulle università di Oxford e Cambridge. Ci andò a sue spese per poi tornare e raccontare tutto quello che aveva visto. Finì in terza pagina. E per un ragazzo della sua età non fu cosa da poco conto. Come, del resto, 24 anni dopo, non lo è la direzione del Mattino.





