Cinema, i consigli di Pierluigi Magnaschi per non restare al buio

17 11 2009


di Pierluigi Magnaschi

“Nemico pubblico” regia di M. Mann, con J. Deep, C. Bale, M. Cotillard, visto in novembre 2009 **

Di bello, questo film, c’è il manifesto e gli ultimi cinque minuti cioè l’uccisione del bandito Dillinger e il colloquio, fatto di niente, da parte di uno dei poliziotti che gli ha sparato, con la fidanzata del bandito. Un po’ poco per dargli quattro asterischi come ha fatto la compagnia di giro dei critici italiani, quelli con il bollo doc che assicura loro la libertà di prendere per il naso gli spettatori che, dando lavoro a loro, meriterebbe un po’ più di rispetto da parte loro.

Il film è sontuoso, intendiamoci. Non ci manca nulla. La fotografia accurata, il montaggio nervoso, i caratteristi insuperabili, la larghezza di mezzi inconsueta anche negli Usa, l’accuratezza millimetrica delle ricostruzioni d’epoca. Gli ingredienti, ripeto, ci sono tutti. Ma, come a volte capita, la maionese non prende e gli ingredienti restano sparsi sulla tavola, senza forza vitale. Il copione infatti non lievita. Resta piatto come la sfoglia di una delle pizze moderne, anemiche di cereali, per celiaci e simil-tali o per inappetenti. Peccato. Ma se serve a qualcuno, un consiglio lo do. Non vale la pena di sprecare un dopo cena con questo film che non mantiene alcuna delle sue promesse.

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“Basta che funzioni” regia di W. Allen con L. David, E.R. Wood, H. Cavill, visto in novembre 2009 ****

Una commedia bellissima nella quale Woody Allen si limita a fare il regista e non compare mai come attore. Una commedia che poteva risultare ingessata, avendo essa un’impostazione teatrale che si sviluppa in interni percorsi da una cinecamera svogliata, che riprende le scene facendo pochi movimenti. Il film poi si avvale anche di un montaggio placido come il fiume Po quando non è in piena.

Ma gli attori sono superlativi ed il testo è entusiasmante. Lo spettatore continua a sorridere (non a ridere; non è un cine-panettone, questo) per tutta la durata del film.

Il film racconta delle storie di un’America in movimento nella quale pensionati alla ricerca di nuovi riconoscimenti snobisticamente aborriti, si mischiano a teen agers frastornate, dove fanatici del rigore morale scoprono i piaceri della carne, e dove rigoristi sessuali si placano in una omosessualità giocosa ed esplicita, ben diversa da quella implicita e nascosta a loro stessi che li inseguiva e che loro credevano di dover combattere negli altri.

La New York sofisticata, ombelicale, incazzata ed, ogni caso, alla ricerca di rivincite che non si ammettono ma che si rincorrono, si mischia con gente della provincia, un po’ naїf , impaurita da tanta libertà ma anche pronta a tuffarcisi dentro, tagliando spensieratamente tutti i ponti vetero rurali lasciati alle spalle verso un futuro ignoto ma anche più promettente, privo di cilici, leggero, fatuo se vogliamo, ma anche spensierato. Bellissimo, sul serio, questo film. Una boccata d’aria fresca da rivedere in versione originale.

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“L’uomo che fissa le capre” Regia di G. Heslow con G. Clooney, E. McGregor, K. Spacey, visto nel novembre 2009, *

Un film da evitare accuratamente. Disintegrato narrativamente. Stupido come una capra, appunto. Il titolista mi aveva ammiccato ma io non avevo capito l’antifona. E ben mi sta, anche perché, nonostante la desolazione di questa pellicola, me la sono sorbita fino all’ultimo, in attesa e con la speranza di intercettare verso la fine un barlume di interesse che non ho trovato nemmeno nei titoli di coda. Encefalogramma piatto, filmicamente parlando. E pensare che questa combriccola di sciamannati famosi ambiva rinverdire i fasti anti-militaristici di “Comma 22”. poveretti.

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“I racconti dell’età dell’ero””, film ad episodi diretto da cinque registi rumeni, visto nel novembre 2009 ***

Un film sul regime di Ceausescu, girato dopo che dittatore era stato fatto fuori e la scalcagnata Romania (miracolo!) era stata indegnamente ammessa a far parte della Ue. Immaginiamo come, in Italia, i cinematografari nostrani avrebbero affrontato storie parallele riguardati il regime fascista dieci anni dopo che questo era spirato. Gli episodi sarebbero stati di livorosa denuncia. Il regime e i suoi gerarchi sarebbero stati descritti come il male assoluto, demoni più che uomini con tutte le loro debolezze.

I registi di queste cinque storie invece raccontano i rumeni come essi erano sotto la dittatura comunista. Con gerarchi modesti, cittadini disorientati e impauriti ma in maniera normale, umana. Una comunità di poveracci, annegati nella confusione organizzativa, tramortiti da vociferazioni prive di senso, sopraffatti da ordini e contrordini. Un film, questo, che sa di vita, di precarietà, di confusione, di miseria. Una miseria mai gridata, bensì solo esposta, descritta, mostrata. Un film di immagini, di facce, di interrogativi, di silenzi ma anche, di tanto in tanto, di gioia ritenuta o sottilmente beffarda. Un film disseminato di non sense che invece spiegano tante cose. Un film povero di mezzi ma ricchissimo di idee. Un film dolente, mai arrabbiato. Un film a-ideologico, senza idoli da abbattere. E questo perché, questi registi (dei quali non so nulla ma dei quali vorrei sapere tutto) di idoli ne hanno visti tanti e, a una certo punto, hanno anche temuto che potessero sopravvivere a loro. E quando questi idoli hanno mollato la presa, loro non hanno soffiato nelle trombe di Josafat dell’indignazione postuma e senza rischi ma si sono guardati in giro, tra tanta miseria e tra progetti nani ma che il regime viveva come se fossero gigfanteschi. E ci hanno portato in giro con loro a vedere quella desolazione silente. Che vale imprecare?. Grazie.



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