E grazie ai suoi amici, a Massimo D'Alema non ne va bene una
marco | 21 novembre 2009DA ITALIA OGGI
di Diego Gabutti
non è diventato mr pesc, ha mancato il quirinale, non ebbe la presidenza della camera
È un incompreso, sempre in anticipo rispetto ai fatti. Come lo era Ciriaco De Mita
Non ce l’ha fatta. Dopo averlo illuso, come i seduttori da quattro soldi illudono le cameriere nei romanzi rosa, l’Unione europea ha scelto un altro ministro degli esteri al posto di Massimo D’Alema: l’inglese Catherine Margaret Ashton, baronessa Ashton di Upholland, laburista, tosta, sangue blu, fino all’altro ieri commissaria Ue al commercio estero.
Qualcuno starà gongolando, a cominciare da molti suoi compagni di partito, che lo detestano più di quanto l’Europa, lasciando cadere la sua candidatura praticamente senza neppure discuterla, l’abbia snobbato. Sedotto e abbandonato dai vertici europei, antipatico a tutti, esclusi forse i parenti più stretti, adesso Massimo D’Alema potrebbe forse dire che è tutta colpa del governo italiano, e in particolare del presidente del consiglio, colpevoli di non avere caldeggiato con sufficiente passione la sua causa. Dentro di sé, probabilmente, D’Alema deve pensare che una parte della colpa è anche degli amici doppi, i democratici che l’hanno sul gobbo, specie adesso che il suo pupillo, Pier Luigi Bersani, è diventato segretario del partito. Ma, in generale, incolperà, insieme a tutti quelli che gli vogliono male, l’epoca barbara e crudele, che non premia l’intelligenza né (tanto meno) la statura dei politici ma la loro fotogenia, e spesso nemmeno quella.
Non è la prima volta che D’Alema punta a una carica prestigiosa. Nel 2006, con grande sprezzo del pericolo e un’opinione di sé alta come un grattacielo, tentò addirittura di scalare il Quirinale. Gli andò male, peggio d’adesso: la carica non toccò a un avversario politico dichiarato, ma a un notabile del suo stesso partito, l’ex comunista moderato Giorgio Napolitano, un altro che non gli vuol bene.
Nemico storico dei giovani turchi, guidati all’epoca da Achille Occhetto che, alla caduta del Muro di Berlino, avevano preso il potere, prima nel vecchio partito comunista, poi in tutte le “cose” giovani e nuoviste che erano tumultuosamente seguite allo scioglimento del Pci, Napolitano era stato votato, dissero le malelingue, soltanto per evitare che a qualche scriteriato venisse il ghiribizzo di votare davvero lui, D’Alema.
Anche nel 2006 il mancato ministro degli esteri europeo fu illuso dai soliti seduttori senza scrupoli, e la prese male. Puntò allora alla presidenza della Camera, ma Romano Prodi, piuttosto che affidarla a D’Alema, che avrebbe volentieri deportato in Siberia, ne fece omaggio a Fausto Bertinotti, il più improbabile dei candidati (oggi se ne ricorda a malapena il nome, come pure d’Irene Pivetti, cosa che forse spiega il tentativo d’uscire dall’angolo, e anche un po’ il panico, dell’attuale presidente della Camera).
Finì ministro degli esteri italiano: ancora si ricordano le sue passeggiate per Beirut sottobraccio agli hezbollah e i suoi discorsi in inglese mentre Condoleezza Rice ascoltava impassibile. Gli era andata bene, in compenso, otto anni prima, nel 1998, quand’era diventato presidente del consiglio sbalzando Prodi dal trono (di qui la scarsa simpatia di cui godeva presso il leader ulivista) con l’aiuto di Francesco Cossiga e dei suoi mercenari, tra i quali Clemente Mastella.
D’Alema, che ebbe la ventura di guidare il paese alla svolta del millennio, avrebbe voluto legare il suo nome a una riforma radicale. Ma la Bicamerale fallì e il centrosinistra, che lui dava per vincente, perse malamente le elezioni. Gliene fu attribuita la colpa, benché fosse un’imputazione assurda, tipo gli editoriali del “Fatto quotidiano”, dove si può essere accusati di provocare le eclissi solari, oppure d’amare troppo i bignè.
Da allora, Massimo D’Alema è molto detestato anche da quei pochi che prima gli volevano un po’ di bene.
C’è un tipo umano, tra i nostri politici, di cui Massimo D’Alema è oggi la perfetta incarnazione, come lo era un tempo Ciriaco De Mita: il politico incompreso, invidiato da turbe di colleghi senza qualità per la brillantezza delle sue analisi, sempre “troppo avanti” rispetto al suo tempo. Ma è la perfetta incarnazione anche d’un altro tipo umano: il politico spregiudicato, sempre lì a spiare l’occasione giusta, astuto, pronto a tentare tutte le manovre, ma proprio per questo prevedibile come un pupazzo caricato a molla. Una specie di gagà che diceva agli amici.
Ma il vero D’Alema è forse quello che si è visto nei giorni scorsi in una fugace sequenza del telegiornale. Scena: una strada di Roma. Una giovane giornalista, molto emozionata, gli pone una domanda, non importa quale, che lui non gradisce, o che giudica stupida. Mentre lei aspetta una risposta, D’Alema s’allontana voltandole le spalle, senza una parola.





