Cinema, i consigli di Pierluigi Magnaschi per non restare al buio. “A single man”

15 02 2010


di Pierluigi Magnaschi

“A single man”, di Tom Ford, con Colin Firth e Julianne Moore ***

Tom Ford, che, per essere libero, ha interamente prodotto con i suoi soldi questo film, non poteva scegliersi un regista migliore. Cioè se stesso. Tom Ford era stato sinora un portentoso stilista. E’ lui che ha rilanciato, per oltre dieci anni, una Gucci che aveva le gomme a terra. E adesso, al primo colpo, dimostra di essere anche un buon regista.
Questo film (trasponendo in pellicola un famoso libro di Christophe Isherwood) si sviluppa in solo 24 ore: l’ultima giornata del protagonista, quella di un professore universitario di letteratura, prima di uccidersi (evento che poi non si verificherà), a otto mesi dalla scomparsa, a causa di un incidente stradale, del suo amico gay con il quale viveva, felice, in coppia.
“A single man” è una sorta di “Anonimo veneziano” dove c’è una coppia gay al posto di una coppia normale e dove uno dei due protagonisti muore all’inizio del film mentre, in “Anonimo veneziano”, scompare alla fine.

La novità del film di Ford è che esso descrive una coppia gay che si comporta assolutamente come una coppia etero. Tenerezze e gelosie (anche retrospettive: “Sei andato da giovane con una donna? Io mai”), leadership e sottomissione variamente combinate, complicità sottili e soprattutto un amore melodrammatico.

Sublime l’incontro del protagonista (impersonificato dall’ingessato Colin Firth) con la sua prima fiamma (Julianne Moore, in un’interpretazione mozzafiato). Firth ha perso il suo amante da otto mesi. La Moore è stata lasciata a piedi dal marito. L’incontro (che per Firth, prossimo a suicidarsi, è una sorta di mesto addio alla vita e all’adolescenza che l’ha preceduta con i suoi sgangherati stupori ma che per la Moore, inconsapevole di ciò che frulla in testa a Firth, è l’ultima occasione per riaccasarsi) dovrebbe concludersi in un bacio appassionato. Ma le labbra di Firth sfuggono a quelle della Moore che, groggy per i troppi brindisi con superalcolici, finalmente riesce ad agguantarle ma non ha fenderle.

Del tutto superflua e inutilmente declamante invece è l’orazione a favore delle minoranze, pronunciata in un’aula universitaria dal protagonista che parla delle minoranze, rovistando nella sua erudizione, ma si capisce che, per lui, le minoranze sono solo i gay. In tal modo, Tom Ford introduce una parentesi pedagogica (dal punto di vista delle sue propensioni) che risulta inutilmente declamatoria, spezzando così la narrazione che, sino a quel punto, aveva un passo sciolto e spedito.

Molto efficace invece, soprattutto per il non detto, è l’incontro del professore vedovo con un giovane gigolò, gay e spagnolo che, per consolarlo, dice che sua madre gli ricordava sempre: “Se perdi un amore, non preoccuparti. Gli amori sono come gli autobus. Se ne perdi uno, aspetta un poco che ne arriva subito un altro”.



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