Facebook s’infiamma contro Minzolini. Si contano più adesioni di quelle pro Eluana
marco | 3 marzo 2010
Probabilmente un po’ se lo aspettava, visto che la sua nomina è arrivata direttamente dall’alto, per scelta di Silvio Berlusconi in persona. Ma forse, Augusto Minzolini, non se lo aspettava fino al punto di trovarsi seduto su una polveriera, la cui miccia è stata accesa. Il muro contro muro tra gli schieramenti politici ha fatto di lui un direttore nel mirino. Tanti anni di carriera, che più di qualcuno tra i suoi oppositori vorrebbe mandare in fumo. Difendere il premier e l’operato del suo governo negli editoriali è una cosa, modificare i titoli delle notizie è tutt’altro affare. Il caso Mills è finito per diventare l’ennesimo caso Minzolini di questa stagione che lo vede dirigere con la baionetta il tiggì della rete ammiraglia, quello più governativo da quando è nata la televisione di stato. Ma a giudicare superfazioso Minzolini sono in tantissimi. Un esercito trasversale che va dai politici ai giornalisti, dai telespettatori ai naviganti della rete e dei social network. Ne è la riprova il popolo di Facebook che dopo aver visto in tv il servizio sul caso Mills, intitolato «Assolto Mills» ha addirittura aperto un gruppo di protesta che ha raggiunto e superato le 105 mila adesioni in poche ore. Addirittura 10 mila firme in più rispetto alla petizione nata per sostenere la scelta di Eluana Englaro.
Il gruppo di Facebook chiede all’ordine dei giornalisti di farsi promotore per le sanzioni contro il Tg1 diretto da Minzolini.
Il gruppo, intitolato «La dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini» presenta come biglietto da visita una foto di Enzo Biagi ed è guidato da tre donne: Paola Avon, Arianna Ciccone e Serena Schiavone. Da quando si legge nell’appello «non si tratta di destra o di sinistra» oppure «di esporre o meno la linea editoriale del direttore del Tg1», ma di «deontologia professionale visto che il Tg1 ha dato una notizia falsa». Il gruppo chiede un provvedimento all’ordine per Minzolini, reo secondo il popolo Facebook, «di aver violato il principio deontologico per eccellenza: raccontare la verità».





