Cinema, i consigli di Pierluigi Magnaschi: "I gatti persiani" e "Robin Hood"
marco | 18 maggio 2010
di Pierluigi Magnaschi
“I gatti persiani” di Bahman Ghabadi con Hamed Behdad, Ashkan Koshanejad, Negar Shaghaghi. ***
E’ la storia di giovani musicisti di una band rock iraniana che vogliono andare in Inghilterra per esibirsi e, con l’occasione, per respirare un pò di aria libera. Il film è girato con mezzi poveri e strumenti rudimentali ma anche con idee vecchie, da preistoria cinematografica. Anche i colori sono sciapi. Sembra un film in bianco e nero che poi sia stato artigianalmente colorato a mano.
Le riprese sono spesso con la macchina in spalla. Le inquadrature sono alla prima che viene, senz’alcun ripensamento. Gli artifici filmici sono quelli che da noi usavano, mezzo secolo fa, i cineamatori con l’Arriflex. Sono accorgimenti tipo la gente che, salendo dalla scala mobile di una metropolitana, sembrano spuntare dal sottosuolo come rigidi birilli. Le canzoni, poi, sono accompagnate da dei video che, da noi, non girerebbero nemmeno i dilettanti della più appartata provincia. Le luci sono collocate a caso. Le riprese delle albe, dei tramonti, dello skyline di Teheran, sono da cartoline- ricordo degli anni Cinquanta. L’audio va e viene e quindi, questo, non è certo un film da consigliare ai sordastri.
E perché, allora, se è cosi mal congegnato, ho attribuito a questo film tre asterischi mentre il successivo “Robin Hood” di Ridely Scott (che è un film tecnicamente perfetto, dove nessuna ripresa è lasciata al caso) se ne merita solo uno?
Il motivo è perché il film “I gatti persiani” ti fa respirare l’atmosfera di Teheran che è poi sfociata nelle grandi manifestazioni giovanili contro il regime dei mullah, poi duramente represse da Ahmadinejad. E lo fa senza mai evocare le manifestazioni perché, al momento in cui fu girato il film, non c’era ancora stata la contestazione di massa in Iran. Questo film ha il merito di registrare l’immensa forza giovanile della capitale iraniana, allo stato incipiente. I visi sembrano occidentali e le ragazze, sia pure sotto il velo, hanno lo sguardo biricchino delle nostre adolescenti.
Sono giovani in gabbia ma non ingabbiati. A Teheran infatti arrivano tutti i prodotti culturali e informativi occidentali, dagli ultimi film americani agli ultimi dvd musicali. I giovani se ne abbeverano freneticamente, assimilandone ogni particolare come un affamato farebbe con un tozzo di pane. Suonano, bene, nelle cantine insonorizzate alla bell’e meglio e persino in piena campagna, per non disturbare i vicini che poi chiamano la polizia che sequestra gli strumenti. Finiscono quindi persino nelle stalle delle bovine da latte (che, per protesta contro i decibel eccessivi, non producono più latte).
Il rock viene vissuto, da questi giovani sciamannati, come la musica della loro liberazione e della loro giovinezza. Ma, assieme ad esso, riemergono, nelle loro canzoni, anche le nenìe gutturali e dolenti della loro tradizione musicale. Questi giovani vorrebbero fuggire all’estero (più perché è difficile farlo, che perché ne abbiano davvero voglia) ma, nello stesso tempo, vorrebbero anche stare a casa, dato che sono visceralmente legati alla loro terra polverosa, alle loro case sbrecciate o in permanente costruzione, ai vicoli cittadini larghi come dei budelli. Il futuro dell’Iran lo si capisce più da “I gatti persiani” che non leggendo dieci eruditi tomi su questo paese.
“Robin Hood” di Ridley Scott con Russell Crowe, Cate Blanchett, Scott Grimes, Kevin Durand, Mark Strong.*
Una grande boiata. I grandi mezzi danno alla testa. La suprema tecnologia prende la mano. Questo è un film polpettone dove si mescolano le epoche, si intercambiano i personaggi, si attorcigliano le storie. Lo sbarco delle truppe francesi sulle piccole spiagge davanti alle bianche scogliere di Dover, avvengono con dei natanti possenti che assomigliano a quelli dello sbarco di Normandia che, se fossero spinti con i remi, rimarrebbero fermi dove sono stati messi. I combattenti dispongono di archi che sparano delle frecce che sembrano dei missili telecomandati dato che sono in grado di trafiggere, con precisione millimetrica, il collo di un cavaliere in fuga a un chilometro di distanza. Le porte dei castelli si aprono come se fossero di burro, dietro i colpi di un ariete spinto a mano da dei nerboruti che però dispongono solo della froza dei loro arti. Robin Hood diventa interessante da quando sceglie di fare l’imboscato nella foresta di Nottingham. Ma questa storia inizia verso la fine del film.





