Cinema, i consigli di Pierluigi Magnaschi per non restare al buio: "Passione"
marco | 4 novembre 2010
di Pierluigi Magnaschi
“Passione” di John Turturro, con Peppe Barra, James Senese, Massimo Ranieri, M’Barka Ben Taleb, Avion Travel e Fiorello *****.
Questo film è stato definito un doc-film, cioè un film documentario. Non so chi abbia inventato questa definizione demente , se la produzione (sarei stupito, ma non mi meraviglierei, dato che il masochismo è una delle attitudini più diffuse fra la gente) o se lo hanno detto i critici gallonati (in questo caso, il fatto sarebbe più comprensibile, dato che, da loro, c’è da aspettarci poco).
Il Film di Torturro è, molto più semplicemente, un straordinario capolavoro. Non a caso è stato proiettato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, una Mostra che, in termini di scelte, è una garanzia assoluta , dato che basta andare a vedere i film che ha punito e disertare quelli che ha premiato, per andare sempre sul sicuro.
“Passione” è un film sulla canzone napoletana e sul mondo variegato che l’esprime e la rappresenta. Il regista è un americano che non sa parlare l’italiano ma che ha remote origini italiane che, alla fine, anche se non si sa perché, finiscono per contare. Torturro ha l’occhio, l’orecchio e il cuore giusto per rovistare in questo straordinario tesoro (di cui nemmeno io ero assolutamente cosciente) e per mettere in luce gli straordinari gioielli musicali, emotivi ed esistenziali che in esso sono ammonticchiati alla rinfusa.
Non è facile, in questi giorni, parlare bene di Napoli, nell’epoca dell’immondizia che è tornata nella strade, della camorra sempre più violenta, dell’aggressività sociale incontrollabile. Un italiano che non sia di quelle parti, tende a rimuovere Napoli. Un po’ perché non la conosce bene. E un po’ perché, un bubbone, si preferisce reciderlo. E se non ce la si fa reciderlo, il bubbone-Napoli, si fa finta che non esista. Turturro, con “Passione” ci fa scoprire i tesori architettonici (slabbrati, consunti, cadenti, sporchi; ma pur sempre tesori; immensi tesori) di questa città stupenda anche se non valorizzata e ci mette sotto il naso una sontuosa musica popolare di cui io, ripeto, (e, credo, molti altri; napoletani compresi) non avevo coscienza.
Vivevo la musica napoletana come una raccolta di canzoni belle ma provinciali, melodrammatiche, strappalacrime, ridondanti, gradevoli anche, ma pure eccessive. E invece Torturro mi fa scoprire che la musica napoletana è una delle musiche più internazionali che ci sia. Non in forza dei grandi capitali che ha investito l’onnipotente macchina dello spettacolo a stelle e striscie a favore della musica made in Usa; la musica del paese che, fin qui, è stato padrone del mondo. Ma in forza del suo respiro universale.
La musica napoletana, questo ci fa toccare con mano Torturro, è l’opposto esatto della musica provinciale, locale. Torturro (senza spiegarlo: sarebbe diventato didattico) fa capire, mostrandocela al meglio, che la musica napoletana spazia, come melodie e percussioni, dall’Africa, per lambire la Spagna, investire la Francia ed immergersi nel meglio degli Usa.
A questi musicisti partenopei bastano delle botti di legno percosse veementemente con nodosi bastoni per far sentire subito il rumore, cupo e fragoroso, che devasta il cuore, delle foreste del centro Africa; sono sufficienti pochi strumenti a corda per percepire le emozioni di Siviglia, Madrid e Barcellona. Anche il sax dolente di James Sanese (musicista americano di colore, figlio di un NN nero e di una povera ragazza napoletana emigrata molti decenni fa negli Usa,quando si faceva la fame) apre subito squarci (chi ha donato a chi?) sulla musica americana di quest’ ultimo secolo.
Basterebbe, per gridare al capolavoro filmico e all’immensità musicale, la sequenza che “Passione” dedicat alla “Tammurriata nera”, cantata, con una voce da Giudizio Universale, tonante e rugosa , da Peppe Barra, un cantante che, se fosse nato negli Usa, oggi sarebbe più famoso di Louis Armstrong. Torturro penetra, senza scrupoli, nella faccia vissuta e stropicciata di Barra, ne mischia le note ed i suoni con la saliva del cantante (che è anche un interprete eccezionale), inquadra impietosamente i suoi occhi immensi, rossi ed acquosi; ne decifra l’indignazione e la rabbia, in un corpo a corpo fra la macchina da presa e questa fontana di suoni sussurrati, gridati, trattenuti, sparati. Barra viene reso come imprevedibile, immenso, sconvolgente geyser di emozioni canore.
E che dire poi della trovata di mischiare le più veementi e antiche canzoni napoletane con i balli modernissimi delle danzatrici americane? A testimonianza dell’universalità della musica napoletana, non c’è alcuna cesura fra la musica dei bassifondi di questa città e le cadenze dinoccolate dei balletti da music hall di New York.
Questo film, che è il film di un regista americano-cittadino del mondo, privo di pregiudizi e aperto a tutto ciò che riesce a capire, da qualsiasi parte esso venga, dimostra, sul piano culturale, una verità che a noi italiani è sfuggita e cioè che l’Italia ha avuto (ed ha) due sole capitali. Roma, per il retaggio degli antichi romani e poi per il ruolo della Chiesa cattolica e Napoli, in ragione del suo infinito melting pot mediterraneo, il mare dal quale tutta la civiltà occidentale è stata originata. Tertium non datur. Non ci sono alternative aggiuntive. Tutte e due città, Roma e Napoli, sono occasionalmente italiane. Ma in effetti, nel bene e nel male, sono città internazionali. Spazzatura permettendo.





