Marco Castoro

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Anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi: "Le colonie estive"

marco | 28 luglio 2009

di Pierluigi Magnaschi

La responsabile, a Piacenza, della Pontificia Opera di Assistenza (POA) che, fra l’altro, organizzava, a prezzi risibili, già nei primi anni Cinquanta, le colonie per i bambini piacentini che altrimenti non avrebbero mai potuto andare in villeggiatura, al mare o in montagna, era la signorina Cervini. Non ricordo il suo nome. Lo ricorderei se il Comune di Piacenza non fosse stato così irriconoscente nei suoi confronti da non dedicarle una via importante della città. Se la meriterebbe abbondantemente, visto che la signorina Cervini, senza chiedere nulla a nessuno, ha così meritato da intere generazioni di piacentini. Leggi il resto dell’articolo »

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Gli anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi. "I primi amori"

marco | 30 giugno 2009

di Pierluigi Magnaschi

Un giorno un finto-serio Renzo Arbore chiese al suo amico Gianni Boncompagni: “Com’erano le donne nella tua città, Grosseto, quando tu eri un ragazzo?”. Boncompagni, strabuzzando gli occhi, prese tempo. Sembrava non intendesse rispondere. Ma poi, con un moto di sorpresa, rispose ugualmente alla domanda di Arbore con un’altra domanda: “Ma c’erano le donne, a Grosseto, quando io ero giovane?”. Poi spiegò che, per mancanza di donne locali, lui era stato costretto a emigrare, quando aveva solo 18 anni, in Svezia, dove si sposò anche, e dove rimase dieci anni, imparando persino la lingua locale. Un giorno, preso dalla nostalgia, tornò a casa. Arrivato in volo a Fiumicino, prese, da Roma, il treno per Grosseto. Avvicinandosi alla stazione della sua città, si preparò vicino alla porta di uscita, pronto a scendere dal treno con il suo bagaglio. Ma quando, a treno quasi fermo, sentì gracchiare dall’altoparlante: “Grosseto, stazione di Grosseto” fu preso da una voglia incontenibile di tornare subito sui suoi passi, da dove era arrivato. Leggi il resto dell’articolo »

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Gli Anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi. "Il peccato"

marco | 21 maggio 2009

di Pierluigi Magnaschi

E’ difficile spiegare, a chi è nato dopo gli Anni Cinquanta, il senso del peccato che era in vigore allora. Se si vuol semplificare (rendendo assolutamente l’idea, però) allora, in genere, era vietato tutto. Adesso invece è permesso tutto. Il senso di colpa era,allora, un sentimento esistenziale molto diffuso e generalmente condiviso. Non solo si veniva flagellati (metaforicamente, è chiaro). Ma, a un certo punto, si sentiva anche il bisogno di essere flagellati (sempre metaforicamente, mi raccomando). Insomma, il cilicio, sia pure metaforico, era, allora, un genere di largo consumo. I precetti, del resto, erano chiari. Gli obblighi pure. Non era quindi difficile sapere chi si metteva fuori dal recinto delle persone per bene (o che si autodefinivano tali). Leggi il resto dell’articolo »

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Gli anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi. "I bergamini"

marco | 4 maggio 2009

di Pierluigi Magnaschi

L’aristocrazia contadina, negli Anni Cinquanta, era rappresentata dai bergamini, gli addetti all’allevamento della vacche da latte. Allora c’era una bella differenza fra loro e quelli che allevavano solo i bovini da carne che infatti erano designati con il termine, un po’ dispregiativo, di bovari. Allevare le vacche da latte, in tempi in cui non c’era la mungitrice e l’erba la si doveva falciare a mano, era un lavoro molto faticoso e anche ossessivo. I bergamini infatti dovevano lavorare ininterrottamente per 365 giorni l’anno. E, ogni giorno, dovevano svegliarsi nel pieno della notte per poter far trovare i bidoni già pieni di latte per quando, di primo mattino, arrivava il camioncino del casaro per ritirarli. Leggi il resto dell’articolo »

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Gli anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi. "L'asilo delle suore"

marco | 9 aprile 2009

di Pierluigi Magnaschi

Negli anni Cinquanta, prima di andare alla scuola elementare, si andava all’asilo. Non c’era, allora, la distinzione fra asilo nido e scuola materna. Chi, bambino o bambina, era capace di stare in piedi (anche se con una certa difficoltà) veniva subito infilato, fin dal primo mattino, nell’Asilo Pietro Burgazzi e lì ci rimaneva fino alle 16, se poi aveva qualcuno che poteva provvedere a lui. E, fino a quando era necessario, se entrambi i genitori erano al lavoro. Ipotesi rara, quest’ultima, in quegli anni, ma sempre possibile. In caso di necessità infatti, le suore (che non lavoravano per guadagnarsi lo stipendio ma per guadagnarsi il paradiso) erano sempre disponibili. Erano delle iper-mamme, disposte ad accudire, senza fiatare, i figli delle mamme che i figli li avevano avuti. Il cattolicesimo sociale era tutto qui, in questa filosofia che non era fatta di parole al vento ma di uno stile di vita, pieno zeppo di sacrifici a favore degli altri. E, ciò nonostante, gioioso. Leggi il resto dell’articolo »

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Anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi. "La scuola media"

marco | 30 marzo 2009

di Pierluigi Magnaschi

La mia permanenza nella scuole elementari era passata via liscia come l’olio. Lì avevo avuto una maestra nei primi tre anni e, secondo un modulo didattico allora in vigore e che rimase applicato fino a che non si esaurì la scorta di maestri, l’insegnante era poi stata sostituita da un maestro, negli ultimi due anni, cioè in quarta e in quinta. Maestra e maestro erano stati esigenti ma anche, rispettivamente, materni e paterni. Ci avevano fatto imparare a leggere, scrivere, far di conto e cantare e ci avevano amato di un amore commovente, forse anche perché erano insegnanti unici, sostitutivi in tutto e per tutto di quegli onniscienti che, per un bambino, pervaso dal pensiero magico-onnipotente, sono la mamma e il papà. Questi ultimi, del resto ci affidavano agli insegnati delle elementari, delegando loro l’intero compito formativo-culturale cosi come il paziente si affida al chirurgo di fiducia senza pretendere si spiegargli come deve essere operato. Leggi il resto dell’articolo »

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Anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi. "Motociclette"

marco | 14 marzo 2009

di Pierluigi Magnaschi

Nei primi anni Cinquanta, a Carpaneto, c’erano dei giovanotti appassionati di moto. Ne avevano di ogni tipo. Esse andavano dalle moto che gli americani avevano lasciato in Italia dopo la seconda guerra mondiale (perché riportarle a casa sarebbe loro costato di più) alle marche più nostrane. Chi aveva le moto americane era andato a comperarle a La Spezia dove, si diceva, c’era una sorta di caverna di Alì Babà nella quale si poteva trovare di tutto. E ogni cosa la si poteva “portare via per poco”. Chi andava a comperare la moto, ritornava poi a casa anche con le razioni alimentari dei marines, acquistate anch’esse con quattro soldi. Leggi il resto dell’articolo »

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Anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi. "Libri e fumetti"

marco | 13 marzo 2009

di Pierluigi Magnaschi

Sono andato a scuola da privatista, a cinque anni d’età, perché non tolleravo che mia sorella Emilietta (che aveva un anno più di me) imparasse a leggere mentre io stavo a casa a perdere tempo. Ho imparato subito a leggere per due motivi. Primo, perché nessuno mi leggeva niente e io volevo rendermi autonomo. Secondo, perché andavo a lezione privata da un’anziana maestra che aveva un enorme pappagallo (con la coda, era lungo più di un metro). La maestra mi diceva che, ad ogni errore, mi avrebbe fatto beccare dal volatile policromo. Io, intimorito, mi tenevo lontano da lui e gli guardavo, in tralice, l’enorme becco ad uncino. E lui, quasi a provocarmi, andava avanti e indietro sul trespolo, borbottando delle cose che io intendevo come se fossero minacce rivolte a me. Leggi il resto dell’articolo »

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Anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi. "Le elementari"

marco | 11 marzo 2009

di Pierluigi Magnaschi

Le scuole elementari si trovavano al primo piano del Castello che oggi ospita l’amministrazione comunale. Un quadrilatero edilizio che si snodava attraverso un lungo corridoio sul quale si affacciavano le classi. Dopo aver salito uno scalone imponente, di tipo regal-patrizio, si arrivava al primo piano dove, appena vi ci si affacciavano, i bambini giravano subito a destra e la bambine a sinistra. Fra questi due gruppi di scolari non c’era alcuna possibilità di miscelazione, né in classe, né, tanto meno, durante la ricreazione. Bambini e bambine erano considerati e vissuti come due mondi diversi, fra di loro assolutamente impermeabili, separati ermeticamente e concretamente incomunicabili. Inoltre, dalla classe insegnante delle scuole elementari, già da allora, stavano scomparendo gli uomini. Ne restavano pochissimi, anche se validissimi. Ma la maggioranza schiacciante era, già allora, rappresentata da maestre. Leggi il resto dell’articolo »

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Anni Cinquanta di Pierluigi Magnaschi: "Il mio fiume"

marco | 5 marzo 2009

di Pierluigi Magnaschi

Il rio Vezzeno, che scorre a duecento metri da Carpaneto, era, per me, il Po. E il rio Riglio, che scorre a due chilometri di distanza dal mio paese, era, sempre per me, il Missisipi, un corso d’acqua in realtà miserrimo che però io, per mancanza di confronti e per eccesso di fantasia, percepivo come immenso, fantastico, irraggiungibile. Sono stati, questi, i due fondali fluviali delle mie avventure estive negli anni Cinquanta. Come tutti i bambini ero attratto dall’acqua e, come quasi tutti i bambini del tempo, non sapevo nuotare. I miei genitori erano quindi comprensibilmente terrorizzati dagli annegamenti estivi. E avevano ragioni da vendere perché noi, questo rischio, lo correvamo sul serio, anche se ci è sempre andata bene. Leggi il resto dell’articolo »

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