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	<title>Marco Castoro &#187; politica</title>
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	<description>appunti di un freelance</description>
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		<title>Bechis: Caro prof, ecco come può farlo</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 13:55:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DA LIBEROQUOTIDIANO.IT di FRANCO BECHIS Niente da fare, anche Mario Monti getta la spugna e non sfiorerà con un dito la Casta. Ieri il presidente del Consiglio ha ricevuto il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, ed ha ascoltato i motivi del sostanziale flop compiuto dalla commissione tecnica che avrebbe dovuto comparare gli stipendi di onorevoli e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DA LIBEROQUOTIDIANO.IT<br />
di FRANCO BECHIS<br />
Niente da fare, anche Mario Monti getta la spugna e non sfiorerà con un dito la Casta. Ieri il presidente del Consiglio ha ricevuto il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, ed ha ascoltato i motivi del sostanziale flop compiuto dalla commissione tecnica che avrebbe dovuto comparare gli stipendi di onorevoli e grand commis italiani a quelli medi dei loro principali colleghi europei. Secondo Giovannini quel raffronto è in gran parte impossibile e la legge che lo imponeva per tagliare gli stipendi italiani era mal scritta. Monti ha preso appunti e fatto capire che proverà a modificare la normativa e a facilitare il lavoro della commissione. Così abbiamo la quasi certezza che si andrà alle calende greche.<span id="more-5653"></span></p>
<p>L&#8217;unico modo per evitarlo e consentire al governo dei professori una prova di serieà è quello di fare il confronto più semplice del mondo: quello sulle spese che in Italia si sostengono ogni anno per fare funzionare Parlamento e presidenza della Repubblica. I tre palazzi (Camera, Senato e Quirinale) costano il doppio di quelli francesi, il triplo di quelli tedeschi, quasi il quadruplo di quelli del Regno Unito. Libero ha messo insieme i dati relativi al 2010 del costo dei parlamenti e dei palazzi presidenziali (o reali) di Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Belgio e Portogallo lasciando a Monti la strada più semplice, quella che per i normali cittadini italiani e per tutti gli enti locali che hanno meno santi in Paradiso è seguita da anni: i tagli lineari. Il paese che ha costi più vicini a quelli italiani è la Francia, che pure spende quasi la metà.</p>
<p>Per Nicolas Sarkozy, che ha ben altri poteri, si sono spesi nel 2010 poco più di 112 milioni di euro. Per Giorgio Napolitano la dotazione quell’anno è stata di 228 milioni di euro: un vergognoso sproposito, ancora più evidente se si confronta con le spese per i palazzi della Regina di Inghilterra: 46,4 milioni di euro. Fra il Quirinale e la media della presidenza della Repubblica o delle case reali europee c’è una differenza di 192 milioni di euro all’anno. Basta tagliarla, perché si tratta di un trasferimento dalla tabella del ministero dell’Economia. Poi decideranno i collaboratori di Napolitano cosa fare con la dotazione ridotta, in piena autonomia istituzionale. L’unico limite è imposto dalla legge: l’ultima è quella del 23 luglio 1985 a firma di Bettino Craxi. Stabiliva  aumento della dotazione del Quirinale da 180 milioni a 2,5 miliardi di vecchie lire, che dovevano essere rivalutate ogni anno secondo l’indice dell’inflazione programmata.</p>
<p>Usando le tabelle Istat sulla rivalutazione della lira, la dotazione del Quirinale stabilita per legge oggi dovrebbe ammontare a poco meno di 3 milioni di euro. Invece è salita a 228 milioni: si dovrebbe tagliarne 225, per stare in media con palazzi assai più potenti del Quirinale basta invece tagliarne 192 milioni. E Monti lo può fare. Lo stesso vale per Camera e Senato. Basta discussioni lunghe e inconcludenti. Monti può tagliare senza violare alcuna legge la dotazione annuale, e cioè il trasferimento dal ministero dell’Economia. Per la Camera nel 2010 era di 992 milioni di euro. Per i francesi era di 553 milioni di euro, quasi la metà. Il costo medio della Camera nei principali paesi europei è di 296 milioni di euro. Il surplus italiano da tagliare è di 696 milioni di euro. Troppo da portare via in un anno? Lo si faccia in un triennio, dando tutto il tempo alla Camera nella sua autonomia per tagliare le spese.</p>
<p>Lo stesso per il Senato: è costato nel 2010 526 milioni di euro, e quello che si è più avvicinato è quello francese: 327 milioni di euro, poco più della metà. La media europea è di 125 milioni di euro. La somma da tagliare ogni anno ammonta dunque a 401 milioni di euro. Anche qui si può fare in un triennio, lasciando tutta l’autonomia ai parlamentari per decidere dove trovare quei risparmi, se tagliando indennità, dimezzando i propri membri con l’approvazione di una legge costituzionale, tagliando vitalizi e regole pensionistiche anche per i dipendenti, bloccando il turn over o riducendo gli acquisti di beni e servizi. Quello che non si può più accettare quando agli italiani sono stati imposti sacrifici pesantissimi è che i tre principali palazzi della politica costino a Roma 1,7 miliardi di euro all’anno contro una media europea di 458 milioni di euro. Con quella differenza, che ammonta a 1,28  miliardi di euro ogni anno (3,6 miliardi di euro nel triennio della manovra economica) si sarebbero salvate dalla mannaia tutte le rivalutazioni pensionistiche. E il paragone fa accapponare la pelle…</p>
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		<title>La replica di Monti alle accuse di Calderoli sulla cena di San Silvestro a palazzo Chigi</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 23:50:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Presidente del Consiglio ha appreso da fonti di stampa che il Senatore Roberto Calderoli avrebbe presentato in data odierna un’interrogazione a risposta scritta con la quale chiede di dar conto delle modalità di svolgimento della cena del 31 dicembre 2011 del medesimo Presidente del Consiglio. Il Presidente Monti precisa che non c’è stato alcun [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Presidente del Consiglio ha appreso da fonti di stampa che il Senatore Roberto Calderoli avrebbe presentato in data odierna un’interrogazione a risposta scritta con la quale chiede di dar conto delle modalità di svolgimento della cena del 31 dicembre 2011 del medesimo Presidente del Consiglio.<br />
Il Presidente Monti precisa che non c’è stato alcun tipo di festeggiamento presso Palazzo Chigi, ma si è tenuta presso l’appartamento, residenza di servizio del Presidente del Consiglio, una semplice cena di natura privata, dalle ore 20.00 del 31 dicembre 2011 alle ore 00.15 del 1° gennaio 2012, alla quale hanno partecipato: Mario Monti e la moglie, a titolo di residenti pro tempore nell’appartamento suddetto, nonché quali invitati la figlia e il figlio, con i rispettivi coniugi, una sorella della signora Monti con il coniuge, quattro bambini, nipoti dei coniugi Monti, di età compresa tra un anno e mezzo e i sei anni.<br />
Tutti gli invitati alla cena, che hanno trascorso a Roma il periodo dal 27 dicembre al 2 gennaio, risiedevano all’Hotel Nazionale, ovviamente a loro spese.<br />
Gli oneri della serata sono stati sostenuti personalmente da Mario Monti, che, come l’interrogante ricorderà, ha rinunciato alle remunerazioni previste per le posizioni di Presidente del Consiglio e di Ministro dell’economia e delle finanze.<br />
Gli acquisti sono stati effettuati dalla signora Monti a proprie spese presso alcuni negozi siti in Piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo (cotechino e lenticchie).<br />
La cena è stata preparata e servita in tavola dalla signora Monti. Non vi è perciò stato alcun onere diretto o indiretto per spese di personale.<br />
Il Presidente Monti non si sente tuttavia di escludere che, in relazione al numero relativamente elevato degli invitati (10 ospiti), possano esservi stati per l’Amministrazione di Palazzo Chigi oneri lievemente superiori a quelli abituali per quanto riguarda il consumo di energia elettrica, gas e acqua corrente.<br />
Nel dare risposta al Senatore Calderoli, il Presidente Monti esprime la propria gratitudine per la richiesta di chiarimenti, poiché anche a suo parere sarebbe “inopportuno e offensivo verso i cittadini organizzare una festa utilizzando strutture e personale pubblici”. Come risulta dalle circostanze di fatto sopra indicate, non si è trattato di “una festa” organizzata “utilizzando strutture e personale pubblici”.<br />
D’altronde il Presidente Monti evita accuratamente di utilizzare mezzi dello Stato se non per ragioni strettamente legate all’esercizio delle sue funzioni, quali gli incontri con rappresentanti istituzionali o con membri di governo stranieri. Pertanto, il Presidente, per raggiungere il proprio domicilio a Milano, utilizza il treno, a meno che non siano previsti la partenza o l’arrivo a Milano da un viaggio ufficiale.</p>
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		<title>Rizzo e Stella da non perdere: lo stenografo pagato come un re</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 13:16:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[politica]]></category>

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		<description><![CDATA[http://www.corriere.it/politica/12_gennaio_04/stipendi-politici-in-difesa-ma-lo-stenografo-del-senato-e-pagato-come-il-re-di-spagna-rizzo-stella_7232dd04-369c-11e1-9e16-04ae59d99677.shtml dal CORRIERE DELLA SERA di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella Può un senatore guadagnare la metà del suo barbiere di Palazzo Madama, come lamentano quei parlamentari che per ribattere ai cittadini furenti contro i mancati tagli dicono di prendere intorno ai 5 mila euro? No. Infatti non è così. Il gioco è sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>http://www.corriere.it/politica/12_gennaio_04/stipendi-politici-in-difesa-ma-lo-stenografo-del-senato-e-pagato-come-il-re-di-spagna-rizzo-stella_7232dd04-369c-11e1-9e16-04ae59d99677.shtml</p>
<p>dal CORRIERE DELLA SERA<br />
di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella</p>
<p>Può un senatore guadagnare la metà del suo barbiere di Palazzo Madama, come lamentano quei parlamentari che per ribattere ai cittadini furenti contro i mancati tagli dicono di prendere intorno ai 5 mila euro? No. Infatti non è così. Il gioco è sempre quello: citare solo l&#8217;«indennità». Senza i rimborsi, le diarie, le voci e i benefit aggiuntivi. Con i quali il «netto» in busta paga quasi quasi triplica.</p>
<p>Sono settimane che va avanti il tormentone. Di qua la busta paga complessiva portata in tivù dal dipietrista alla prima legislatura Francesco Barbato, che tra stipendio e diarie e soldi da girare al portaborse ha mostrato di avere oltre 12.000 euro netti al mese. Di là l&#8217;insistenza sulla sola «indennità». E la tesi che le altre voci non vanno calcolate, tanto più che diversi (230 contro 400, alla Camera) hanno fatto sul serio un contratto ai collaboratori e moltissimi girano parte dei soldi al partito. Una scelta spesso dovuta ma comunque legittima e perfino nobile: ma è giusto caricarla sul groppo dei cittadini in aggiunta ai rimborsi elettorali e alle spese per i «gruppi»? Non sarebbe più opportuno e più fruttuoso nel rapporto con l&#8217;opinione pubblica mostrare la busta paga reale, che dopo una serie di tagli è davvero più bassa di quella da 14.500 euro divulgata nel 2006 dal rifondarolo Gennaro Migliore?</p>
<p>Non ha molto senso, questa sfida da una parte e dall&#8217;altra centrata tutta su quanto prendono deputati e senatori. Peggio: rischia di distrarre l&#8217;attenzione, alimentando il peggiore qualunquismo, dal cuore del problema. Cioè il costo d&#8217;insieme di una politica bulimica: il costo dei 52 palazzi del Palazzo, il costo delle burocrazie, il costo degli apparati, il costo delle Regioni, delle province, di troppi enti intermedi, delle società miste, di mille altri rivoli di spesa che servono ad alimentare un sistema autoreferenziale.<span id="more-5634"></span></p>
<p>Dice tutto il confronto con le buste paga distribuite, ad esempio, al Senato. Dove le professionalità di eccellenza dei dipendenti, che da sempre raccolgono elogi trasversali da tutti i senatori di destra e sinistra, neoborbonici o padani, sono state pagate fino a toccare eccessi unici al mondo. Tanto da spingere certi parlamentari (disposti ad attaccare Monti, Berlusconi, Bersani o addirittura il Papa ma mai i commessi da cui sono quotidianamente coccolati) ad ammiccare: «Siamo semmai gli unici, qui, a non essere strapagati».</p>
<p>Il questore leghista Paolo Franco lo dice senza tanti giri di parole: «Il contratto dei dipendenti di palazzo Madama è fenomenale. Consente progressioni di carriera inimmaginabili. Ed è evidente che contratti del genere non se ne dovranno più fare. Bisogna cambiare tutto». Come può reggere un sistema in cui uno stenografo arriva a guadagnare quanto il re di Spagna? Sembra impossibile, ma è così. Senza il taglio del 10% imposto per tre anni da Giulio Tremonti per i redditi oltre i 150 mila euro, uno stenografo al massimo livello retributivo arriverebbe a sfiorare uno stipendio lordo di 290 mila euro. Solo 2mila meno di quanto lo Stato spagnolo dà a Juan Carlos di Borbone, 50 mila più di quanto, sempre al lordo, guadagna Giorgio Napolitano come presidente della Repubblica: 239.181 euro.</p>
<p>Per carità, non «ruba» niente. Esattamente come Ermanna Cossio che conquistò il record mondiale delle baby-pensioni lasciando il posto da bidella a 29 anni col 94% dell&#8217;ultimo stipendio, anche quello stenografo ha diritto di dire: le regole non le ho fatte io. Giusto. Ma certo sono regole che nell&#8217;arco della carriera permettono ai dipendenti di Palazzo Madama, grazie ad assurdi automatismi, di arrivare a quadruplicare in termini reali la busta paga. E consentono oggi retribuzioni stratosferiche rispetto al resto del paese cui vengono chiesti pesanti sacrifici.</p>
<p>Al lordo delle tasse e dei tagli tremontiani, un commesso o un barbiere possono arrivare a 160 mila euro, un coadiutore a 192 mila, un segretario a 256 mila, un consigliere a 417mila. E non basta: allo stipendio possono aggiungere anche le indennità. Alla Camera un capo commesso ha diritto a un supplemento mensile di 652 euro lordi che salgono a 718 al Senato. Un consigliere capo servizio di Montecitorio a una integrazione di 2.101, contro i 1.762 euro del collega di palazzo Madama. Per non dire dei livelli cosiddetti «apicali». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai rapporti col Parlamento Antonio Malaschini, quando era segretario generale del Senato, guadagnava al lordo nel 2007, secondo l&#8217;Espresso, 485 mila euro l&#8217;anno. Arricchito successivamente da un aumento di 60 mila che spappolò ogni record precedente per quella carica. Va da sé che la pensione dovrebbe essere proporzionale. E dunque, secondo le tabelle, non inferiore ai 500 mila lordi l&#8217;anno.</p>
<p>È uno dei nodi: retribuzioni così alte, grazie a meccanismi favorevolissimi di calcolo, si riflettono in pensioni non meno spettacolari. Basti ricordare che gli assunti prima del &#8217;98 possono ancora ritirarsi dal lavoro (con penalizzazioni tutto sommato accettabili) a 53 anni. Esempio? Un consigliere parlamentare di quell&#8217;età assunto a 27 anni e forte del riscatto di 4 anni di laurea ha accumulato un&#8217;anzianità contributiva teorica di 38 anni. Di conseguenza può andare in pensione con 300 mila euro lordi l&#8217;anno, pari all&#8217;85% dell&#8217;ultima retribuzione. Se poi decide di tirare avanti fino all&#8217;età di Matusalemme (che qui sono 60 anni) allora può portare a casa addirittura il 90%: più di 370 mila euro sul massimo di 417 mila.</p>
<p>Funziona più o meno così anche per i gradi inferiori. A 53 anni un commesso è in grado di ritirarsi dal lavoro con un assegno previdenziale di 113 mila euro l&#8217;anno che, se resta fino al 60º compleanno, può superare i 140 mila. Con un risultato paradossale: il vitalizio di un senatore che abbia accumulato il massimo dei contributi non potrà raggiungere quei livelli mai. E tutto ciò succede ancora oggi, mentre il decreto salva Italia fa lievitare l&#8217;età pensionabile dei cittadini normali e restringere parallelamente gli assegni col passaggio al contributivo «pro rata» per tutti. Intendiamoci: sarebbe ingiusto dire che le Camere non abbiano fatto nulla. A dicembre il consiglio di presidenza del Senato, ad esempio, ha deciso che anche per i dipendenti in servizio si dovrà applicare il sistema del contributivo «pro rata». Ma come spiega Franco, è una decisione che per diventare operativa dovrà superare lo scoglio di una trattativa fra l&#8217;amministrazione e le sigle sindacali, che a palazzo Madama sono, per meno di mille dipendenti, addirittura una decina. Il confronto non si annuncia facile. Anche nel 2008, dopo mesi di polemiche sui costi, pareva essere passato un giro di vite, sostenuto dal questore Gianni Nieddu. Ma appena cambiò la maggioranza, quella nuova non se la sentì di andare allo scontro.</p>
<p>E tutto si arenò nei veti sindacali. Stavolta, poi, la trattativa ha contorni ancora più divertenti. Controparte dei sindacati è infatti la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, esponente della Lega Nord, partito fortemente contrario alla riforma delle pensioni e sindacalista a sua volta: è presidente, in carica, del Sinpa, il sindacato del Carroccio. Nel frattempo, chi esce ha la strada lastricata d&#8217;oro. Il consigliere parlamentare «X» (alla larga dalle questioni personali, ma parliamo di un caso con nome e cognome) ha lasciato il Senato a luglio del 2010 a 58 anni. Da allora, finché non è entrato in vigore il contributo triennale di solidarietà per i maxi assegni previdenziali, palazzo Madama gli ha pagato una pensione di 25.500 euro lordi al mese: venticinquemilacinquecento.</p>
<p>Per 15 mensilità l&#8217;anno. Spalmandoli sulle 13 mensilità dei cittadini comuni 29.423 euro a tagliando. Da umiliare perfino l&#8217;ex parlamentare Giuseppe Vegas, oggi presidente della Consob, che da ex funzionario del Senato, sarebbe in pensione con 20 mila. Neppure il commesso «Y», assunto a suo tempo con la terza media, si può lamentare: ritiratosi nello stesso luglio 2010, sempre a 58 anni, ha diritto (salvo tagli tremontiani) a 9.300 euro lordi al mese. Per quindici. Vale a dire che porta a casa complessivamente oltre 20mila euro in più dello stipendio massimo dei 21 collaboratori più stretti di Barak Obama.</p>
<p>Sono cifre che la dicono lunga su dove si annidino i privilegi di un sistema impazzito sul quale sarebbe stato doveroso intervenire «prima» (prima!) di toccare le buste paga dei pensionati Inps. I bilanci di Camera e Senato del resto parlano chiaro. Nel 2010 la retribuzione media dei 1.737 dipendenti di Montecitorio, dall&#8217;ultimo dei commessi al segretario generale, era di 131.585 euro: 3,6 volte la paga media di uno statale (36.135 euro) e 3,4 volte quella di un collega (38.952 euro) della britannica House of Commons. E parliamo, sia chiaro, di retribuzione: non di costo del lavoro. Se consideriamo anche i contributi, il costo medio di ogni dipendente della Camera schizza a 163.307 euro. Quello dei 962 dipendenti del Senato a 169.550. E non basta ancora. Perché nel bilancio del Senato c&#8217;è anche una voce relativa al personale «non dipendente», che comprende consulenti delle commissioni e collaboratori vari, ma soprattutto gli addetti a non meglio precisate «segreterie particolari». Con una spesa che anche nel 2011, a dispetto dei tagli annunciati, è salita da 13 milioni 520 mila a 14 milioni 990 mila euro. Con un aumento, mentre il Pil pro capite affondava, del 10,87%: oltre il triplo dell&#8217;inflazione.</p>
<p>Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella</p>
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		<title>Lo scandalo degli stipendi dei parlamentari italiani</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 10:07:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dall&#8217;AdnKronos Hanno gli stipendi più alti fra i loro colleghi europei. Sono i parlamentari italiani, che però possono &#8216;vantare&#8217; spese inferiori per portaborse e collaboratori. E&#8217; quanto emerge dai risultati della Commissione guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini e pubblicati sul sito della Funzione Pubblica. La Commissione, incaricata di studiare la questione dal governo Berlusconi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dall&#8217;AdnKronos<br />
Hanno gli stipendi più alti fra i loro colleghi europei. Sono i parlamentari italiani, che però possono &#8216;vantare&#8217; spese inferiori per portaborse e collaboratori. E&#8217; quanto emerge dai risultati della Commissione guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini e pubblicati sul sito della Funzione Pubblica.<br />
La Commissione, incaricata di studiare la questione dal governo Berlusconi, dalle presidenze di Camera e Senato, e poi dall&#8217;esecutivo Monti, segnala dunque luci e ombre.<br />
Non è semplice fare una media: in Italia l&#8217;indennità parlamentare lorda per i deputati è di 11.283 contro i 7.100 euro della Francia, i 2.813 della Spagna, 8.500 nei Paesi Bassi, 7.668 in Germania. A questo si aggiunge poi in Italia una diaria da 3.500 euro.<span id="more-5627"></span><br />
I deputati italiani però vantano spese inferiori in particolar modo per i collaboratori: rientrano per i deputati nostrani fra le spese di segreteria e rappresentanza, 3.690 euro al mese. Mentre per esempio in Francia un deputato può spendere fino a 9.100 euro al mese per i collaboratori, in Germania sono pagati dal Parlamento per un totale di 14.700 euro, in Austria sono dipendenti della Camera.<br />
Secondo la Commissione comunque i dati raccolti sono &#8220;del tutto provvisori e di qualità insufficiente per una utilizzazione ai fini indicati dalla legge&#8221;. Quindi, &#8220;nonostante l&#8217;impegno profuso e tenendo conto dell&#8217;estrema delicatezza del compito a essa affidato, nonché delle attese dell&#8217;opinione pubblica sui suoi risultati, la Commissione non è in condizione di effettuare il calcolo di nessuna delle medie di riferimento con l&#8217;accuratezza richiesta dalla normativa&#8221;.</p>
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		<title>Le pensioni nei palazzi del potere</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 11:02:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DAL CORRIERE DELLA SERA di Gian Antonio Stella Non ci provino, a distinguere ancora figli e figliastri. Non ci provino, a toccare le pensioni degli italiani senza toccare prima (prima!) quelle dei dipendenti dei palazzi della politica o della Regione Sicilia. Un cittadino non può accettare di andare in pensione un paio di decenni dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DAL CORRIERE DELLA SERA<br />
di Gian Antonio Stella</p>
<p>Non ci provino, a distinguere ancora figli e figliastri. Non ci provino, a toccare le pensioni degli italiani senza toccare prima (prima!) quelle dei dipendenti dei palazzi della politica o della Regione Sicilia. Un cittadino non può accettare di andare in pensione un paio di decenni dopo chi ancora può lasciare con 20 anni d&#8217;anzianità. Non solo non sarebbe equo ma, di questi tempi, sarebbe un insulto.<br />
Che esistono qua e là staterelli dai privilegi inaccettabili non lo dicono i soliti bastian contrari. Lo dice, per la Sicilia, lo stesso procuratore generale della Corte dei Conti isolana, Giovanni Coppola, nell&#8217;ultima relazione: «L&#8217;opinione pubblica non comprende perché in Sicilia i dipendenti regionali possano andare in pensione con soli 25 anni di contribuzioni, o addirittura con 20 anni se donne, solo per il fatto di avere un parente gravemente disabile, mentre lo stesso non avviene nel resto d&#8217;Italia».<span id="more-5580"></span></p>
<p>Errore: anche meno. Come nel caso dell&#8217;ispettore capo dei forestali Totò Barbitta di Galati Mamertino, che riscattando dei contributi precedenti, il 1 gennaio 2009 (ma da allora la legge non è cambiata) se n&#8217;è andato quarantacinquenne, dopo 16 anni, 10 mesi e 30 giorni. La previdenza, visto «il lavoro usurante», regala ai forestali siciliani un anno ogni cinque di servizio. Diceva di dover accudire un parente affetto da grave handicap: avuto il vitalizio, è partito per la Germania. Stracciato comunque, per età, dal record di Giovannella Scifo, una dipendente dell&#8217;ufficio collocamento di Modica (Ragusa) in quiescenza a 40 anni. «Non le pare esagerato?», le ha chiesto Antonio Rossitto di « Panorama». E lei, serafica: «Non le posso rispondere. C&#8217;è la privacy».</p>
<p>Fatto sta che, spiega la Corte dei conti, su 751 «regionali» andati nel 2010 in pensione 297 hanno lasciato in anticipo «rispetto all&#8217;ordinaria anzianità anagrafica e/o contributiva e, tra questi, ben 286 con le agevolazioni della legge 104/1992 che tanto ha fatto discutere per l&#8217;incomprensibile disallineamento rispetto alla normativa nazionale».</p>
<p>Fatto sta che, spiegava giorni fa sul Giornale di Sicilia Giacinto Pipitone, se è vero che nel 2004 la riforma Dini passò, con nove anni di ritardo, anche per i dipendenti pubblici siciliani, l&#8217;adeguamento non è mai stato varato per chi ha avuto la «fortuna» di essere assunto dalla Regione. Basti dire che «chi a livello statale ha ancora oggi quote di pensione da incassare col retributivo, fa il calcolo sulla media delle buste paga degli ultimi anni di servizio. I regionali calcolano invece la loro quota di retributivo sulla base dell&#8217;ultima busta paga incassata al momento di lasciare gli uffici: sfruttano quindi fino all&#8217;ultimo gli aumenti e i vari scatti di carriera». Conclusione? Risposta dei giudici contabili: «Nel 2010 i contributi versati sono diminuiti del 17% riuscendo a coprire appena il 32,2% della spesa».<br />
Non basta: «lo stesso sistema più vantaggioso si applica anche sul calcolo della buonuscita. Per la maggior parte dei regionali viene calcolata moltiplicando il valore dell&#8217;ultimo stipendio». Risultato? Scrive Antonio Fraschilla: i direttori generali «vanno in pensione incassando un assegno medio di 420.133 euro, come certificato dalla Corte dei Conti, anche se hanno ricoperto l&#8217;incarico solo negli ultimi mesi della loro carriera».</p>
<p>Lo ricordino, Mario Monti ed Elsa Fornero: se non obbligano la Sicilia a eliminare immediatamente questi bubboni ogni loro sforzo per spiegare che la crisi planetaria è così grave da obbligare a pesantissimi sacrifici sarà inutile. Peggio: grottesco. Vale per i privilegi dei dipendenti regionali siculi, vale per quelli degli organi istituzionali.</p>
<p>Certo, al Senato non godono più dello stupefacente dono che fino a qualche anno fa veniva fatto da ogni presidente che, andandosene, regalava loro, a spese dei cittadini, due anni di anzianità. Ma ci sono ancora, a Palazzo Madama, persone che, assunte prima del 1998, possono andare in pensione prima di tutti gli altri italiani, a cinquant&#8217;anni o poco più, godendo anche di quella regalia. È giusto? È un diritto acquisito e quindi intoccabile anche quello?</p>
<p>È accettabile che, 16 anni dopo la riforma Dini, nonostante i ritocchi, non ci sia ancora un dipendente del Senato (quelli arrivati dopo il 2007 possono andarsene con qualche penalità ancora a 57 anni) che accantoni la pensione col sistema contributivo? Così risulta: dato che dal 2007 non è entrato alcuno, i primi soggetti al «contributivo» (peraltro maggiorato con un «aiutino» intorno al 18%) dovrebbero essere sette funzionari in arrivo nel 2012. Come possono capire, gli italiani, che quei fortunati godano di 15 mensilità calcolate sul 90% dell&#8217;ultima retribuzione e trasmesse intatte al 90% alla vedova se ha figli minori di 21 anni? Ma non basta ancora: nonostante le polemiche seguite alle denunce del passato come quella dell&#8217;«Espresso» che quattro anni fa rivelò che al Senato uno stenografo arrivava a 254 mila euro l&#8217;anno e un barbiere a 133 mila, le retribuzioni sono cresciute ancora dal 2006, in questi anni neri, del 19,1%. Arrivando a un lordo medio pro capite di 137.525 euro. Centodiecimila più di un dipendente medio italiano, il quadruplo di un addetto della Camera inglese (38.952) e addirittura 19 mila più della busta paga dei 21 collaboratori principali di Obama, che dalla consigliera diplomatica Valerie Jarrett al capo dello staff William Daley, prendono al massimo (trasparenza totale: gli stipendi dei dipendenti, nome per nome, sono sul sito della Casa Bianca) 118.500 euro. Lordi.</p>
<p>Sia chiaro: Palazzo Madama può contare su collaboratori, dai vertici fino agli operai, di eccellenza. Sui quali sarebbe ingiusto maramaldeggiare demagogicamente. Loro stessi, però, discutendo del loro futuro con l&#8217;apposita commissione presieduta da Rosi Mauro (sindacati di là, una sindacalista di qua) non possono non rendersene conto: di questi tempi, la loro trincea con tre liquidazioni (una interna, una dell&#8217;Inpdap, una del «Conto assicurativo individuale») e le due pensioni (una del Senato e ora ancora dell&#8217;Inpdap) è indifendibile. Tanto più che anche nel loro caso, il peso delle pensioni sui bilanci è cresciuto in modo spropositato.</p>
<p>Vale per Palazzo Madama, vale per il Quirinale dove troppo tardi la presidenza ha introdotto «misure dissuasive» con la previsione di «significative riduzioni» dei trattamenti pensionistici come un limite per l&#8217;anzianità «a regime» (campa cavallo&#8230;) di 60 anni con 35 di contributi (da leccarsi i baffi&#8230;), vale per Montecitorio, dove lo stipendio lordo è poco più basso che al Senato: 131.586 euro. Con tutto ciò che ne consegue sulle pensioni. Non sarà facile rompere certe incrostazioni. Verissimo. Ma è troppo facile far la faccia dura solo con i piccoli&#8230;</p>
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		<title>Quanto guadagnano i nostri onorevoli</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 10:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DAL CORRIERE DELLA SERA di Paolo Foschi ROMA &#8211; Quanto guadagnano i parlamentari italiani? Dopo le piccole riduzioni applicate a fine settembre scorso, per quanto riguarda i deputati lo stipendio base, che viene indicato come indennità, ammonta a 5.246,97 euro netti al mese, che scendono a 5.007,36 per chi svolge un&#8217;altra attività lavorativa. Se poi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DAL CORRIERE DELLA SERA<br />
di Paolo Foschi</p>
<p>ROMA &#8211; Quanto guadagnano i parlamentari italiani? Dopo le piccole riduzioni applicate a fine settembre scorso, per quanto riguarda i deputati lo stipendio base, che viene indicato come indennità, ammonta a 5.246,97 euro netti al mese, che scendono a 5.007,36 per chi svolge un&#8217;altra attività lavorativa. Se poi il deputato versa la quota aggiuntiva per la reversibilità dell&#8217;assegno vitalizio (cioè per far percepire il trattamento al proprio coniuge in caso di morte), allora l&#8217;indennità netta scende rispettivamente a 4.995,34 e a 4.755,73 euro. Questi importi non conteggiano le tasse locali, che mediamente incidono per circa 250 euro al mese. È prevista poi una riduzione del 10% per la parte del reddito che supera i 90 mila euro lordi all&#8217;anno e del 20% sopra i 150 mila euro.<span id="more-5578"></span></p>
<p>E questa è solo l&#8217;indennità. Perché poi ci sono altre voci che fanno lievitare la busta paga. Ogni deputato infatti percepisce una diaria mensile pari a 3.501,11 euro netti, anche se tale somma viene decurtata di 206,58 euro per ogni giorno di assenza nelle sedute di assemblea con votazione elettronica. Per scongiurare però la decurtazione, è sufficiente partecipare al 30% delle votazioni effettuate nell&#8217;arco della giornata.<br />
Non finisce qui. Come recita il sito della Camera, «a titolo di rimborso forfetario per le spese inerenti al rapporto fra eletti ed elettori, al deputato è attribuita una somma mensile erogata tramite il gruppo parlamentare». E cioè altri 3.690 euro netti al mese.</p>
<p>In compenso, «ai deputati non è riconosciuto alcun rimborso per le spese postali a decorrere dal 1990». Già. Ma l&#8217;elenco dei rimborsi resta comunque sostanzioso: non solo i deputati usufruiscono di tessere per autostrade, ferrovie, traghetti e voli nazionali, ma incassano 1.107,9 euro al mese per i trasferimenti da casa o dal Parlamento agli aeroporti, cifra che sale 1.331,60 euro se la residenza dista a più di 100 chilometri da un aeroporto. Ancora, ci sono 258,22 euro al mese di spese di telefono. E poi assistenza sanitaria estendibile ai familiari. E per chiudere in bellezza la legislatura, la ricca liquidazione: un assegno di circa 9.600 euro per ogni anno (o frazione di anno non inferiore ai sei mesi) di mandato effettivo, seguito dal vitalizio. Tirando le somme, in busta paga l&#8217;importo base per un deputato sfiora i 14 mila euro al mese, più i benefit. A queste voci si aggiungono altre indennità e vantaggi per una nutrita pattuglia di onorevoli. Il presidente della Camera, i suoi quattro vice, i tre questori e i 14 presidenti delle Commissioni permanenti, hanno diritto non solo alla macchina con autista, ma anche a indennità aggiuntive che oscillano fra gli 800 e i 5 mila euro netti al mese. Per le cariche più alte c&#8217;è anche l&#8217;appartamento di servizio. Per i presidenti delle numerose altre commissioni e per i 28 vicepresidenti di quelle permanenti, invece, niente auto blu, ma «solo» l&#8217;indennità supplementare.<br />
Il trattamento riservato ai senatori è addirittura migliore. La somma complessiva delle varie voci, fra indennità e rimborsi, può superare i 14 mila euro. E in più le facilitazioni (cioè tessere gratuite) per autostrade, treni, traghetti e voli nazionali, continuano a valere per i dieci anni successivi alla fine del mandato.</p>
<p>E rispetto ai colleghi europei? Il confronto è solo indicativo, perché indennità e rimborsi vengono erogati secondo criteri differenti. In ogni caso, facendo il raffronto delle retribuzioni legate alle voci fisse, i parlamentari italiani percepiscono in media 11.700 euro netti al mese, mentre la media dell&#8217;area euro è di 5.339 euro. I parlamentari austriaci incassano 8.882 euro al mese, gli olandesi 7.177, i tedeschi 7.009, i francesi 6.892, gli irlandesi 6.839 e via via a scendere gli altri, con una differenza: in molti Paesi ci sono da aggiungere a queste voci i rimborsi, ma solo per le spese realmente effettuate. In Italia i rimborsi invece sono diventati parte dello stipendio con un regime forfettario che in molti casi non richiede giustificativi delle spese sostenute.</p>
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		<title>Cancellieri, pagateci con Bot e Cct</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 22:42:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il presidente Monti l’ha chiamata mentre stava a teatro. A Parma. Alle 9 di sera. E per fortuna aveva con sé un vestito elegante, altrimenti non lo sa nemmeno lei come avrebbe potuto presentarsi il giorno dopo al Quirinale. «Del resto con la mia taglia non è semplice comprarsi un abito in quattro e quattr’otto». [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="float: right;" src="http://www.marcocastoro.it/immagini/italia.gif" alt="" />Il presidente Monti l’ha chiamata mentre stava a teatro. A Parma. Alle 9 di sera. E per fortuna aveva con sé un vestito elegante, altrimenti non lo sa nemmeno lei come avrebbe potuto presentarsi il giorno dopo al Quirinale. «Del resto con la mia taglia non è semplice comprarsi un abito in quattro e quattr’otto». Anna Maria Cancellieri da quella telefonata in poi alloggia al Viminale. È il nuovo ministro dell’Interno e dopo aver girato le prefetture di tutta Italia ha coronato il sogno di ogni prefetto. Pensate che uno dei figli, una volta saputo della telefonata ricevuta dalla mamma, le ha detto: «Ma dai, sarà uno scherzo». Invece no: il portone del Viminale si è spalancato per lei. Come primo proposito  si è ripromessa di incontrare gli ex ministri uno dopo l’altro, per ascoltarli e ricevere consigli. «Io devo essere come una spugna», dice ai collaboratori più fidati, «voglio essere giudicata per i fatti e non per le parole».<br />
Il ministro ha le idee chiare. Sa bene che il momento per l’Italia è difficile, ma conosce bene anche certi privilegi della casta, dalla quale lei vuole subito distinguersi. «Come sono arrivata ho immediatamente chiesto che l’auto di servizio fosse italiana, ma mi hanno detto che le uniche disponibili avevano più di 150 mila chilometri e che avremmo rischiato di rimanere per strada». Quindi, almeno per il momento, ci si sposta con l’auto tedesca, ma lei ha promesso che tornerà alla carica. E c’è da crederci. Vista la sua tenacia. Alla casta ha mandato anche un altro segnale: «sono pronta a essere retribuita con Bot e Cct». Così come ha promesso di lavorare a una drastica riduzione delle scorte, di ascoltare i sindacati di polizia e di fare la prima uscita a Palermo, per incontrare i prefetti siciliani e dare un segnale alla mafia. Poi c’è il piano nomadi che incombe, soprattutto dopo la decisione del consiglio di stato che lo ha azzerato.  La Cancellieri non nasconde la sua passione calcistica per la Roma e l’ammirazione per Francesco Totti. Ma non è una ultras irriducibile, è infatti favorevole alla tessera del tifoso. Un’altra sua passione è l’Opera. Con tanto di telefonino a portata di mano.</p>
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		<title>Italia, la Repubblica del Presidente</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 19:31:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Roberto Gagliardini La fine del Berlusconismo coincide con la realizzazione di un’idea sempre accarezzata da Silvio Berlusconi: la repubblica presidenziale. Sì, perché il ruolo giocato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella gestione della crisi politica ed economica ha dimostrato come, pur seguendo alla lettera i dettami della Costituzione, la più alta carica dello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Roberto Gagliardini</p>
<p>La fine del Berlusconismo coincide con la realizzazione di un’idea sempre accarezzata da Silvio Berlusconi: la repubblica presidenziale. Sì, perché il ruolo giocato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella gestione della crisi politica ed economica ha dimostrato come, pur seguendo alla lettera i dettami della Costituzione, la più alta carica dello stato non è un “passacarte”, bensì un soggetto politico di fondamentale importanza, non solo come garante degli equilibri tra poteri ma anche come soggetto attivo, politico nell’accezione greca del termine. Attraverso la moral suasion fino ad arrivare alla nomina a senatore a vita di Mario Monti, il Quirinale è riuscito a realizzare ciò che in pochi ritenevano possibile. E se l’Italia rimarrà in Europa e nell’Euro, ritrovando la credibilità perduta lo dovrà a un uomo che, più dei suoi predecessori, ha interpretato in modo assoluto la Carta, imponendo un cambio di rotta, un nuovo governo, i tempi della crisi e la sua risoluzione in nome non di interessi personali ma del paese. Un paese che è oggi, sempre più, una Repubblica del Presidente. </p>
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		<title>Il Pdl di Alfano come la Dc, si va verso quota un milione di tessere</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 12:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per un milione (di lire) il signor Bonaventura era pronto a tutto. Viene da pensare come reagirà il segretario Angelino Alfano quando si conteranno le tessere di iscrizione al suo partito, il Pdl. Che stando alle prime stime potrebbero arrivare proprio a quota un milione, o sfiorare la storica cifra. La scorsa mezzanotte infatti è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="float: right;" src="http://www.marcocastoro.it/immagini/italia.gif" alt="" />Per un milione (di lire) il signor Bonaventura era pronto a tutto. Viene da pensare come reagirà il segretario Angelino Alfano quando si conteranno le tessere di iscrizione al suo partito, il Pdl. Che stando alle prime stime potrebbero arrivare proprio a quota un milione, o sfiorare la storica cifra. La scorsa mezzanotte infatti è scaduto il termine per la consegna a domicilio delle schede. Nella sede romana si è assistito a un viavai di camioncini stracolmi di tessere provenienti da ogni parte della penisola. Una gara all’ultimo iscritto che servirà in seguito per avere voce in capitolo nella ripartizione degli incarichi. A cominciare da quelli comunali e provinciali, per poi passare ai coordinamenti regionali. Un milione di tesserati porta in cassa milioni di euro, perché ci sono anche le quote per i segretari, i parlamentari e quant’altro. Una manna dal cielo. Ma quanti di questi iscritti, oggi sulla carta, si presenteranno a votare ai congressi locali? Questa volta chi ha arruolato gli adepti prendendo l’elenco telefonico avrà una brutta sorpresa. Per acquisire forza dentro il partito quello che conta ai congressi sono i votanti, non certo il numero degli iscritti. Giovedì per il Pdl sarà una giornata importante. Alla presenza del segretario Alfano, dei coordinatori e dei presidenti dei gruppi parlamentari si terrà l’esecutivo ristretto del partito. Avremo un primo impatto con la conta. Sapremo chi ha lavorato di più in fase di tesseramento, anche se come detto i conti veri si faranno al congresso. <span id="more-5445"></span>Tuttavia si potrà avere già un primo segnale su chi punta forte sulla leadership. Certe posizioni serviranno ad avere voce in capitolo su scelte e programmi. Ad esempio le primarie. Tutti sembrano volerle, ma forse più di qualcuno oggi si esprime a favore soltanto per una questione di facciata, mentre in realtà non pensa proprio che siano necessarie. Tutto il mondo è paese. Ora che il Pdl comincia ad avere la struttura di un partito vero, con tesserati e congresso, diventa più facile accostarlo alla vecchia Dc, che di questi tempi in tanti addirittura rimpiangono.      </p>
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		<title>La primavera di Fini comincia dalla Rai: al via le trattative per allestire la squadra</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 22:24:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[televisione]]></category>

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		<description><![CDATA[Diciamoci la verità: era da mesi che Gianfranco Fini sembrava depresso, come se non avesse più voglia di combattere. Consapevole di aver compiuto una mossa sbagliata: lasciare il Pdl senza fare opposizione all’interno del partito. Un errore, come lui stesso ha riconosciuto. Anche i suoi fedelissimi di Fli erano rimasti delusi dal discorso del presidente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="float: right;" src="http://www.marcocastoro.it/immagini/italia.gif" alt="" />Diciamoci la verità: era da mesi che Gianfranco Fini sembrava depresso, come se non avesse più voglia di combattere. Consapevole di aver compiuto una mossa sbagliata: lasciare il Pdl senza fare opposizione all’interno del partito. Un errore, come lui stesso ha riconosciuto. Anche i suoi fedelissimi di Fli erano rimasti delusi dal discorso del presidente della Camera a Mirabello. Ma è bastato un sondaggio per caricarlo di nuovo a pallettoni. La scritta Fini sul simbolo di Fli vale tre punti in più, rispetto allo scarso 3% che gli assegnano tutti i sondaggisti che elaborano le intenzioni di voto. E d’incanto si è rivisto il leader di qualche tempo fa. Non più quello dei lunghi silenzi estivi. Si è tolto la giacca, si è tirato su le maniche e ha cominciato una nuova fase. Si è presentato a Ballarò, in studio e non con interviste differite come in passato, affrontando faccia a faccia gli altri ospiti e gli umori della platea. Si è perfino concesso il lusso di dare randellate tra capo e collo ai suoi due ex colleghi di maggioranza, Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, su patrimoniale e baby pensionati. Morale della favola: Fini ha fiutato le elezioni e ora è più deciso che mai a spendersi in prima persona. Non a caso ha cominciato a dosare le sue energie per portare a termine la missione: allestire una squadra competitiva. <span id="more-5442"></span>Da questa logica non sfugge viale Mazzini. Del resto la situazione all’interno della Rai è più che mai caotica. Figlia di una situazione politica incerta. La paura che possa presto arrivare il crepuscolo del berlusconismo muove le fila, intensifica i contatti e i tentativi di riposizionamento per non finire travolti dalle macerie. Fini recentemente si è incontrato con il consigliere Rai Rodolfo De Laurentiis di area Udc e con il direttore del Tg2 Marcello Masi. Qualcuno racconta che anche l’ex delfino Mauro Mazza abbia già avviato la fase del disgelo, ma su questa eventualità non tutti sarebbero pronti a mettere la mano sul fuoco. Possibile anche un riavvicinamento con Gianni Scipione Rossi, direttore di Rai Parlamento. Chi invece continua a tenere le distanze dal leader di Fli è il consigliere Guglielmo Rositani. Il fedelissimo resta sempre Bruno Socillo.</p>
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