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	<title>Marco Castoro &#187; profili</title>
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		<title>Renzi come Balotelli, talenti non profeti in patria</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 23:49:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno è un fiorentino, estroverso tutto lavoro e famiglia. L’altro un bresciano di colore, introverso, che ama le belle donne e le auto di sportive di lusso. Che cosa hanno in comune Matteo Renzi, il sindaco di Firenze, leader della corrente dei rottamatori del Pd, e Mario Balotelli, il giovane calciatore che dall’Inter è passato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="float: right;" src="http://www.marcocastoro.it/immagini/italia.gif" alt="" />Uno è un fiorentino, estroverso tutto lavoro e famiglia. L’altro un bresciano di colore, introverso, che ama le belle donne e le auto di sportive di lusso. Che cosa hanno in comune Matteo Renzi, il sindaco di Firenze, leader della corrente dei rottamatori del Pd, e Mario Balotelli, il giovane calciatore che dall’Inter è passato al Manchester City? Sono due talenti, riconosciuti dai loro rispettivi mondi, che hanno lo stesso vizio di esagerare nei modi e di sbagliare nei mezzi e nei toni con cui esprimono le loro idee. Anche se spesso dicono ciò che pensano in molti: quanti nel Pd non vedono l&#8217;ora di liberarsi dei big e di avere l&#8217;opportunità di ricoprire incarichi e di dare nuova linfa al partito? <span id="more-4312"></span>Renzi e Balotelli sono tutti e due giovani, ma hanno già vinto molto. Il calciatore, a poco più di 20 anni, scudetti e Champions League. Il politico, a poco più di 30, ha già fatto il presidente della provincia e oggi è sindaco di Firenze. Entrambi sono amati e odiati. Amati perché sono vincenti. Odiati per i loro atteggiamenti spocchiosi e irritanti. Per essere il primo della classe ci vuole del tempo e in fondo devono ancora dare continuità al loro lavoro, nonostante i traguardi già raggiunti (Balotelli ha vinto la Champions che campioni come Totti e Ibrahimovic non sono riusciti mai a conquistare; Renzi ha vinto le primarie sfidando il Pd che non voleva neanche che si presentasse come candidato sindaco). I due hanno ambizioni, idee e non hanno paura di esprimerle: Balotelli disse che voleva segnare il gol alla finale dei mondiali (anche se sapeva che Lippi non lo avrebbe mai portato in Sudafrica), Renzi organizza la convention Prossima fermata Italia per offrire agli italiani un&#8217;alternativa seria a Berlusconi. Non dice apertamente di voler fare il leader, ma molti pensano sia quello il suo obiettivo. Né Balotelli né Renzi sono ben visti dalle loro squadre e per questo vengono isolati.. Il politico perché vuole rottamare i vecchi (Massimo D&#8217;Alema e Rosy Bindi in primis), il calciatore addirittura venne aggredito da Materazzi, uno degli anziani dell&#8217;Inter, e scaricato da quasi tutta la squadra oltre che dal tecnico Mourinho, il quale disse alla sua maniera che, nonostante il talento, a Balotelli qualche neurone in più gli avrebbe giovato. Lo criticava davanti alle tv e lo accusò di aver perso tempo a raccogliere una lente a contatto sul campo di gioco. Nel Pd Renzi è talmente odiato che perfino il segretario Pier Luigi Bersani, che di questi tempi dovrebbe attaccarsi a qualsiasi idea che raduni una folla, non andrà a Firenze in questo week-end. Fatica perfino a parlarci e a telefonargli. Dal popolo del web del Pd addirittura Renzi viene paragonato a Daniele Capezzone: maleducato, supponente, arrogante. La Bindi lo bacchetta quando può. Al Balotelli interista gli rimasero solo due amici (Santon e Arnautovic), accanto al nome di Renzi ci sono altri due giovani pd Debora Serracchiani e Pippo Civati. Sia Renzi sia Balotelli stanno spesso sui media. Per le loro dichiarazioni a effetto, per le loro bravate. Sono criticati in Italia ma ammirati all&#8217;estero. Molti allenatori della Premier, da Ferguson ad Ancellotti, hanno espresso giudizi positivi su SuperMario, e qualche giorno fa il Times ha scritto: Vendola, Fini e Renzi nel dopo Berlusconi. La kermesse dei rottamatori dei dirigenti Pd è arrivata dunque anche sulla pagine del Times. Ma purtroppo il Pd non è l&#8217;Inter, Veltroni non è Milito o Eto&#8217;o. Il Pd non ha mai vinto la Champions. Quindi, mentre si poteva giustificare che Mou lasciasse in panchina Balotelli, perché Renzi è ancora ai margini del partito? Criticato nella sua squadra, Balotelli è stato indicato dal c.t. Prandelli come il punto da cui ripartire, assieme a Cassano, nella nazionale post-Sudafrica. In molti vedono in Renzi il futuro di un partito democratico che fagocita leader (Veltroni, Franceschini e Bersani) con grande velocità. Balotelli (nonostante le sue bravate) è stato indicato da tutti come il più grande talento che l&#8217;Italia possa vantare negli ultimi tempi. Il rammarico è stato vederlo fuggire all&#8217;estero. Oggi all&#8217;Inter ancora lo rimpiangono. Se il Pd perderà anche Renzi siamo sicuri che nessuno lo rimpiangerà?</p>
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		<title>Il Foglio, ritratto dell&#039;ultimo re di Roma: Francesco Totti</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 19:09:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da DAGOSPIA Beppe Di Corrado per &#8220;Il Foglio&#8221; Totti può girare anche in Ape. Chiunque sia stato a danneggiare la sua Mercedes non ha visto l&#8217;ultimo spot. &#8220;Donne, è arrivato Franceschino&#8221;. C&#8217;è sempre, lui. Da quindici anni Roma non parla d&#8217;altro: tre quarti l&#8217;adora, un quarto lo detesta. Sarà lì che cercheranno chi gli ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-4261" title="ammucchiata" src="http://www.marcocastoro.it/wp-content/uploads/2010/10/ammucchiata.jpg" alt="ammucchiata" width="250" height="167" />Da DAGOSPIA<br />
Beppe Di Corrado per &#8220;Il Foglio&#8221;</p>
<p>Totti può girare anche in Ape. Chiunque sia stato a danneggiare la sua Mercedes non ha visto l&#8217;ultimo spot. &#8220;Donne, è arrivato Franceschino&#8221;. C&#8217;è sempre, lui. Da quindici anni Roma non parla d&#8217;altro: tre quarti l&#8217;adora, un quarto lo detesta. Sarà lì che cercheranno chi gli ha sfondato il parabrezza con una pietra.<br />
Laziali indiviosi? Romanisti delusi? Nessuno scommette perché forse non è né l&#8217;uno e né l&#8217;altro. Totti è un monumento anche per i nemici e i monumenti non si prendono a pietrate neanche se sei il più irrispettoso dei teppisti. Lui non ne parla neanche: parla di altro. Di sé, della Roma, della Nazionale. Il viale del tramonto di un mito può essere lungo o breve, dignitoso o disastroso. Totti l&#8217;ha imboccato nell&#8217;inizio di stagione più difficile della sua carriera. Non sa come sarà il percorso, sa che deve percorrerlo.<span id="more-4249"></span><br />
L&#8217;Ape è uguale alla Mercedes, forse anche meglio perché la lentezza allunga i tempi, moltiplica le fermate. E qui ogni stop è una boccata di vita: gol, assist, gloria. Date un Autogrill della vita a Totti, perché significa che ce lo terremo ancora per un po&#8217;. Con le sue giocate, con le sue uscite, con il suo carattere.<br />
L&#8217;ha imboccato quel viale, Francesco. Ma non è detto che sia corto. Roma è una benedizione per chi non vuole arrivare in un posto e Francesco non ha premura, non ha nessuno che l&#8217;aspetta. Ha se stesso invecchiato e non è certo l&#8217;uomo che vuole raggiungere il prima possibile. Allora combatterà, lotterà, s&#8217;arrabbierà, segnerà. Farà Totti, sarà Totti, cioè Roma e la Roma, il capitano di una squadra e anche di un&#8217;era. Perché il suo essere l&#8217;equazione con risultato zero di una squadra e di una città lo rende universale e collettivo.</p>
<p>Chi non è tifoso della Roma lo rispetta per la sua scelta di essere ciò che è stato per tutti questi anni: il patriota di un mondo fatto di senza patrie. La chiamano bandiera, con quel tocco di nostalgia in grado di ammazzare il romanticismo racchiuso nella volontà di rimanere a ogni costo a casa propria per farla diventare grande come mai. Totti bandiera è un&#8217;ovvietà che non esalta Francesco: lui è un patrimonio, che è la stessa cosa, ma molto più ampia. E&#8217; l&#8217;invidia di chi non ha un indigeno che parte dalle giovanili e arriva a essere il capitano di una squadra che rivince lo scudetto dopo quasi vent&#8217;anni. Bandiera può diventarlo quasi chiunque. Patrimonio no.<br />
E Totti è inimitabile adesso e chissà per quanto. E&#8217; una vetrina che guardi con la bava alla bocca, come quando vedi un manichino vestito esattamente come vorresti esserlo tu, solo che una volta indossato tutto t&#8217;accorgi che su quel pezzo di plastica è tutta un&#8217;altra cosa. Ecco: Totti ha avuto emuli e avrà eredi, ma nessuno sarà come lui. Ha già messo in cantina il principe Giuseppe Giannini, anche lui romano e romanista a vita o quasi, ma incapace di trasformare in Gianninismo la sua stagione pallonara.</p>
<p>Totti invece ha creato il Tottismo, un genere specifico e definito dalla sua incredibile capacità di personificare il duello, il confronto, lo scontro. Totti è la Roma anche quando è infortunato, anche quando è squalificato. E&#8217; il capitano al quadrato, padrone della fascia anche se magari un giorno quella fascia è sul braccio di Daniele De Rossi. Basta pensare all&#8217;anno scorso, quando la Roma ha compiuto il quasi miracolo di arrivare allo scudetto nonostante per la gran parte della stagione abbia giocato senza Totti.<br />
Ecco, Totti c&#8217;era anche da assente. La mancanza ha alimentato il mito, lasciando tutti con la sensazione che potesse rientrare: c&#8217;era la forza dell&#8217;attesa, l&#8217;ansia da ritorno, la certezza che se senza di lui le cose funzionavano, figurarsi con lui. L&#8217;abbiamo scritto e conviene ripeterlo: Francesco è il capitano ultimo, non l&#8217;ultimo capitano. Non è l&#8217;esempio morale a spingere gli altri a seguirlo. Lui è una guida, un totem della fiducia: lo vedono sbattersi per tornare in campo e s&#8217;impegnano di più.<br />
criptato: corre senza correre, parla senza parlare, gioca senza giocare. Al rientro in campo dopo il lungo infortunio, l&#8217;anno scorso fece dieci minuti appena: niente di che, ovviamente. Però era come se fosse sceso in campo un Dio. L&#8217;attesa collettiva, il boato al primo passo, la paura al primo fallo subito. Un imperatore acciaccato che ha aumentato il suo carisma in maniera inversamente proporzionale rispetto al suo stato di salute: più è rotto, più l&#8217;ascoltano. Non insegna a comportarsi, non impone lo stile pulito, raffinato, elegante.<br />
Non è punto di riferimento per le nuove generazioni: un modello da imitare per essere sportivamente corretti e calcisticamente fenomeni. Totti è il capitano di una squadra che alterna cicli da impero a cicli da provinciale. Lui sta lì, che sia in campo o che sia in tribuna.</p>
<p>Sempre con quell&#8217;atteggiamento che l&#8217;ha trasformato in leader: da solo contro il mondo, perché la sua forza è sempre stata anche quella di sentirsi un diverso, un gladiatore nell&#8217;arena, un Massimo Decimo Meridio con ottantamila legionari e con il resto d&#8217;Italia a fare da spettatore accanito in un Colosseo immaginario. Ha vissuto con la sindrome dell&#8217;accerchiamento, di una romanità vissuta come orgoglio, ma con la sensazione che per tutti gli altri fosse una penalizzazione.</p>
<p>Avrebbe potuto andar via: è rimasto per se stesso e per gli altri, soprattutto perché in un altro posto non sarebbe stato lo stesso. &#8220;Totti è la Roma&#8221;, dice spesso Bruno Conti, il quale ha fatto la stessa scelta in un&#8217;epoca in cui però era tutto più semplice. E&#8217; stato più complicato, per Francesco. Perché essere grandissimi in una città non sempre porta a essere grandi per tutti. E&#8217; così che ogni tanto è finito fuori giri. Lo ricorderà qualcun altro adesso che ha riaperto la porta a una sua potenziale chiamata in Nazionale. Tanto vale allora che lo ricordiamo anche noi.<br />
Totti, in nome della romanità a ogni costo l&#8217;Italia l&#8217;ha mollata. Disse così: &#8220;Voglio concentrarmi solo sulla Roma e poi sono stufo delle accuse e delle critiche. Io ero orgoglioso di far parte del gruppo di quella squadra. Ma al Mondiale del 2006 mi hanno attaccato in troppi ed è successo solo perché sono romano&#8221;. Sapeva che non era vero. A rimorchio per giorni documenti, interviste, filmati, ricordi, memorie, battute: &#8220;Tutte le volte che il resto d&#8217;Italia ha distrutto Totti&#8221;. Tutto il paese si ricorda che la coppa del Mondo è stata vinta grazie a lui.<br />
Giocò da Totti praticamente mezz&#8217;ora in tutto. Mezz&#8217;ora contro l&#8217;Australia: il tempo di lanciare Grosso, di fargli prendere il fallo e poi di battere il rigore più difficile della carriera. Basta. Può anche avanzare, volendo. Invece il mondo che gli sta accanto deve avere sempre un sorso per autoalimentarsi. Allora l&#8217;intervista, il livore, l&#8217;atteggiamento da solo contro tutti.<br />
Poi Manchester, la sfida contro lo United e quell&#8217;altra uscita da numero uno a ogni costo, da legionario romano alla conquista del mondo: &#8220;Per me questa partita vale più della finale del mondiale. Questa è la Roma&#8221;. Perse 7-1. Si può dimenticare, certo. Si può perché nessuno saprà mai quanto abbia inciso la sua volontà vera o il sistema pallonaro romano che a volte distorce anche le cose semplici. E Totti, in fondo, a quelle appartiene: è un ragazzo normale che gioca da fenomeno quando fa le cose normali. Non è Messi che fa magie a ripetizione.<br />
Non è Cassano che ha bisogno della giocata in mezzo a tre uomini per sentirsi vivo. Totti risolve tutto con un tiro forte. Oppure con un tocco intelligente. O con un pallonetto imprevedibile. Non è vittima della sindrome dello specchio, che pretende che tu ti guardi prima di fare una cosa per essere più figo del solito mentre la fai. Francesco ha sempre avuto la cifra della semplicità, nella vita, in campo, a casa, in televisione.<br />
Ed è nella semplicità che ha sempre fatto muovere il suo ruolo da capitano: un leader chiassoso, non silenzioso; un portavoce di sé e degli altri. Giusto o sbagliato che sia. Totti è un partito. E&#8217; l&#8217;erede quasi in pensione di una genia che per ora non ha successori. E&#8217; arrivato dopo Del Piero, l&#8217;uomo messo in croce, dopo Baggio che ha subito più processi pubblici di un criminale internazionale. Gli allenatori l&#8217;hanno messo su un piedistallo seguendo per una volta Zeman. Al mister boemo chiesero: chi sono i cinque calciatori più forti d&#8217;Italia. &#8220;Totti, Totti, Totti, Totti e Totti&#8221;.<br />
A differenza dei suoi predecessori Francesco appartiene anche a qualcosa di più della dinastia dei numeri dieci. Sta nell&#8217;Olimpo dei capipopolo. Con lui ci sta lo sputo, la spinta all&#8217;avversario e l&#8217;insulto all&#8217;arbitro. Ci sta la manina pendula mostrata a Tudor in un Roma-Juve di qualche anno fa: &#8220;Quattro, andate a casa. Via&#8221;. Ci stanno i gomiti alti, le magliette con la scritta &#8220;V&#8217;ho purgato ancora&#8221;, gli spintoni al povero Vito Scala amico fraterno e poeta dei massaggi per le povere articolazioni doloranti di Francesco.<br />
La semplicità è anche il resto. Il suo modo di vivere fuori dal campo, quello che è arrivato nelle case di tutti attraverso la saga degli spot Vodafone. Ovvio che Totti non è così, ma ci siamo convinti che invece lo sia. Quelle pubblicità che all&#8217;inizio sembravano sciocche hanno trasformato Francesco in un fenomeno non più solo romano.<br />
Prima era così: la romanità e la Roma erano il recinto nel quale Totti era un Dio, con le radio e i giornali, la gente per la strada, la tassista che adesso costeggia l&#8217;Olimpico e chiama al telefono qualcuno: &#8220;Sto passando davanti alla casa dell&#8217;As Roma. Sì, lo so che è del Comune, ma esiste solo una squadra a Roma. Cioè la Roma. Quindi lo stadio è suo&#8221;. E&#8217; quel mondo e quella mentalità da padroni dell&#8217;universo, quel sistema che l&#8217;ha ingabbiato in un personaggio che non funziona più dallo svincolo di Settebagni in poi. Urbe.<br />
Fuori dal raccordo anulare, il fenomeno Francé era incomprensibile e inimmaginabile, a volte anche grottesco, ridicolo, assurdo. Come li vedi sti due cornetti a fratè? &#8220;Li vedo ‘na favola. Li vedo come er cucchiaio de Totti&#8221;. Una popolarità da cabaret, così l&#8217;ha bollata per molto tempo il nord, convinto che il fenomeno fosse folkloristico. Lo spot e la semplicità con la quale Francesco entra negli schermi di tutta Italia hanno modificato la percezione. Quasi fosse antesignano del film &#8220;Benvevuti al Sud&#8221;, Totti ha sdoganato se stesso fuori dal raccordo anulare. Life is now, allora.<br />
Anzi, come fa il claim oggi? Più Internet per Totti&#8230; anzi per tutti. La forza di Francesco è la sua voglia di essere sempre lui. E&#8217; questo che lo fa capitano: come se avesse la fascia stampata o tatuata. L&#8217;identificazione con la squadra è il marchio che lo distingue dagli altri. Perché tutti i capitani sono numeri uno, ma soltanto lui è destinato all&#8217;eternità a prescidere da come andrà a finire la sua carriera: &#8220;Chi tocca Totti muore&#8221;, diceva uno striscione.<br />
Rimanere, restare un simbolo, un&#8217;icona, un diverso l&#8217;ha reso inattuale e antimoderno, utilizzando la metafora della bandiera per fotterlo allegramente: l&#8217;ultimo baluardo di un calcio che non c&#8217;è più, il giocatore che resta a casa invece di emigrare e rimare non per soldi ma per fare grande il suo mondo, per avere il ricordo perenne e la gloria infinita. Per essere un Dio di un Olimpo che ha fatto cadere tutti gli altri. Lui ha goduto e gode: nessuno lo critica, se sbaglia un rigore è colpa del campo o del pallone, magari pure del mister o del compagno.<br />
Se prende un&#8217;ammonizione è perché sta antipatico all&#8217;arbitro oppure perché c&#8217;è un disegno antiromanista. Per questo è stato troppo strano l&#8217;inizio di questa stagione: lui che non gioca da Totti, le incomprensioni con Ranieri, le sostituzioni, quella dichiarazione bizzarra &#8220;se sono un problema sono pronto a farmi da parte&#8221;. Questa non è Roma. Questo non è Totti. La pausa è arrivata quando serviva. Niente pallone, niente partite. Aspettate. Non è finita per la sua squadra.<br />
Non è finita per lui. Momento del capitano, il simbolo di Roma e della romanità. Il bimbo de Oro. Francesco&#8230; Totti&#8221;. C&#8217;è ancora, c&#8217;è sempre. Non si muove, resta. Sarà il nuovo Bruno Conti, dice. Quando smetterà farà il direttore sportivo di questa squadra. L&#8217;ha sempre detto, almeno lo dice da qualche anno. Non ha ancora deciso quando: l&#8217;unica data certa, fino a poco tempo fa, era maggio 2009. Si giocava la finale di Champions League a Roma. Lui, Francesco, sogna Roma-Liverpool. Sognava i rigori. Perché Falcao, Pruzzo, Graziani, Conti e gli altri.<br />
La finale dell&#8217;84. Il ricordo: Venditti, le lacrime. Grazie Roma. sarebbe stata una grande fine. Si continua, invece. Sembra strano, ma vuole vincere ancora, perché dice che prendersi una coppa a Roma vuol dire prendersene due da un&#8217;altra parte. &#8220;Vale doppio, vale doppio&#8221;. Perché lo sanno solo loro. Lo sa lui. Fare il capitano alla Roma non è come farlo altrove. Né alla Juventus, né al Milan, né all&#8217;Inter: a Trigoria come a Testaccio i sogni sono lontani e bellissimi. Spesso gli altri possono raggiungerli e tu no.<br />
Allora come fai? C&#8217;è bisogno di una voglia che altri non hanno, c&#8217;è bisogno di una forza che altri non hanno. Totti ha cominciato la strada della discesa verso quel giorno in cui non metterà più i piedi sull&#8217;erba, ma non ha ancora deciso quanto sarà lunga. E poi sicuri che conti davvero? Con o senza di lui in campo è praticamente la stessa cosa. Possibile? Possibile. Anzi di più. Sicuro: Totti non è il gol che manca, è la faccia che serve per pensare di potercela sempre fare.<br />
Che giochi o no è un dettaglio. Lui c&#8217;è lo stesso, con la fascia al braccio.</p>
<p>[13-10-2010]</p>
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		<title>Ritratto di Tremonti, il ministro dal cuore surgelato</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 13:37:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Dagospia Di Marcello Veneziani per Il Giornale Sarò perverso, ma Giulio Tremonti mi ispira un&#8217;infrenabile simpatia. Le sue crudeltà mentali e le sue crudità ministeriali mi mettono di buonumore, i suoi tagli mi eccitano, quando si arrabbia mi diverte più dei suoi imitatori Guzzanti e quando tradisce in una battuta, in una smorfia, perfino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da Dagospia<br />
Di Marcello Veneziani per Il Giornale</p>
<p>Sarò perverso, ma Giulio Tremonti mi ispira un&#8217;infrenabile simpatia. Le sue crudeltà mentali e le sue crudità ministeriali mi mettono di buonumore, i suoi tagli mi eccitano, quando si arrabbia mi diverte più dei suoi imitatori Guzzanti e quando tradisce in una battuta, in una smorfia, perfino in un balbettio sottovoce, la sua meticolosa cattiveria e il suo disprezzo per l&#8217;interlocutore, mi fa godere come un pazzo.<br />
Quando ti guarda sembra che stia prendendo la mira. Mi piace vederlo quando fa soffrire Bondi, mi ricorda er Canaro quando chiudeva in gabbia le sue vittime e gli praticava dolorosi tagli. Mi esalta quando prende a calci Brunetta, realizzando il sogno di milioni di fannulloni. O quando gela ministri, governatori e sindaci che battono cassa, chiedono stralci e clemenze e lui con sadico rigore li riduce sul lastrico.<br />
O quando bisticcia con le ministre donne, impermeabile al loro fascino; anche se lo vedrei magnificamente insieme con Mara Carfagna a la Pupa e il Secchione (a ruoli invertiti, vedrei bene Calderoli e la Gelmini, il Pupo e la Secchiona). Ma quando fa coppia con Berlusconi raggiunge il top.<span id="more-3954"></span><br />
Tremonti è l&#8217;Anti-italiano per eccellenza e dunque l&#8217;esatto opposto di Berlusconi, che è invece l&#8217;Arci-italiano, ovvero la gigantografia dell&#8217;italiano medio. Gioviale l&#8217;uno burbero l&#8217;altro, piacione l&#8217;uno dispiacione l&#8217;altro, uno incline al riso e al sorriso, l&#8217;altro non va oltre il ghigno e il sogghigno.<br />
Con Berlusconi fanno una coppia perfetta, perché Giulio incarna il Sacrificio e Silvio il Sogno; o se preferite, uno è il bastone e l&#8217;altro la carota. Se Berlusconi è Dio, Tremonti ha assunto il ruolo di san Pietro, detiene le chiavi del Paradiso e seleziona gli ingressi. Il messaggio subliminale dell&#8217;uno è stringete la cinghia, il messaggio dell&#8217;altro è slacciate le cinture.<br />
Tutto ciò che dice, tocca, fa Berlusconi sarebbe impensabile che lo facesse, lo dicesse, lo toccasse Tremonti: donne, barzellette, canzoni, calcio, effusioni espansive. Sarebbe impensabile vedere Tremonti ballare o vederlo stringere una donna se non alla carotide, per sopprimerla. Misogino è forse riduttivo, credo che Tremonti non sopporti nemmeno i bambini, ma ho forti dubbi anche sui vecchi e in genere sugli adulti. È insofferente verso il prossimo anche se si sforza di non darlo a vedere.<br />
Impensabile pure sarebbe vederlo, che so, al mare in calzoncini corti o a fare il sub, come fa Fini quando vuole sfuggire alla superficialità e farsi profondo. Tremonti al sole non si abbronza, si ossida. Figuratevi vederlo esultare allo stadio, al più proverebbe qualche eccitazione in biglietteria. Se fosse allenatore ridurrebbe il numero dei calciatori da undici a sette. Quando dice che non metterà mai le mani nelle tasche degli italiani bisogna credergli: lui le mani nelle tasche degli italiani non le metterebbe mai perché gli farebbe schifo.<br />
Se gli propongono una escort, Tremonti chiede quanti chilometri fa con un litro. Se lo invitano al compleanno di una ragazza, le manda una copia del suo libro La paura e la speranza, ma poi non si presenta al festino; in compenso le manda la visita fiscale. Se gli infilano una bella zoccola nel letto, ordina la derattizzazione. Se gli fanno ingurgitare con l&#8217;inganno una pillola di viagra, al più gli scompare la erre moscia.<br />
Se Berlusconi si dichiara il più ricco del Parlamento, Tremonti si dichiara invece il più povero, un reddito da modesto professore valtellinese. Indifferente al sesso e al denaro, mistico dell&#8217;euro e asceta delle finanze, portatore sano del Tesoro, Tremonti è un&#8217;anomalia assoluta nel panorama italiano.<br />
Non potranno mai prenderlo in castagna perché non ha i punti deboli dei suoi connazionali, il sesso, il denaro e la comitiva, non ha da sistemare figli, amanti e compagni di magnata, anche perché immagino che si nutra con la flebo. E sono convinto che anche della casa gratis con vista mozzafiato non saprebbe cosa farsene. A lui basta incapsularsi in una navicella e giocare ore e ore con i bond.<br />
Mi rendo conto che è riduttivo definire Tremonti semplicemente anti-italiano. Più giusto sarebbe definirlo disumano, e lo dico come un complimento. Il genere umano non è il suo genere preferito. Tremonti è un incrocio ben riuscito tra un elettrodomestico e un extraterrestre. Le sembianze e le movenze umane dissimulano a malapena un design e un microchip decisamente estranei al mondo degli umani.<br />
Ha i tratti dell&#8217;automa e dell&#8217;ingegno puro, qualcosa ci dice che Tremonti è il prototipo dell&#8217;intelligenza artificiale. Quasi la prova vivente e già collaudata che può nascere e svilupparsi un essere da una cellula prodotta in laboratorio e poi depositata in banca. E non una banca del seme, ma proprio un istituto di credito.<br />
Una volta lo ebbi al mio fianco a Procida in un convegno, temevo che venisse fuori la sua anima padana, il suo leghismo implicito; invece riuscì a passare per terrone, e molti videro in lui addirittura il vendicatore della cassa del Mezzogiorno. Standogli vicino ebbi l&#8217;impressione che usasse il baygon come brillantina per i capelli e il flit come deodorante. Non credo invece che Tremonti usi il dopobarba perché non mi pare che cresca la barba sul suo volto, al più si deposita un leggero pulviscolo, come sui display della tv e del computer.<br />
Di Tremonti ministro io mi fido. Anche le sue oscillazioni tra liberismo e socialismo, tra von Hayek e Marx, tra la passata adorazione del turbocapitalismo e la presente critica del mercatismo nel nome antico dei popoli, delle identità e di diopatriaefamiglia, hanno il sapore dell&#8217;intelligenza più che del trasformismo. Tremonti è disponibile in più versioni, cabrio, station wagon e coupé. Ma in questa crisi sono contento che sia lui al Tesoro.<br />
Devo scusarmi infine con il ministro se ho messo in giro una scabrosa diceria anatomica su di lui, che sta circolando con incresciosa insistenza: nel corso di una cena insinuai che Tremonti al posto degli organi genitali avesse un euro. E che da bambino, invece, avesse la lira tra le gambe. Niente malizie, alludevo solo a un caso di deformazione professionale.</p>
<p> [04-06-2010]</p>
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		<title>Adesso D&#039;Alema non ha più nemici. Con chi se la prenderà d&#039;ora in poi?</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 23:23:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E ora su chi verrà scaricata la colpa del nuovo (e scottante) insuccesso di Massimo D’Alema? Gli è stato fatale l’abbraccio con Silvio Berlusconi e il governo? Lo hanno forse tradito i compagni socialisti? O addirittura fare la guerra a Tony Blair alla fine ha avuto effetti devastanti per entrambi i leader politici? Di sicuro, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="float: right;" src="http://www.marcocastoro.it/immagini/italia.gif" alt="" />E ora su chi verrà scaricata la colpa del nuovo (e scottante) insuccesso di Massimo D’Alema? Gli è stato fatale l’abbraccio con Silvio Berlusconi e il governo? Lo hanno forse tradito i compagni socialisti? O addirittura fare la guerra a Tony Blair alla fine ha avuto effetti devastanti per entrambi i leader politici? Di sicuro, almeno questa volta, D’Alema non potrà prendersela con Walter Veltroni, il suo nemico storico, attualmente in stand-by. <span id="more-3595"></span><br />
In attesa di scoprire chi sia stato a tradirlo, il leader Massimo dovrà rinventarsi l’album dei suoi nemici, finiti anch’essi a zampe all’aria. In pratica non ce n’è più uno che abbia voglia di sfidare D’Alema, ormai campione di traversone, vista la collezione di insuccessi inanellati uno dopo l’altro. A questo punto della sua vita, e della sua carriera, che cosa farà Spezzaferro? Tranquilli, qualche tela da tessere la troverà sicuramente. C’è tutta una nuova fase della politica italiana da delineare, strategicamente tutta da scoprire. Certo, di nemici non se ne vedono all’orizzonte. Ma ci sono nuovi amici da conquistare, da Casini a Rutelli. Il fido Bersani finirà per fare il segretario del partito nel vero senso della parola. D’Alema, approfittando del suo carisma, lo convincerà ad occuparsi più da vicino della ricostruzione delle sezioni del partito. Quel porta a porta che dovrà rimettere in piedi le macerie di un castello crollato. Soprattutto al Nord, dove la Lega si è portata a casa anche gli operai. Baffino, invece, si ritaglierà un ruolo di tessitore e di kingmaker del partito, nei rapporti con i poteri forti, economici e coop. C’è la sua fondazione che può aiutarlo nella mission. L’obiettivo, questa volta, non è annientare qualche nemico (quelli non ci sono più) ma rivincere le elezioni. Un’impresa talmente ardua, da sembrare quasi impossibile. In attesa dell’evento, ci sono le candidature delle regionali da scegliere. Ci sono i rapporti con l’Udc e con il movimento di Rutelli da curare. Sta di fatto che D’Alema al più presto deve trovare qualcosa da fare, altrimenti rischia di logorarsi per mancanza di avversari. Ora che Veltroni è a riposo e Berlusconi non è poi più così demonizzato come prima della candidatura per l’Europa. Tra l’altro la bocciatura di D’Alema ha perfino danneggiato il Cav, che ora non può più affidarsi ad Antonio Tajani per le regionali del Lazio. Pare inevitabile che perfino Silvio debba ingoiare il rospo della candidatura di Renata Polverini. D’Alema gli chiederà di non cedere a Fini. Sta di fatto che la Polverini fa più paura al Pd di tutti i candidati nel Lazio. Perché potrebbe portarsi l’Udc dalla propria parte della contesa. Con la conseguenza di far fuggire anche quei candidati che sarebbero stati pronti a sfidare e battere Tajani. Per il momento in piedi resta solo Giovanna Melandri, se non si vuole fare la pessima figura di mandare in campo figure di serie B, votate alla sconfitta annunciata.<br />
In tutto questo contesto, il D’Alema di oggi dà l’impressione di poter diventare una scheggia impazzita. Del resto, in tanti anni, l’unico traguardo che è riuscito a tagliare è stato quello di far cadere da premier Prodi e prenderne il posto. Ma fu proprio dopo quella vittoria che cominciò la serie negativa.</p>
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		<title>Malagò, un uomo da 25 milioni di utili</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 10:28:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[da ITALIA OGGI di Stefano Sansonetti Giovanni Malagò, indagato per le piscine, si può consolare. Tra i soci Lupo Rattazzi e Matteo Montezemolo. Vende Ferrari e yacht, è azionista in banche, ha titoli e fondi per 9 milioni Per carità, l&#8217;inchiesta sulle piscine costruite per i mondiali di nuoto rappresenta un brutto colpo. Giovanni Malagò, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>da ITALIA OGGI<br />
di Stefano Sansonetti</p>
<p><em>Giovanni Malagò, indagato per le piscine, si può consolare. Tra i soci Lupo Rattazzi e Matteo Montezemolo. Vende Ferrari e yacht, è azionista in banche, ha titoli e fondi per 9 milioni</em></p>
<p>Per carità, l&#8217;inchiesta sulle piscine costruite per i mondiali di nuoto rappresenta un brutto colpo. Giovanni Malagò, però, ha di che consolarsi. Già, perché basta dare un&#8217;occhiata al variegato business che fa capo all&#8217;imprenditore cinquantenne per rendersi conto di cosa gli gira intorno. E meno male che il 2008 è stato l&#8217;anno della crisi. Si può partire dalle Ferrari e dalle Maserati che Malagò e famiglia, attraverso la loro Samocar, sono riusciti a vendere l&#8217;anno scorso. Oppure si può parlare della raffica di partecipazioni, titoli e fondi ascrivibili alla GL Investimenti, l&#8217;ultima creatura finanziaria in cui l&#8217;imprenditore romano è in società con Lupo Rattazzi. E si può finire con gli yacht piazzati attraverso la Moma Italia, veicolo partecipato insieme a Matteo Montezemolo. Insomma, un universo societario che nel 2008, a voler fare una somma, ha chiuso con un utile di poco inferiore ai 25 milioni di euro.<span id="more-3476"></span></p>
<p>Iniziamo con la Samocar. Si tratta della concessionaria dei marchi Ferrari e Maserati per le regioni Lazio, Campania, Toscana e Sardegna. Dopo averla guidata per tanti anni, Malagò adesso ne è consigliere e azionista al 15% (ma alla famiglia nel suo complesso è riconducibile il 60%). Il bilancio chiuso al 31 dicembre 2008 ha fatto registrare un fatturato di 66,7 mln, in aumento rispetto ai 62,5 dell&#8217;anno precedente. Hanno tenuto anche gli utili, a 1.628.569 euro (in lieve flessione rispetto al milione e 737 mila euro del 2007). Dal documento contabile emerge che, nonostante la crisi del settore auto, le vendite di autoveicoli di lusso hanno tenuto, soprattutto grazie alla Ferrari modello California. In tutto, l&#8217;anno scorso, la Samocar è riuscita a consegnare 190 Ferrari (di cui 34 in Toscana e 40 in Campania) e 173 Maserati (di cui 38 in Toscana e 58 in Campania), fatturando dalla auto 52,5 mln di euro.</p>
<p>Poi c&#8217;è la GL Investimenti, nata il 7 marzo del 2008 e divisa al 50% tra Malagò (attraverso la Samofin) e Lupo Rattazzi (figlio della defunta Susanna Agnelli). Ebbene, nel corso del 2008 la società ha messo insieme una serie di partecipazioni pesanti. Per esempio lo 0,154% della Maire Tecnimont, che vale in bilancio 34,3 mln. Oppure il 9,5% della Esperia Aviation Services, che vale 186 mila euro. O ancora il 2,013% della Banca Finnat Euramerica, che ha un valore di 5,6 mln. In tutto le immobilizzazioni finanziarie della GL Investimenti valgono 40,1 milioni di euro. A queste vanno aggiunti titoli e quote di fondi. Tra i primi abbiamo 28.430 azioni Enel, 8.310 Eni, 41.780 Intesa SanPaolo, 71.400 Terna, 11.995 Ubi e 41.650 Unicredit. Il loro costo di carico complessivo ammonta a 1.197.240 euro. Quanto ai fondi, dal bilancio emergono 7.487.463 euro così suddivisi: 3.887.463 euro nel New Mil Large Europe; 2,4 mln nel Manager Select e 1,2 mln nell&#8217;Asian Manager. A ogni buon conto la società, nel 2008, ha portato in dote un utile di 680.291 euro. Dietro alla GL Investimenti, dicevamo, c&#8217;è al 50% un&#8217;altra finanziaria, la Samofin, detenuta al 95% dallo stesso Malagò. Questa società, che nel corso del 2008 ha ceduto un corposo pacchetto di azioni Maire Tecnimont (con una plusvalenza di 23 mln) per acquistare la quota in GL Investimenti, ha fatto segnare un utile di 22,3 milioni di euro, in aumento rispetto ai 18,2 dell&#8217;anno precedente. Insomma, una gallina dalle uova d&#8217;oro. Per finire la Moma Italia, che fa capo a Malagò e Matteo Montezemolo. Si tratta di una società che funge da dealer unico in Italia per la vendita di yacht Itama (attualmente ne ha in pancia tre, in attesa di altri ordinati). Il fatturato 2008 è stato di 13,2 mln, con un utile di 154 mila euro. La controllante Moma Line, invece, ha fruttato un utile di 154.312 euro.</p>
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		<title>Antonio Santini, dal Pescatore alle stelle. Il ristorante di Runate di Canneto sull’Oglio fattura 1.450.000 euro</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2009 23:41:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il nonno pescava e la nonna cucinava. E gli altri? Mangiavano. Si era negli anni ’30 e la casa di Antonio Santini si riempiva giorno dopo giorno. Pasto dopo pasto. Dove si va a mangiare oggi? Dal pescatore, ovviamente. Di anni ne sono passati più di 70 e ancora oggi nel Mantovano, ma anche dalle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="float: right;" src="http://www.marcocastoro.it/immagini/italia.gif" alt="" />Il nonno pescava e la nonna cucinava. E gli altri? Mangiavano. Si era negli anni ’30 e la casa di Antonio Santini si riempiva giorno dopo giorno. Pasto dopo pasto. Dove si va a mangiare oggi? Dal pescatore, ovviamente. Di anni ne sono passati più di 70 e ancora oggi nel Mantovano, ma anche dalle regioni limitrofe, si va a mangiare Dal Pescatore a Runate di Canneto sull’Oglio, in provincia di Mantova. A fare gli onori di casa c’è sempre Antonio Santini, il nipote dell’avo pescatore. Si chiama come il nonno e ha ereditato la struttura nel 1952, da suo padre Giovanni e da mamma Bruna, e da allora ha portato il ristorante alle stelle… quelle della Guida Michelin. Ne vanta già tre (nel 1982 la prima, 6 anni dopo la seconda e nel 1996 la terza). <span id="more-2629"></span>Inoltre ci sono 3 forchette del Gambero Rosso, 3 stelle di Veronelli, 18 e mezzo dell’Espresso. Gestione familiare e non solo. Con la moglie Nadia e il figlio Giovanni in cucina (quest’ultimo è il responsabile di pasta e dessert, mentre la sua fidanzata si occupa dell’organizzazione dei menù) fanno parte della squadra anche 15 collaboratori. Un’azienda che fattura 1.450.000 euro l’anno. Il sito è www.dalpescatore.com<br />
Tra i frequentatori del suo ristorante ci sono allenatori e calciatori, da Ancelotti a Buffon, da Costacurta ad Ambrosini e Albertini. In verità sono più i milanisti a frequentare il locale, visto che Antonio è tifosissimo rossonero. «Ho assistito a 6 finali di Champions con il Milan» è il suo biglietto da visita. La squadra rossonera è la sua passione che ha trasmesso anche al suo secondogenito Alberto, non al primo Giovanni che è juventino. «Per questo motivo abbiamo deciso di non andare a Manchester ad assistere alla finale Milan-Juve», sottolinea Antonio. Oltre al calcio, sapete cosa adora fare Santini quando non lavora? Andare a mangiare al ristorante! «Ci vado due volte alla settimana e vado alla ricerca sempre di nuovi piatti. Mi fido sempre dei consigli dello chef». Antonio chiama Antonio. In fatto di olio Santilli si affida ad Antonio Del Giudice, un altro personaggio che vanta una storia tutta da raccontare. Giornalista e scrittore, Del Giudice ora è anche un produttore di olio extravergine e Santini ogni anno acquista l’intera produzione della tenuta in Toscana. «Di Del Giudice non apprezzo solo l’olio», racconta Santini, «ma anche la sua scrittura. Ho appena finito di leggere il suo romanzo “La Pasqua bassa”, un libro che si divora con entusiasmo tanto è affascinante, un tuffo nella storia che ti permette di rivivere l’emozioni di un tempo». Santini adora la natura. Un’altra sua passione è la moto. Possiede una Gs 1150 Bmw. «Prima di scassarmi il piede facevo dei giri gastronomici spettacolari con un gruppo di amici. Il mio compito era scovare il ristorante giusto. Gli altri pensavano agli itinerari. Vivere il mondo da una moto è tutta un’altra cosa». Collezionista di penne Montblanc (l’ultima comprata è una George Bernard Shaw). Fuma il sigaro («mai la sigaretta e la pipa è troppo complicata»), il cubano D3 e almeno mezzo toscano antico riserva al giorno. Adora viaggiare. Il suo posto preferito è Ushuaia in Argentina: «è il paradiso terrestre». Che piatto consiglia ai suoi ospiti? «In questo periodo zuppa di calamaretti, spigola marinata ed erbe aromatiche. Oppure l’insalata di faraona in agrodolce che fa mia moglie Nadia».<br />
LA SCHEDA<br />
Antonio Santini nato il 19 aprile 1953 a Bozzolo (Mantova), ristoratore. Fatturato 1.450.000 euro.<br />
Passioni<br />
Il Milan<br />
Il libro la Pasqua Bassa<br />
La moto Gs 1150 Bmw<br />
La penna Montblanc George Bernard Shaw<br />
Il sigaro D3 cubano</p>
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		<title>Invitti, amministratore delegato di Movies: &quot;La crisi è da prendere come una sfida&quot;</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2009 23:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Filippo Maria Invitti nasce da una nobile famiglia napoletana (nonno Filippo era principe di Conca), studia a Roma e si laurea all’università degli studi La Sapienza con una tesi sulla quotazione in Borsa negli Stati Uniti delle società italiane, preparata a Wall Street. Diventa assistente universitario volontario alla cattedra di diritto del mercato finanziario e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="float: right;" src="http://www.marcocastoro.it/immagini/italia.gif" alt="" />Filippo Maria Invitti nasce da  una nobile famiglia napoletana (nonno Filippo era principe di Conca), studia a Roma e si laurea all’università degli studi La Sapienza con una tesi sulla quotazione in Borsa negli Stati Uniti delle società italiane, preparata a Wall Street. Diventa assistente universitario volontario alla cattedra di diritto del mercato finanziario e a 28 anni è già titolare dello studio Polo professionale che oggi conta oltre 20 professionisti nel settore della consulenza societaria tra commercialisti e avvocati. Ma la sua passione per l’estremo oriente finisce per coinvolgerlo anche nel lavoro. Con il motto «l’iniziativa del singolo è la forza di un gruppo» si spinge fino in Cina, dove apre il primo studio di commercialisti italiani per aiutare le imprese nazionali nello sbarco nel paese del Dragone. Nell’estate del 2008, alla guida di una cordata di imprenditori, acquisisce la storica azienda Mabro, marchio di alta sartoria a dimensione industriale con un management nuovo che proietta il famoso made in Tuscany verso nuovi orizzonti. Mabro, il cui fatturato si aggira oggi intorno ai 20 milioni di euro, sta per diventare uno dei key player nel settore. <span id="more-2273"></span>Invitti viene nominato amministratore delegato di Movies, società che distribuisce il marchio Mabro nel mondo. Lavoratore infaticabile, si divide tra lo studio di Roma e la sede dell’azienda di Grosseto, intervallando con viaggi in estremo oriente, durante i quali approfitta per stringere relazioni per lo sviluppo dell’impresa in quei mercati. I tessuti prescelti per gli abiti Mabro sono i più leggeri e morbidi realizzati con i filati pregiati come il cachemire, le lane super, la pashmina (fibra nobile ed esclusivissima), la guanashina (un tessuto frutto di tre fibre: king pashmina, baby cachemire e il guanaco). Gli interni in pelo di cammello, crine di cavallo e puro cotone.<br />
Invitti è un edonista insuperabile (del resto è del segno della Bilancia) ama tutto ciò che è bello come i luoghi che frequenta e gli oggetti che possiede.<br />
Adora viaggiare, seppure spesso lo fa per lavoro. Ha visitato più volte i 5 continenti e si è convinto che il più affascinante rimane l’Australia. Come può si muove in auto. Ha una grande passione per la Bmw Serie 3 cabrio. Non si separa mai da due oggetti come la penna Montblanc Meisterstück roller e l’orologio Rolex Daytona. Ama i classici della letteratura. Il suo preferito resta Il principe di Machiavelli. Lo considera un insegnamento di vita. «E’ più che mai attuale», sottolinea Invitti, «per un società pragmatica come quella che stiamo vivendo». Sulla crisi ha una visione particolare. Guarda caso, pragmatica: «La crisi può diventare una selezione naturale per le aziende. Va vista come una sfida da vincere. Chi ne uscirà indenne volerà. La nostra è una sfida che intendiamo vincere, nonostante i politici non ci diano una mano. Purtroppo la politica è molto distante dalle esigenze della gente. Le aziende non trovano nei politici gli interlocutori giusti per lo sviluppo. Si sono defilati e siamo rimasti soli. Ma siamo ottimisti».</p>
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		<title>La vita privata di Rupert Murdoch</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2008 14:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal GIORNALE di Paolo Bracalini Quello che nessuno finora ha capito è perché. Perché mai Rupert Murdoch abbia accettato di sottoporsi per 50 ore alle domande di Michael Wolff, editorialista di Vanity Fair, e si sia anche scomodato per fargli incontrare i quattro figli, la terza moglie e persino la mamma novantanovenne. Resterà un mistero. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal GIORNALE di Paolo Bracalini</p>
<p>Quello che nessuno finora ha capito è perché. Perché mai Rupert Murdoch abbia accettato di sottoporsi per 50 ore alle domande di Michael Wolff, editorialista di Vanity Fair, e si sia anche scomodato per fargli incontrare i quattro figli, la terza moglie e persino la mamma novantanovenne. Resterà un mistero. Ma chi è il Murdoch segreto che esce dalle pagine di questa attesa biografia (&#8220;The man who owns the news&#8221;, Random House) appena uscita negli Stati Uniti?<span id="more-2210"></span> A prima vista, un Murdoch che ha poco a che vedere con l&#8217;immagine di squalo: «La camicia di flanella genere Wall-Mart, l&#8217;onnipresente canottiera, in mano un grosso peluche per la figliola. Dimesso, impacciato nel parlare, con un atteggiamento spesso ottuso tipico degli australiani». Eppure le sue convinzioni antiquate, apparentemente irrazionali, si rivelano poi azzeccate perché &#8211; come dicono i suoi manager &#8211; «lui sa vedere dietro l&#8217;angolo». Ma al di là della galassia Newscorp, in cui Rupert è guardato come un oracolo, l&#8217;immagine esterna di Murdoch non è un granché. La stampa americana lo vede come un reazionario, editore di tv e giornali beceri. «Murdoch è un male per il Paese», dice un editorialista di Newsweek. Addirittura «l&#8217;Anticristo» per il direttore del New York Times. La biografia non risparmia aggettivi negativi per descrivere un personaggio che ricorda il Citzen Kane di Orson Welles. Un magnate dei media a cui in fondo, dei media, interessano solo le notizie. Che pur avendo investito in tv satellitari, Studios cinematografici, internet, alla fine continua a essere innamorato della carta stampata, dello sporco lavoro delle redazioni dei giornali. Per questo «Hollywood odia Murdoch e Murdoch odia Hollywood», anche se lui possiede un colosso come la 20th Century Fox. Eppure «diventa torvo, irritabile quando gli presentano qualche star. L&#8217;unica cosa che sa fare è ricordare a tutti che alla fine si sta parlando dei suoi soldi». Forse perché a Murdoch non solo non piace la gente di Hollywood, «a lui non piace il cinema». «La cultura pop per lui è un inutile detrito. È un uomo all&#8217;antica, un vecchio preside, un moralista, uno scorbutico», scrive impietosamente Wolff. Anche la sua Fox, società che produce serie tv di successo mondiale, «non lo eccita per niente». L&#8217;irriverente sit com Sposati con figli, o l&#8217;anarchico cartoon The Simpson, «sono per lui solo un motivo di disappunto». Matt Groenigen in persona, il creatore dei Simpson, ha confessato di trovare una tipica assurdità simpsoniana nel fatto che l&#8217;ultima parola sul suo cartone ce l&#8217;abbia un uomo così «rozzo, vecchio, privo del senso dell&#8217;umorismo e conservatore come Rupert Murdoch». Il conservatorismo politico di Murdoch in fondo è tutto lì, una questione di gusti, di stile. «Siete sentimentali o realisti? Siete persone sobrie o sofisticate? Conoscete il valore dei dollari?», queste sono le domande per capire se siete dalla sua parte. Gli altri sono liberal o commie («comunisti»).  In realtà Murdoch vede se stesso prima di tutto come un buon padre di famiglia, «nonostante ne abbia tre, di famiglie». La sue vicissitudini coniugali si intrecciano con gli affari e col problema della successione. Quando Murdoch si separa da Anna, la seconda moglie, per sposare l&#8217;incantevole cinese Wendi Deng (38 anni più giovane di lui), in cambio del divorzio assicura ad Anna che il trust in base al quale i suoi figli erediteranno la guida del gruppo «non verrà mai modificato». Subito dopo, però, Murdoch cerca di convincere i figli di Anna (Lachlan, Elisabeth e James) ad accettare volontariamente che nel fondo che controlla Newscorp possano poi entrare di diritto anche le due nuove sorelline avute da Wendi. A domanda dell&#8217;intervistatore Murdoch risponde che l&#8217;accordo potrebbe ancora cambiare. Insomma, i giochi per l&#8217;eredità sono tutti aperti. Ma chi è l&#8217;erede al trono? La domanda attraversa tutte le 430 pagine della biografia, perché è il problema di Murdoch. Lachlan, il primo figlio maschio, sembrava il predestinato, ma non ha retto il peso del ruolo che il padre gli ha assegnato (numero tre del gruppo) e ha mollato nel 2005 per tornare in Australia. Nel 2001 la figlia Elisabeth era uscita da BSkyB per le stesse ragioni. «Il padre li aveva tentati, tormentati, illusi che uno di loro sarebbe stato l&#8217;eletto, ma poi li aveva abbandonati a se stessi facendoli sembrare degli sciocchi». Sorprendono i violenti giudizi che i famigliari &#8211; intervistati da Wolff &#8211; si danno l&#8217;un dell&#8217;altro nel libro. La primogenita Prudence dice del padre: «Si tinge i capelli di nascosto, ma basta guardare le sue foto sui giornali: è ridicolo. Lo faccia fare da qualche professionista». Per concludere: «Papà, hai bisogno di un lifting facciale». Stessa durezza nel giudizio che Murdoch dà di Lachlan: «Fin da quando ha quattro anni è sempre stato un cocciuto bastardo (stubborn bastard)». Testuale.  La lezione è che è meglio stare lontani dal grande vecchio, più si sta ai margini dell&#8217;impero e più credito si acquista. Cosa che è successa a James, fratello minore di Lachlan. James si è dimostrato abile come manager (a Sky Asia e a BSkyB). E ora sembra sia lui il predestinato. Dal padre ha preso un carattere più deciso, rude. Quella colazione con Tony Blair, Rupert e i due figli: Rupert prese a difendere Israele e dal fondo della tavola James interruppe lo Squalo: «Stai dicendo delle cazzate». Murdoch andò avanti dicendo che forse il figlio non capiva bene la posizione palestinese ma James replicò: «Sono stati cacciati dalle loro fottute case (fucking homes) e non hanno più avuto nessun fottuto posto dove vivere». Murdoch ha poi raccontato di essere stupito che il figlio parlasse così davanti al premier inglese, il quale a sua volta ha poi raccontato di essere stupito che Murdoch potesse essere sovrastato da un figlio. L&#8217;amicizia con Tony Blair, e con gli ambienti liberal-progressisti in generale è una novità nella vita di Murdoch introdotta dalla nuova moglie Wendi che tiene i contatti con personalità importanti di vari settori e nazioni. Nella lista di persone con cui Wendi ha stretto amicizia c&#8217;è anche Silvio Berlusconi, a cui lei si riferisce in una conversazione come «uno dei suoi (di Murdoch, ndr) amici». Berlusconi era stato sentito in un momento molto difficile per Murdoch, quando nel 2000 scoprì di essere malato di cancro alla prostata. «Si creò rapidamente un gruppo di supporto fatto da businessmen di alto livello che avevano avuto la stesso problema &#8211; scrive Wolff &#8211; (tra cui Silvio Berlusconi), per offrire aiuto e consigli». Una battaglia che Rupert vincerà, come molte altre. Con Wendi intanto era cambiato radicalmente anche lo stile di vita di Rupert. «Sebbene non ci sia niente di modaiolo nella sua vita e nel suo stile, improvvisamente dopo la separazione, si trasferisce a Soho, il quartiere più chic di New York». Ancora più stonato rispetto al suo carattere è quello che fa dopo: comprare il più costoso appartamento di Manhattan, per 44 milioni di dollari (800 mq affacciati su Central park, venti stanze, undici bagni, quattro terrazzi). Detto per inciso, Murdoch di case ne ha altre sette in giro per il mondo. «Per i suoi manager questo non era Murdoch e per i suoi figli quello non era loro padre». Murdoch, l&#8217;uomo da 10 miliardi di dollari, è uno che non ha mai amato sembrare ricco. Fin dagli anni &#8217;70 era vissuto in un appartamento da 350mila dollari. Con la nuova moglie invece «è rinato nelle vesti di arricchito». O anche del giovane fuori tempo massimo, cosa che «imbarazza leggermente la famiglia». I suoi capelli tinti di color melanzana, «lo stesso colore usato da Donald Trump», i suoi esercizi di ginnastica, le sue nuove diete ipocaloriche, «e ovviamente le due nuove figlie», avute a 70 anni e passa. «I suoi figli cercano di capire perché il loro taccagno papà, diffidente verso ogni ostentazione, ora si comporti come se volesse fare sapere al mondo che lui ce l&#8217;ha fatta», inspiegabile per un uomo che da decenni figura stabilmente nella classifica Forbes dei più ricchi del mondo. Quando nel 2007 Murdoch si convince a comprare uno v<br />
eliero come tutti i nababbi americani &#8211; il Roseharty, quasi 56 metri &#8211; «si preoccupò &#8211; racconta la moglie &#8211; di sembrare un cafone». «Rupert non preoccuparti &#8211; lo confortò Wendi &#8211; tutti i nostri amici hanno grandi barche, non ti prenderanno per stravagante». Il Rupert post Wendi è un altro Rupert, e anche l&#8217;acquisto del Wall Street Journal va letto &#8211; secondo Wolff &#8211; in questa chiave domestica. Finalmente, con il Wsj, Murdoch è diventato un editore raffinato, buono per i salotti intelligenti. Grazie a Wendi, però, «la vita di Murdoch ormai si svolge con persone per le quali la sua Fox News è una pagliacciata, qualcosa di volgare». L&#8217;amore lo ha cambiato. Ma lui è intenzionato a cambiare il resto. La redazione del Wsj per esempio. La visita degli uffici, ordinati, puliti, «quasi morti», ha fatto un&#8217;impressione orribile allo Squalo. «Passano i pezzi almeno cinque volte &#8211; racconta un incredulo Murdoch -, poi li mandano a una redazione di 150 persone che controlla ancora le fonti, le citazioni, tutto. È un miracolo che riesca a uscire!». Il giornalismo, per Murdoch, è un&#8217;altra cosa, più istintiva. Spesso è lui stesso che consiglia i titoli di apertura. Che portano l&#8217;impronta del suo modo di fare spiccio. Come quel titolo sul Sun nel 1982 quando la marina inglese affondò la corazzata argentina General Belgrano, nelle Falklands. Sei lettere: «Gotcha» («Beccata»). Murdoch allo stato puro.   [15-12-2008]</p>
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		<title>E ora Federica ha l&#039;oro in bocca</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Aug 2008 22:18:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno dei suoi sogni si è avverato. Federica Pellegrini ha conquistato la medaglia d’oro alle Olimpiadi nei 200 stile libero. Ora nel suo mirino ci sono una Ferrari, il matrimonio con Luca Marin, le sfilate di moda e una trasmissione in tv. Niente male, davvero. La nuotatrice azzurra potrebbe fare la testimonial per i sogni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" style="float: right;" src="http://www.marcocastoro.it/immagini/italia.gif" alt="uscito il 14 agosto 2008" width="48" height="62" />Uno dei suoi sogni si è avverato. Federica Pellegrini ha conquistato la medaglia d’oro alle Olimpiadi nei 200 stile libero. Ora nel suo mirino ci sono una Ferrari, il matrimonio con Luca Marin, le sfilate di moda e una trasmissione in tv. Niente male, davvero. La nuotatrice azzurra potrebbe fare la testimonial per i sogni d’oro della Bonomelli, viste le aspettative. Per ora c’è una Fiat 500, un amore con tanto sesso matto (come lei stessa ammette) e 89.983 euro di reddito lordo dichiarati nel 2005, dai quali vanno sottratti 34.152 euro di tasse pagate, per un netto di circa 55 mila euro. <span id="more-2040"></span>C’è anche un tatuaggio sul lato B che in molti vorrebbero vedere dal vivo e magari toccare. Ma finora l’esclusiva spetta a Luca Marin, il fidanzato nuotatore di Federica, che prima di lei si è reso protagonista della tumultuosa love-story con un’altra star della piscina, la francese Laure Manaudou. Un epilogo, ai campionati europei di Debrecen in Ungheria, che ha fatto il giro del mondo per gli schiaffoni volati a bordo vasca. Per l’anello tirato, per le urla e le scene che nemmeno nei film si vedono più. E pensare che Laure si era trasferita dalla Francia in Italia per stare vicino al suo Luca. Un campione anche di sesso. Secondo quanto lui e Federica hanno raccontato ai giornalisti. Si proprio ai giornalisti, perché quando c’è in ballo Federica si finisce sempre a parlare di sesso. «Sogno di farlo coi tacchi a spillo o nello spogliatoio della piscina» ha confessato qualche tempo fa l’olimpionica. «La nostra prima volta sono durato 50 minuti», ha invece sottolineato Luca Marin, aggiungendo che «Federica bacia molto meglio di Laure. E noi due quando si tratta di far l’amore non simuliamo mai mal di testa». Anche se va detto che Federica, dopo aver vinto la finale olimpica, ha ammesso che in stanza non è riuscita a dormire per il mal di testa. Forse non voleva tra i piedi Luca. Si voleva godere il suo momento d’oro. Oppure non aveva i tacchi a spillo a portata di mano. Avrà pensato&#8230; Mamma mia, stanca come sono questo mi dura un’ora!<br />
Del resto lo sanno pure i blocchi di partenza della piscina: Federica è lunatica. Quando ha la luna storta non ce n’è per nessuno. Il suo amore per Luca non è nemmeno in discussione. L’ha detto e ridetto: «Il nostro è un grande amore». E le prestazioni sessuali lo alimentano come gli allenamenti preparano la gara e i record da battere. Federica regina del gossip, dunque. Per le sue dichiarazioni, per le sue confessioni osè. «Lo facciamo sempre, anche quando siamo negli appuntamenti importanti, magari non prima della gara. Il sesso scarica la tensione».<br />
Ieri ha vinto la gara della vita, riscattando la delusione dei 400 stile libero. Alle telecamere mondiali ha regalato un sorriso smagliante. Ha cantato l’Inno di Mameli. Appena terminata la gara si è lasciata andare in un gesto di stizza nel quale ha sfogato tutta la rabbia accumulata in questi giorni. Alla mamma al telefono ha urlato: «È mia! È mia!». La medaglia, ovviamente.<br />
Adesso nessuno potrà togliergliela. Lei è la prima donna italiana a vincere un oro olimpico in piscina. E proprio negli stessi momenti in cui la sua rivale in gara e in amore, Laure, sta toccando il fondo. E addirittura medita di lasciare l’attività agonistica.<br />
Quale sarà il futuro di Federica? Si dedicherà subito alla moda o alla tv, oppure cercherà di raggiungere il traguardo dei tre ori olimpici di Valentina Vezzali? Anche perché lo sport ad alti livelli porta soldi in cassa. La Vezzali nel 2005 ha dichiarato 159.000 euro di imponibile. Tolte le tasse ci sono 100 mila euro netti l’anno. Nel 2005. Nel 2008 saranno sicuramente molti di più. La Pellegrini può fare ancora meglio. C’è il mondo dorato della pubblicità che l’attende. Già Carpisa l’ha scelta come testimonial per le Olimpiadi. Una campagna che lancia una valigia assicurata in qualsiasi aeroporto mondiale, purché non venga immersa sott’acqua come compare nello spot con la Pellegrini. Ma Federica, comunque vada, ha l’obbligo di restare a galla.</p>
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		<title>Le biografie dei parlamentari: &quot;lei non sa chi sono io&quot;</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 12:09:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DA ITALIA OGGI di EMILIO GIOVENTU&#8217; Avviso ai lettori: questo non è un messaggio autopubblicitario. La premessa è fondamentale visto che questo articolo trae spunto dalla «Navicella», il libro delle biografie dei parlamentari, che ItaliaOggi pubblica in allegato al quotidiano e anticipa il volume che sarà dato alle stampe di qui a poco dal parlamento. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DA ITALIA OGGI</p>
<p>di EMILIO GIOVENTU&#8217;</p>
<p>Avviso ai lettori: questo non è un messaggio autopubblicitario. La premessa è fondamentale visto che questo articolo trae spunto dalla «Navicella», il libro delle biografie dei parlamentari, che ItaliaOggi pubblica in allegato al quotidiano e anticipa il volume che sarà dato alle stampe di qui a poco dal parlamento. A elevare a dignità di notizia l’iniziativa editoriale è la galleria di ritratti dei parlamentari italiani, comuni ad entrambi i testi, spesso tratteggiati dagli stessi protagonisti oppure da qualche fidato collaboratore parlamentare, o ancora da siti e fonti ufficiali. E quelle che deputati e senatori consegnano alla storia sono vere e proprie chicche. Scartati i profili freddi e istituzionali di coloro che si limitano a elencare serie esperienze politiche e parlamentari, ci si imbatte spesso in pittoreschi tratteggi, a volte in quadretti familiari visto che in molti orgogliosamente si dichiarano figli, nipoti e parenti, oppure in devote dichiarazioni di fedeltà al grande capo. Insomma, pensieri e parole che i parlamentari vogliono a tutti i costi far sapere al mondo intero.<span id="more-2000"></span><br />
Le biografie da Nobel<br />
In tre vantano note particolari, anzi particolarissime. La biografia che Angelo Salvatore Lombardo, catanese, eletto alla Camera nella lista dell’Mpa, ha consegnato agli estensori della «Navicella» recita testualmente che «è stato per anni il segretario particolare di suo fratello, onorevole Raffaele Lombardo (l’attuale presidente della Regione Sicilia, ndr)». Un cammeo la nota nella biografia della deputata del Pdl, Gabriella Mondello: «È stata campionessa di Rischiatutto per sei settimane». Vanitoso, invece, il profilo di Giuseppe Romele, anch’egli del Popolo della Libertà: «Molti sostengono che il suo più grande merito sia di aver individuato il talento politico di Mariastella Gelmini».<br />
Meno male  che c’è papà<br />
È affollata la categoria di figli, nipoti e mogli di. Annagrazia Calabria è la più giovane parlamentare della XVI legislatura e per una che ha appena 26 anni l’ingombro è troppo grande per riuscirlo a riempire con note ed esperienze personali. Ma meno male che c’è papa. Già, perché la neodeputata del Pdl chiude il suo breve curriculum ricordando che «il papà è Luigi Calabria, direttore Finanza di Finmeccanica». Enrico La Loggia, in parlamento da una vita, è fiero di essere «figlio di Giuseppe, ex presidente della Regione Sicilia, cognato del Dc, Attilio Ruffini». Giorgio La Malfa, invece, rivendica di essere «figlio di Ugo, fondatore del Partito repubblicano, di cui ha ereditato la leadership», Leoluca Orlando, di Idv, di essere prole «dell’avvocato Salvatore Orlando Cascio». Il senatore Giuseppe Valentino (Pdl), invece, si arrampica sull’albero genealogico per ricordare a tutti che «suo nonno era Giuseppe Valentino, deputato del Regno d’Italia e sindaco di Reggio Calabria». Le senatrici Anna Maria Carloni e Diana De Feo, infine, tengono a precisare di essere mogli rispettivamente di Antonio Bassolino ed Emilio Fede.<br />
Passeranno alla storia<br />
C’è poi chi approfitta della «Navicella» perché si sappia per che cosa hanno combattutto nelle aule parlamentari. Lucio Barani, deputato Pdl, per esempio, vuole che si sappia che quando era sindaco di Aulla in provincia di Messina «ha fatto erigere una statua commemorativa di Bettino Craxi in piazza Matteotti poi ribattezzata piazza Martiri di tangentopoli». Il deputato leghista Gianluca Buonanno ha fatto scrivere nel suo profilo che «è balzato agli onori della cronaca per numerose iniziative prese come sindaco: il bonus di 50 euro per i cittadini che si mettono a dieta e  le statue a Vasco Rossi e Alberto Tomba». Gabriele Albonetti, alla Camera col Pd, ricorda di aver «presentato una proposta di legge per la valorizzazione della sfoglia emiliano-romagnola». Emerenzio Barbieri, liquida velocemente le note personali perché ciò che si deve sapere è che «è noto per aver fatto un’interrogazione parlamentare lamentandosi che alla Camera mancasse un parrucchiere gratutio per le parlamentari». La senatrice leghista Angela Maraventano ammette che «è stata la promotrice di proposte eccentriche come l’ammissione di Lampedusa alla provincia di Bergamo». Infine, il senatore del Pdl, Francesco   Nitto Palma, è orgolioso di essersi «opposto, bollandole come demagogiche, alle proposte per ridurre il compenso dei parlamentari».<br />
Quelli che&#8230; il capo<br />
Della serie: quando la devozione e la riconoscenza sono medaglie al petto. Mariastella Gelmini, ministro della Pubblica istruzione, università e ricerca, rivendica, per esempio, di essere stata «al fianco di Berlusconi durante il cosiddetto discorso del predellino», il deputato del Pdl, Giancarlo Lehner, di essere «l’autore, insieme con Marina Sinitsyna, dell’unica biografia in lingua russa di Berlusconi». Del presidente del consiglio si fregia di essere «stato compagno di liceo» il senatore Romano Comincioli. Armando Valli, invece, «dopo quattro candidature voleva ritirarsi ma la lunga amicizia con Bossi gli ha fruttato un posto al Senato».<br />
Il lato «b» che non t’aspetti<br />
Il riferimento non è alla parte anatomica bensì a quelle notizie biografiche sfuggite finora all’immaginario collettivo. Il passato da attrice di Alessandra Mussolini, per esempio, è noto a tutti, ma in pochi forse sanno che «ha inciso anche un Lp di canzoni uscito solo in Giappone». Alzi il dito chi è a conoscenza «dell’attività filodrammatica» del senatore Domenico Benedetti Valentini (Pdl). Quanti poi ricordano che Marina Magistrelli (senatrice del Pd) «come avvocato ha assunto la difesa d’ufficio dell’attentatore del Papa, Mehmet Ali Agca»? Chi si aspettava, invece, che la collega a palazzo Madama, Leana Pignedoli, «dedica il suo tempo libero a lunghe camminate nell’Appennino accompagnate dall’ascolto di musica in cuffia». Il senatore a vita, Sergio Pininfarina, poi, svela che «il diminutivo pinin al cognome di famiglia viene aggiunto nel 1961 per decreto presidenziale». Era forse passato in secondo piano, infine, che il senatore del Pd, Giovanni Procacci, «ha presentato in Giappone il progetto politico dell’Ulivo».<br />
Rockpolitik<br />
Ballando sul mondo, così canta Ligabue. C’è chi, invece, a tempo di musica si muove tra Camera, Senato e palazzo Chigi. E sì che ce ne sono in parlamento di rocchettari. E vogliono che si sappia, più dei loro incarichi spesso di alto profilo parlamentare, più delle loro attività legislative. Un insospettabile Pierluigi Bersani chiude la sua biografia dichiarandosi «appassionato di musica heavy metal». Il deputato del Pd, Michele Bordo, invece, di tanto in tanto dà fiato al corno nel quale si è diplomato al conservatorio di Foggia. Antonio Leone (deputato del Pdl) potrebbe mettere in piedi un vero e proprio one-man-show visto che «da ragazzo ha suonato la chitarra, il basso e il pianoforte in gruppi e orchestre facendo tournée in giro per l’Italia». Il senatore del Pdl, Sergio Vetrella, invece, è più portato per il classico visto che nel curriculum fa scrivere «concertista di chitarra classica e membro del coro internazionale I Cantori di Posillipo». Non è una novità, infine, che il ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, suonasse «l’organo hammond in una rhythm’n’blues band».  Avviso ai lettori: adesso nessuno potrà dirvi «lei non sa chi sono io».</p>
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