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	<title>Marco Castoro &#187; scienze</title>
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		<title>L&#039;uomo che balla coi lupi</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2007 13:38:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DAL CORRIERE DELLA SERA Uno straordinario esperimento scientifico per scoprire il comportamento del branco ha visto uno studioso inglese trasformarsi in un «uomo-lupo» e vivere insieme ad un branco di lupi per ben 18 mesi. L&#8217;ESPERIMENTO- L’uomo, soprannominato «The Wolfman» (l’uomo-lupo) non poteva lavarsi per settimane per non cambiare il proprio odore, viveva all’aperto con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DAL CORRIERE DELLA SERA</p>
<p>Uno straordinario esperimento scientifico per scoprire il comportamento del branco ha visto uno studioso inglese trasformarsi in un «uomo-lupo» e vivere insieme ad un branco di lupi per ben 18 mesi.<br />
L&#8217;ESPERIMENTO- L’uomo, soprannominato «The Wolfman» (l’uomo-lupo) non poteva lavarsi per settimane per non cambiare il proprio odore, viveva all’aperto con loro e ha dovuto imparare a ululare esattamente come i lupi per farsi sentire lontano. <span id="more-1260"></span>«I lupi sono estremamente sensibili», ha rivelato Shaun Ellis, che ha dovuto imparare a ringhiare ferocemente per essere preso sul serio, «e riescono anche a capire se uno cambia la propria dieta, quindi bisogna stare molto attenti a non ricadere nei comportamenti umani». L’esperimento ha avuto luogo nel parco naturale di Combe Martin, nel Devon, ed Ellis, che ha 42 anni e da 7 lavora con il parco, ha dovuto persino mangiare la carne cruda delle carcasse che i ranger del parco buttavano al branco. «L’unica cosa che non riuscivo fisicamente a fare», racconta Ellis, «era mangiare gli organi crudi e allora mi facevo segretamente cuocere il fegato del cervo che ci davano. Il fegato è la leccornia numero uno per i lupi, chi mangia quello è il capo». Ed Ellis, per evitare di farsi sbranare dagli altri membri del branco, ha dovuto sempre comportarsi da «maschio alfa», ovvero lupo dominante, sottomettendo gli altri con morsi, ringhia e aggressività controllata. Il sensazionale esperimento di Ellis è stato trasformato in un documentario, intitolato «The Wolfman» che verrà messo in onda dall’emittente inglese Channel 5, il prossimo 18 maggio.<br />
LUPO INNAMORATO-La cosa forse più incredibile di tutta la vicenda è<br />
Ellis e i suoi due amori: Helen e i lupi.<br />
Ellis e i suoi due amori: Helen e i lupi.<br />
che Ellis ha anche trovato l’amore, nel bel mezzo dell’esperimento, con una donna appassionata di animali. Helen Jeffs, che vive in una casa nel parco, si è avvicinata a Ellis perché «colpita» dalla sua preparazione e dedizione al progetto e ha rivelato: «Ho dovuto imparare a ululare anch’io!». La Jeffs continua: «All’inizio mi veniva da ridere, ma era l’unico modo per comunicare con Shaun. Alla sera uscivo e ululavo. Dicevo, in sostanza: «Ti sento. Sono qui» e tutti i lupi mi rispondevano». Ellis, che è separato dalla madre dei suoi 4 figli, ha recentemente conosciuto la famiglia della nuova fiamma Helen e lei ha rivelato: «L’incontro è andato abbastanza bene. Mio padre sospetta che Shaun sia pazzo, ma non dice nulla perché mi vede felice».<br />
Deborah Bonetti<br />
09 maggio 2007</p>
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		<title>Robot: così si preparano a entrare in ogni casa</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2007 13:46:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DALL&#8217;ANSA Un paio di decenni e la loro presenza nelle case e negli uffici, così come negli ospedali e nei teatri, non sarà più un&#8217;eccezione: i robot si preparano a diventare amici dell&#8217;uomo e ad entrare in ogni aspetto della società. Il futuro, insomma, è della cosiddetta «robotica ubiquitaria», tema della Conferenza Internazionale di Robotica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>DALL&#8217;ANSA</strong></p>
<p>Un paio di decenni e la loro presenza nelle case e negli uffici, così come negli ospedali e nei teatri, non sarà più un&#8217;eccezione: i robot si preparano a diventare amici dell&#8217;uomo e ad entrare in ogni aspetto della società. Il futuro, insomma, è della cosiddetta «robotica ubiquitaria», tema della Conferenza Internazionale di Robotica e Automazione (Icra) che prenderà il via a Roma da martedì 10 aprile. <span id="more-1202"></span>È l&#8217;appuntamento più importante del settore ed è la prima volta che viene ospitato in Italia. La rassegna, in programma fino a venerdì 14, è organizzata dalla Società internazionale di robotica e automazione (Ieee). Compie 24 anni, ma è stata ospitata in Europa solo tre volte e vi ritornerà solo nel 2013. Robot ovunque, quindi, in un futuro nel quale gli automi destinati a entrare in ogni casa, così come nei luoghi di lavoro, compresi ambulatori medici e ospedali, fino ad ambienti estremi come lo spazio e le profondità marine. «Di qui ai prossimi 20 anni i robot sono destinati a diventare una presenza abituale, così come oggi lo sono diventati i computer nelle case», osserva il presidente eletto della Ieee, Bruno Siciliano. Avranno un aspetto un pò diverso da quello finora immaginato in film e romanzi di fantascienza. «Molto probabilmente non saranno umanoidi, ma somiglieranno più che altro &#8211; prosegue Siciliano &#8211; ad elettrodomestici molto sofisticati, capaci di osservare l&#8217;ambiente nel quale si trovano, elaborando le informazioni in modo da muoversi in modo autonomo e comportandosi in modo intelligente». Potranno aiutare nelle pulizie, ma sapranno anche compiere movimenti di precisione millimetrica per compiere operazioni chirurgiche, potranno somministrare farmaci o muoversi fluttuando nello spazio per riparare satelliti, o ancora sapranno suonare e ballare. Un esempio sono i robot-danzatori, che sanno esibirsi nella danza tradizionale giapponese Jongara-bushi e che uno dei massimi esperti internazionali di robotica, Katsushi Ikeuchi, dell&#8217;università di Tokyo, ha programmato utilizzando un nuovo software che sa osservare i movimenti di un essere umano e, su questa base, genera programmi robotici capaci di mimare le stesse operazioni. Saranno proprio gli studi sul movimento ad aprire i lavori, martedì, con la relazione di uno dei maggiori esperti di fisiologia e percezione del movimento, Alain Berthoz, del Consiglio nazionale delle ricerche francese (Cnrs). Berthoz, che ha studiato il movimento anche in assenza di gravità con esperimenti sui cosmonauti, considera il cervello come una sorta di simulatore, che elabora in continuazione modelli capaci di anticipare ogni movimento dell&#8217;ambiente circostante. le sue ricerche sono il riferimento di tantissimi gruppi in tutto il mondo e la capacità di anticipare i movimenti è una delle scommesse della robotica del futuro.</p>
<p>(ANSA). BG 07-APR-07 14:08 NNN</p>
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		<title>Sabato l&#039;ombra della Terra spegnerà la Luna</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Feb 2007 17:31:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DALLA STAMPA di PIERO BIANUCCI L’ombra tonda della terra che intacca il disco della Luna piena e in poco più di un’ora lo inghiotte, trasformando il nostro satellite in una sfera color sangue. Poi il graduale arretramento di quell’ombra cupamente rossastra e il ritorno della Luna al suo candido splendore. E’ lo spettacolo che potremo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>DALLA STAMPA</strong></p>
<p><em>di PIERO BIANUCCI </em></p>
<p>L’ombra tonda della terra che intacca il disco della Luna piena e in poco più di un’ora lo inghiotte, trasformando il nostro satellite in una sfera color sangue. Poi il graduale arretramento di quell’ombra cupamente rossastra e il ritorno della Luna al suo candido splendore. E’ lo spettacolo che potremo vedere nella notte tra sabato 3 e domenica 4 marzo da tutta l’Europa, dall’Africa e parte dell’Asia. <span id="more-1133"></span>Era dal 28 ottobre 2004 che non si verificava una eclisse di Luna così favorevole per chi osserva il cielo dall’Italia. Non solo per l’orario, ma anche per il giorno prefestivo e festivo, tutti potranno assistere all’eclisse, persino chi va in discoteca o chi ne esce. Chi poi ha abitudini pantofolaie, non si preoccupi: vale la pena di perdere qualche ora di sonno sabato sera, domenica mattina potrà dormire in pace. Abbiamo una eclisse totale di Luna quando il nostro satellite attraversa completamente il cono d&#8217;ombra formato dalla Terra. Ad ogni lunazione Sole, Terra e Luna si trovano allineate in quest’ordine, ma perché l’eclisse avvenga occorre che la Luna piena si verifichi in prossimità dei nodi, cioè dei punti nei quali il piano dell’orbita lunare interseca quello dell’orbita terrestre, una coincidenza relativamente rara. La Luna appare rossastra in quanto il cono d’ombra proiettato dalla Terra non è del tutto buio ma è un po’ inquinato da luce solare rifratta dall’atmosfera terrestre: l’assorbimento più o meno forte a seconda dei colori fa sì che prevalga la componente rossa. Dalla colorazione e dalla maggiore o minore oscurità dell’ombra è possibile anche ricavare qualche indicazione sulla quantità di polveri in sospensione nell’atmosfera e sull&#8217;attività solare. L’oscurità di una eclisse di Luna si valuta sulla Scala Danjon, che va da 0 (massimo oscuramento) a 4 (eclisse chiara, color arancio). Ecco gli orari delle fasi principali dell’eclisse: Inizio Eclisse: 22h 30m Inizio Totalità: 23h 43m Massimo dell&#8217;Eclisse: 00h 20m Fine Totalità: 00h 58m Fine Eclisse: 02h 11m In provincia di Torino, l’Osservatorio Astronomico di Alpette, gestito dalla Scuola di Astronomia Zagar e diretto da Osvaldo Bartolucci, si aprirà al pubblico alle ore 22: i visitatori potranno così seguire l’eclisse con i telescopi di questo osservatorio della Regione Piemonte. L’ingresso è gratuito ma è necessario prenotare telefonando al numero 0124-819.272, dalle 9,30 alle 12. L’Unione Astrofili Italiani promuove la manifestazione &#8220;Luna Rossa&#8221;: si potrà seguire l’eclisse su Internet &#8211; www.uai.it– con telescopi telecomandati che si trovano in Sicilia. Altre informazioni sono disponibili su divulgazione.uai.it/ e su astroiniziative.uai.it/, dove sarà possibile consultare l&#8217;elenco delle iniziative allestite su tutto il territorio nazionale dalle associazioni astrofili locali. Piccola curiosità storica: tra le più antiche registrazioni di eclissi di Luna spiccano quelle eseguite nell’antico Egitto sotto il regno di Asses (o Aseth), il faraone che stabilì il calendario egizio. Siamo intorno ak 2782 avanti Cristo.</p>
<p>La Stampa, 28 febbraio 2007</p>
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		<title>Gli scimpanzè in grado di realizzare armi</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Feb 2007 13:37:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DAL CORRIERE DELLA SERA Ma solo le femmine ne farebbero uso a partire da rami d&#8217;albero e appuntite con i denti. Per utilizarle nella cattura dei galago  ALCUNI scimpanzè si procurano il cibo servendosi di strumenti da caccia che sembrano lance rudimentali. Ma sarebbero solo le femmine a farne uso a partire da rami d&#8217;albero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>DAL CORRIERE DELLA SERA </strong></p>
<p><em>Ma solo le femmine ne farebbero uso a partire da rami d&#8217;albero e appuntite con i denti. Per utilizarle nella cattura dei galago </em></p>
<p>ALCUNI scimpanzè si procurano il cibo servendosi di strumenti da caccia che sembrano lance rudimentali. Ma sarebbero solo le femmine a farne uso a partire da rami d&#8217;albero e appuntite con i denti. I ricercatori Jill Pruetz e Paco Bertolani dell&#8217;università dell&#8217;Iowa hanno osservato gli scimpanzè che vivono nella savana del Senegal sud-orientale. <span id="more-1122"></span>Un habitat inusuale per questo genere di scimmie, che sembravano per questo aver escogitato nuove strategie per procurarsi il cibo come, appunto, servirsi di armi. UTENSILE &#8211; Lo studio, pubblicati sulla rivista scientifica «Current Biology», mostra che le lance vengono utilizzate per agitarle nelle tane dei galago, un piccolo animale dell&#8217;ordine dei primati, nella speranza di infilzarne qualcuno. «Non si può dire sia una tecnica di caccia efficace», ha dichiarato Pruetz, «ma è un modo innovativo di adattarsi a un ambiente ostile. Gli scimpanzè devono scendere dagli alberi per raccogliere il cibo e ripararsi nelle caverne durante la stagione calda. Come riteniamo facessero i primi ominidi, che vissero circa 6 milioni di anni fa». Prima d&#8217;ora, studi analoghi avevano dimostrato che alcuni tipi di scimmie &#8211; tra cui scimpanzè, gorilla e orangutang &#8211; si servono di utensili per rompere noci e per catturare le termiti di cui si nutrono. Ma l&#8217;uso di uno strumento tanto «evoluto» per cacciare non era mai stato osservato prima d&#8217;ora.</p>
<p>Il Corriere della Sera, 23 febbraio 2007</p>
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		<title>il pesce fa bene al cervello dei nascituri</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Feb 2007 15:06:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una ricerca inglese su 9mila famiglie indica che il consumo di prodotti ittici i gravidanza favorisce lo sviluppo cerebrale  LE FUTURE mamme che vogliono avere figli molto intelligenti non dovrebbero farsi mancare il pesce dalla dieta durante la gravidanza. Questo perchè questo tipo di alimento è ricco di nutrienti, tra cui gli acidi grassi omega [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una ricerca inglese su 9mila famiglie indica che il consumo di prodotti ittici i gravidanza favorisce lo sviluppo cerebrale </em></p>
<p>LE FUTURE mamme che vogliono avere figli molto intelligenti non dovrebbero farsi mancare il pesce dalla dieta durante la gravidanza. Questo perchè questo tipo di alimento è ricco di nutrienti, tra cui gli acidi grassi omega 3, molto utili nello sviluppo del cervello dei bambini. <span id="more-1109"></span>A suggerire questo indirizzo alimentare è una ricerca dell&#8217;Università di Bristol, pubblicata sulla rivista medica inglese «The Lancet» dopo un&#8217;indagine condotta su novemila famiglie britanniche. La conclusione degli studiosi inglesi ribalta le conclusioni di un precedente studio americano che suggeriva di limitare più possibile il consumo di prodotti ittici per paura di assorbire il mercurio dovuto all&#8217;inquinamento dei mari. Anche la Food Standards Agency, l&#8217;Ente britannico per l&#8217;alimentazione, aveva sposato la teoria Usa e consigliava di non mangiare carne di squalo, pesce spada e tonno in quanto potevano contenere alti livelli di mercurio.</p>
<p>LO STUDIO &#8211; Gli scienziati hanno confrontato la quantità di pesce mangiata da madri incinta con lo sviluppo del cervello dei loro bambini fino all&#8217;età di otto anni. I figli, se le mamme hanno mangiato più prodotti di mare di quelli consigliati dalle linee guida statunitensi, svilupperebbero capacità motorie più avanzate, migliori abilità comunicative e di socializzazione sin da piccoli e si distinguerebbero anche per avere comportamenti sociali positivi. All&#8217;età di otto anni, poi, raggiungono un ottimo livello di comunicazione verbale. Le direttive americane che consigliavano di ridurre al minimo il consumo di prodotti ittici sono, tra l&#8217;altro, già smentite dai fatti: gli unici casi noti di avvelenamento da mercurio sono stati riscontrati in Giappone negli Anni cinquanta e sessanta quando le industrie del Sol Levante furono responsabili di un massiccio inquinamento del mare che causò non pochi problemi.</p>
<p>Corriere della Sera, 19 febbraio 2007</p>
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		<title>la pillola che se non la prendi avvisa il dottore</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Feb 2007 14:59:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[scienze]]></category>

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		<description><![CDATA[DAL CORRIERE DELLA SERA FINORA c’erano i blister e i dispenser con l’allarme, gli orologi con la vibrazione, e gli animali da compagnia robot in grado di avvertire il padrone dell’appuntamento quotidiano con il salvavita. Ma nessuno aveva pensato alla soluzione più semplice: che fosse la pillola stessa ad avvertire quando viene ingerita dal malato. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>DAL CORRIERE DELLA SERA </strong></p>
<p>FINORA c’erano i blister e i dispenser con l’allarme, gli orologi con la vibrazione, e gli animali da compagnia robot in grado di avvertire il padrone dell’appuntamento quotidiano con il salvavita. Ma nessuno aveva pensato alla soluzione più semplice: che fosse la pillola stessa ad avvertire quando viene ingerita dal malato. <span id="more-1108"></span>La rivoluzione potrebbe avverarsi presto grazie all’idea che proviene dai laboratori della Kodak ed ha appena superato l’esame del severo ufficio brevetti americano ( ■ Guarda il documento): un minuscolo trasmettitore a radiofrequenza inserito nelle capsule comunicherà a un ricevitore esterno che il medicinale è stato assunto. Ecco nella pratica cosa succederà: il paziente è a casa e deve prendere una pastiglia gialla del nuovo tipo alle 12, ma si dimentica di farlo. Alle 12.30 il ricevitore, nient&#8217;altro che una scatola presente in qualche punto della casa, comunica via telefono alla centrale che il segnale è ancora forte e chiaro, quindi la persona è a rischio. Caso opposto: il paziente prende la sua brava pillola, che raggiunge lo stomaco dove viene sciolta dagli acidi e completamente metabolizzata insieme alla microradio. Alle 12.20 &#8211; per esempio &#8211; la radiolina si spegne, e il ricevitore manda un segnale di ok alla centrale. Terzo caso: il paziente prende la pillola sbagliata, quella delle 7 di sera per esempio. Altro allarme: il ricevitore &#8220;sente&#8221; che alle 12.20 la pillola della 7 è già spenta e si preoccupa. Una soluzione ideale, anche in contesti ospedalieri, per tenere sotto controllo tutti i casi con pazienti difficilmente gestibili o dalla memoria corta. L’idea si basa sul Rfid (identificazione a radio frequenza), un microchip e un’antenna in grado di segnalare dati a distanza, tecnologia fino ad oggi utilizzata per risolvere problemi legati alla dislocazione delle merci in magazzini e negozi, all’antitaccheggio, agli accessi controllati in aree riservate e più in generale all’identificazione, come dimostra l’iniziativa del Governo americano di inserire le etichette Rfid nei passaporti. La novità presentata da Kodak è che l’etichetta a radiofrequenza è non soltanto ingeribile, ma anche digeribile, dato che è realizzata con componenti organici. Il dispositivo esterno che effettua il monitoraggio sulle pillole avrà la certezza non soltanto che il malato ha inghiottito, ma che la medicina è stata distrutta dagli acidi dello stomaco: quando questo avviene, l’etichetta smette di segnalare la propria esistenza al ricevitore. E se si considera che i composti con cui si realizzano le pillole e le relative etichette possono essere di diverso tipo, il medico sarà in grado di effettuare diagnosi semplicemente valutando quali (o in quali tempi) composti si distruggono nello stomaco e quali no. Le “etichette fragili”, come sono state chiamate nel brevetto della Kodak, potranno essere utilizzate anche in altre applicazioni medicali, dato che sono concepite anche per distruggersi quando sottoposte a stress meccanico, oltre che chimico. Le si potrà quindi utilizzare in chirurgia e ortopedia, per esempio per valutare il corretto funzionamento di una protesi o per capire quando le ossa o i legamenti di un paziente si sono consumati, insieme all’etichetta, ed è necessario intervenire.</p>
<p><strong>Marco Consoli </strong></p>
<p>Corriere della Sera, 19 febbraio 2007</p>
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		<title>esploratori: le grandi sfide di Peter Blake</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Dec 2006 21:58:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[dossier]]></category>
		<category><![CDATA[scienze]]></category>

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		<description><![CDATA[DAL TEMPO di STEFANO MANNUCCI LAGGIÙ, alla fine del mondo, c’è la Tomba del Diavolo. Ogni marinaio sa che davanti a Capo Horn, dove il Sudamerica si tuffa nelle onde gelide che annunciano l’Antartico, Satana si trascina in catene sul fondo. Accade sopratutto «nelle orride notti di tempesta, quando le acque e le ombre oscure [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>DAL TEMPO</strong></p>
<p><em>di STEFANO MANNUCCI</em></p>
<p>LAGGIÙ, alla fine del mondo, c’è la Tomba del Diavolo. Ogni marinaio sa che davanti a Capo Horn, dove il Sudamerica si tuffa nelle onde gelide che annunciano l’Antartico, Satana si trascina in catene sul fondo. Accade sopratutto «nelle orride notti di tempesta, quando le acque e le ombre oscure dal cielo sembrano salire e scendere su quegli abissi», come raccontava lo scrittore cileno Francisco Coloane. Ma nel dicembre 2000 il leggendario navigatore neozelandese Peter Blake condusse senza sforzo il suo yacht &#8220;Seamaster&#8221; oltre le insidie infernali: non era la prima volta che doppiava il Capo, il punto marino più tumultuoso del pianeta, ma ci era sempre passato davanti di fretta, spinto dal fervore agonistico delle regate d’altura. <span id="more-1043"></span>In questo caso, invece, poteva permettersi di attraccare nelle insenature del Canale di Beagle, tra gli estremi avamposti dell’umanità e fiordi inesplorati, prima di affrontare il viaggio verso il Polo Sud, ben oltre i &#8220;Sessanta stridenti&#8221;, la latitudine dove le imbarcazioni temono di inoltrarsi, tra frangenti che incombono come palazzi di otto piani e il &#8220;cimitero degli iceberg&#8221;, quei colossali monumenti naturali modellati dal ghiaccio, che in molti casi superano in altezza i 130 metri. Guardando le cime innevate alla convergenza meridionale fra Cile e Argentina, Sir Blake &#8211; che nel 1994 aveva stabilito su un catamarano il record per la circumnavigazione del globo senza scalo &#8211; sentì che quella sosta era «un immenso regalo, è come riempire un vuoto che avevo dentro». Lo scrisse sul diario di bordo del &#8220;Seamaster&#8221; lanciato verso la missione polare, da lui voluta per capire se il pack si stesse sciogliendo, e se l’inquinamento e il riscaldamento della Terra avessero già prodotto effetti tangibili nell’ecosistema dell’emisfero Australe. Quella, peraltro, era solo la prima parte di un viaggio che doveva concludersi molte miglia più a nord, dopo aver risalito l’Atlantico fino in Brasile, tra le correnti del Rio delle Amazzoni e del Rio Negro. E fu proprio lì, dopo una vita trascorsa ad evitare ogni sorta di naufragio e navigare sfidando senza sosta le divinità degli oceani, che Sir Blake trovò la più banale delle morti. A ucciderlo non fu certo il &#8220;boto&#8221;, quel delfino rosa di fiume che le leggende locali vedono a volte come lo spirito degli annegati, o come un essere capace di trasformarsi in seduttore, un playboy antropomorfo responsabile di inspiegabili gravidanze tra le ragazze che abitano lungo le rive. A sparargli fu una banda di &#8220;topi fluviali&#8221;, pirati straccioni che volevano rubargli un motore di riserva e qualche orologio. Blake si comportò da vero capitano, facendo scudo col corpo per difendere il suo equipaggio: a bordo c’erano anche i figli adolescenti, mentre sua moglie era ripartita solo qualche giorno prima. Morì così, di notte, quel 5 dicembre 2001, mentre la &#8220;Seamaster&#8221; era placidamente ormeggiata, le vele calate, la chiglia mai mossa ad inquietudine in quelle acque rese scure dalla tenebra e dal tannino. Il 27 ottobre, sceso ad esplorare la vegetazione attorno al Rio Negro, aveva riportato sul diario una frase che suonava come un presagio obliquo: «Qui nella Foresta Amazzonica, dove si celano alcune tra le creature più pericolose del mondo, ho perso gran parte del mio coraggio». Si riferiva ai serpenti velenosi, agli insetti malarici, alle formiche che ti mordono le caviglie. Non sapeva che l’agguato fatale glielo avrebbero teso dei volgari ladruncoli, appartenenti alla specie che lui, ecologista non allineato, vedeva come unica responsabile del disfacimento del pianeta. Lo denunciava con le sue imprese, con il ruolo di inviato speciale dell’Onu per i temi ambientali, e con gli scritti sull’«Ultima grande avventura»: quelli che a cinque anni dalla scomparsa vengono pubblicati anche in italiano, nel pregevole volume fotografico delle Edizioni Mattioli 1885 (49 euro). Il cuore caldo di quella spedizione, com’è ovvio, batteva sotto la crosta gelida dell’Antartide. Sir Blake filava già al largo della costa meridionale del Brasile, ma la nostalgia per quei luoghi tanto inospitali eppure così pieni di vita gli si era insinuata sottopelle: «È stata l’esperienza più indimenticabile della mia carriera. Un giorno tornerò. Il Rio delle Amazzoni e l’Orinoco sapranno darmi altre sensazioni &#8211; forse». E in quell’ultimo vocabolo c’era già l’eco di una risonanza lugubre, la premonizione che ogni uomo di mare avverte, come la burrasca invisibile e remota quando intorno è ancora calma piatta. Del resto, era stato impossibile non restare stregati dalle compagnie polari: le megattere che si tuffavano sotto il &#8220;Seamaster&#8221; e poi comunicavano tra loro, anche a centinaia di miglia di distanza. Le foche-leopardo che aspettavano il primo tuffo dei cuccioli di pinguino per una caccia mortale, gli albatros che accompagnavano le vele: Blake non era Baudelaire &#8211; e neppure Fogar, se è per questo &#8211; ma sapeva trasmettere la poesia misteriosa di quegli incontri ravvicinati. E l’allarme per i rifiuti di plastica gettati dalle navi, che pesci e uccelli scambiavano per cibo, e inghiottivano fino a morirne. O la trepidazione per la sua barca che si infilava nel King George VI Sound (un canale congelato sin da epoche preistoriche), ma che con il motore in funzione rompighiaccio, non faceva difficoltà ad aprire un varco d’acqua, che tale restava anche dopo il passaggio. Segno, quello, che la superficie polare si stava sciogliendo inesorabilmente: al ritmo di 50mila chilometri quadrati in meno ogni anno. Stessa sorte per gli iceberg &#8211; «coni gelati rovesciati» &#8211; che costringevano gli uomini di Blake a vigilare a prua, notte e giorno, per evitare impatti fatali. Lì, in quell’apparente deserto liquido, si consumavano da secoli i destini dei coraggiosi. Alla fine del Cinquecento era stato Francis Drake a vincere per primo la battaglia contro la furia dei marosi (gli &#8220;orsi grigi&#8221;) di Capo Horn, aprendo la via d’acqua per i commerci da e verso l’Europa. Duecento anni dopo il capitano Blight aveva incatenato ai posti la ciurma del Bounty, per tentare il passaggio da est verso ovest, rinunciando poi dopo tre mesi di vani bordeggi. Più a sud, sul suolo antartico, Scott e Amundsen avevano inaugurato il Novecento con la tragica gara per trovare il punto dove il globo finisce e subito ricomincia &#8211; il Polo Sud. Mentre Ernest Shackleton, dopo che nel 1916 la sua nave Endurance era rimasta stritolata fra i ghiacci, riuscì a salvare i suoi uomini con un viaggio di 800 miglia, a tappe, prima con le scialuppe, poi a piedi sulle cime dell’inviolata isola South George. All’alba del Terzo Millennio, Sir Peter Blake aveva vinto l’apocalisse bianca. Quasi un anno più tardi, all’altezza dell’equatore, scriveva ai suoi seguaci note di speranza per l’Amazzonia, malgrado i discutibili piani di disboscamento del governo brasiliano: «La parte più difficile deve ancora arrivare. Siamo sulla strada giusta. Abbiamo passione ed entusiasmo. Vogliamo fare la differenza. Speriamo che anche tu, insieme a tante altre persone, ti unisca a noi in quest’avventura». Furono le sue ultime parole.</p>
<p>Il Tempo, mercoledì 13 dicembre 2006</p>
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		<title>l’Italia non ha più energia</title>
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		<pubDate>Fri, 12 May 2006 15:52:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>IL PREZZO del petrolio che schizza di giorno in giorno. Gli esperti che addirittura prevedono che tra qualche mese possa toccare quota 100 dollari al barile. I black-out energetici che ci minacciano, soprattutto d’estate quando si riaccendono i climatizzatori. La contesa sul gas tra Russia e Ucraina che si ripercuote anche sulle bollette. Il carbone che non trova gli sbocchi necessari nelle nostre centrali. Povera Italia senza più energia. <span id="more-736"></span>Che cosa può accadere a un Paese che non possiede materie prime e che rischia di accollarsi tutti i costi per importarle? Che prova tramite l’Enel a convertire due centrali da olio a carbone per ridurre almeno del 20 per cento i costi dell’elettricità. Con tutta una serie di ostacoli da superare: molti italiani non vogliono il nucleare, non vogliono il carbone e non vogliono l’eolico. Poi però si lamentano del caro bolletta (almeno un 30 per cento in più rispetto agli altri stati europei). Con questa situazione internazionale non è purtroppo facile immaginare uno scenario positivo per il nostro Paese. E come sempre accade quando i tempi sono difficili vengono alla mente gli errori compiuti in passato. Inutile girarci intorno: nella decisione presa poco meno di vent’anni fa ci fu troppa approssimazione. L’8 e il 9 novembre del 1987 in Italia si votò per abrogare il nucleare. Con tre sì si cancellò il lavoro di diversi anni. Fu sancito l’abbandono da parte dell’Italia del ricorso al nucleare come approvvigionamento energetico. Tuttavia i referendum, così come erano stati formulati, non permisero agli italiani di esprimersi anche su un altro quesito: comprare o no energia elettrica prodotta da centrali nucleari estere. Probabilmente si perse un’occasione storica per diventare una vera superpotenza. Perché nel nucleare gli italiani potevano tranquillamente stare ai livelli dei francesi che vantano una potenza installata inferiore solo agli Stati Uniti. Quanto Russia, Germania, Inghilterra e Corea messi assieme. Complessivamente reattori e centrali nucleari producono nel mondo poco meno del 20 per cento della fornitura globale di energia. Con il nucleare la Francia copre l’80 per cento del fabbisogno interno. Un caso unico al mondo se lo confrontiamo anche con gli Stati Uniti fermi al 20 per cento. I francesi pagano una bolletta della luce dimezzata rispetto a noi. A parità di consumi. Non hanno mai avuto un black out e non hanno nessun problema dal punto di vista energetico. Anzi, la scelta del nucleare permette ai transalpini di essere una superpotenza e di avere un’indipendenza strategica nei fabbisogni. E nessuno si sogna minimamente di scendere in piazza per contestare il nucleare. In futuro dunque dovremo aspettarci una nuova corsa all’uranio? In verità nel mondo occidentale non si prevedono grossi sconvolgimenti. Anzi. All’orizzonte è previsto un calo di impiego, in quanto in Europa (a eccezione della Finlandia) e in America non è prevista la costruzione di nuove centrali. In Asia invece le centrali sono destinate ad aumentare negli anni. Va ricordato che questo tipo d’impianto necessita di almeno dieci anni di lavori prima di essere ultimato. Una centrale nucleare brucia uranio e produce energia elettrica, ma a differenza di una centrale termoelettrica che brucia carbone, petrolio o gas non sfrutta reazioni chimiche, ma reazioni di fissione: un milione di volte più energetiche a parità di massa combustibile. Una potenza di 1000 Mw si ottiene bruciando poche tonnellate di uranio contro i 50-100 Mw di una centrale termica che brucia migliaia di tonnellate di combustibile. E il nucleare non sprigiona anidride carbonica. Un vantaggio non di poco conto se consideriamo che stiamo vivendo l’era dello smog, delle targhe alterne, dell’inquinamento dell’aria e con l’effetto serra che incombe. Il nucleare può essere considerato il vero antidoto ai carburanti. Il suo ritorno sarebbe giustificabile per ridurre la dipendenza dalle importazioni di petrolio, gas e carbone. Perfino uno dei fondatori di Greenpeace, Patrick Moore, ha fatto scalpore scrivendo un articolo per il Washington Post. L’ecologista Moore sostiene che il nucleare da sinonimo di olocausto stia diventando l’ultima speranza per salvare la Terra, in quanto solo l’energia atomica può evitare al pianeta i danni ambientali del petrolio. «L’Italia non ha altra scelta &#8211; ha più volte detto e scritto l’ingegnere Paolo Fornaciari, uno dei massimi esperti nel settore &#8211; bisogna ripensare al ritorno al nucleare e all’incremento del carbone. Non ci sono dubbi e soprattutto non esiste un’alternativa: i prezzi di petrolio e gas arriveranno alle stelle. Tra l’altro c’è un problema di etica da non sottovalutare: sottraendo petrolio e gas ai paesi poveri creiamo sempre più conflitti, rivoluzioni, terrorismo e migrazioni epocali. L’energia è una componente fondamentale per risolvere i problemi di differenze tra livelli di vita. L’era del petrolio potrebbe finire proprio a causa del suo prezzo troppo alto. Bisognerà fare accordi con Cina o India per trovare un passaggio ad Oriente del greggio». Quindi la salvaguardia dell’Occidente passa per lo sviluppo industriale della Cina. Ma il nucleare avrà pure qualche svantaggio? Sicuramente le conseguenze in caso d’incidente. L’esempio di Chernobyl non può essere dimenticato. Tuttavia la Francia non ha mai avuto un problema. Altri svantaggi sono le scorie radioattive che devono essere stoccate per anni e anni. Da temere e non sottovalutare c’è purtroppo la possibilità che qualche nazione sfrutti l’uranio per produrre armi. Tra l’altro a riguardo esiste una fitta rete di traffico clandestino con tra gli acquirenti anche i terroristi di Al Qaeda. Nucleare, dunque, anche come segno di superpotenza. Vi siete chiesti perché l’Iran, tanto ricco di petrolio, ha bisogno dell’energia del nucleare?</p>
<p>Il Tempo, giovedì 11 maggio 2006</p>
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		<title>Gesù camminò sul ghiaccio, non sull&#039;acqua</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Apr 2006 11:48:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LE SACRE SCRITTURE come noto attestano che Gesu` cammino` sull’acqua. Ma ora un gruppo di scienziati della State University in Florida e` arrivato alla conclusione che quella camminata sarebbe tutto tranne che un miracolo. Il fatto e` che Gesu` non levito` sull’acqua ma cammino` molto piu’ banalmente su una superficie ghiacciata. Gli scienziati hanno condotto un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>LE SACRE SCRITTURE come noto attestano che Gesu` cammino` sull’acqua. Ma ora un gruppo di scienziati della State University in Florida e` arrivato alla conclusione che quella camminata sarebbe tutto tranne che un miracolo.<span id="more-671"></span> Il fatto e` che Gesu` non levito` sull’acqua ma cammino` molto piu’ banalmente su una superficie ghiacciata. Gli scienziati hanno condotto un lungo e dettagliato studio sulle condizioni climatiche della regione settentrionale di Isarele e del mare della Galilea e sono arrivati alla conclusione che in un periodo tra i 1500 ed i 2000 anni fa, quando Gesu` appunto avrebbe operato il cosidetto miracolo, fu registrata nella zona una brusca caduta di temperature che avrebbe gelato il lago Kinneret, allora Mare della Galilea. Se Gesu` avesse camminato su una larga lastra di ghiaccio chi lo avesse osservato dalla sponda avrebbe potuto pensare che stesse camminando sull’acqua. Nof, il professore di Oceaonagrafia all’Universita` della Florida e capo del gruppo di ricerca, aveva presentato questa teoria anche 14 anni fa e subito dopo aveva ricevuto centinaia di lettere di odio anche se aveva accompagnato la teoria dicendo che comunque poteva supportare l’interpretazione della Bibbia. “In alcune di queste gentili lettere – ha ricordato Nof – alcuni mi dissero che potevo spiegare il mistero della Resurrezione perche` sarei stato ucciso”. Noron Dorf, aveva anche teorizzato nel 1990 la spartizione delle acque da parte di Mose` con solide basi scientifiche sempre grazie allo studio delle condizioni atmosferiche del periodo. Paola Ceccarelli</p>
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		<title>La natura che cambia: 844 specie animali sparite in cinque secoli</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Mar 2006 17:50:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marco</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>DAL GIORNALE </strong></p>
<p>IL ROSPO dorato della Costa Rica, il gufo delle Seychelles e il corvo del Hawaii, tutti come il dodo. Ossia scomparsi definitivamente, o quasi, dalla faccia della terra. La lista rossa degli animali estinti è capitanata dall&#8217;ormai famosissimo uccello dell&#8217;isola di Mauritius. Grasso, goffo e incapace di volare è stato avvistato l&#8217;ultima volta quattrocento anni fa, eliminato, dice la leggenda, dai coloni portoghesi e olandesi. In realtà l&#8217;ultimo dodo (dal portoghese doudo, «sempliciotto») morì molto probabilmente in seguito alla distruzione del suo habitat da parte dei coloni, che condannarono il dodo disboscando l&#8217;isola e introducendo specie animali in grado di catturarlo. Questa sorte è capitata, nel corso degli ultimi 500 anni, a 844 specie di animali. Quelli cioè che fanno parte della «Red List» stilata dalla dalla World conservation union: tutte le specie animali e vegetali scomparse o comunque ad altissimo rischio di estinzione. <span id="more-622"></span>Tra questi, il rospo dorato, ad esempio, che vive solo in zone circoscritte della Costa Rica e di Panama, dato ufficialmente per spacciato nel &#8217;96, ne fu avvistata una ridottissima popolazione tre anni fa, che resta tuttavia ad altissimo rischio di estinzione a causa dei repentini cambiamenti climatici. Come il rospo, anche l&#8217;Epinephelus striatus, una cernia che vive nei pressi della barriera corallina delle Bahamas e dei Caraibi, la cui popolazione si è ridotta del 60% negli ultimi 30 anni, a causa del continuo deperimento del corallo. E poi il corvo nero delle Hawaii: gli ultimi due esemplari sono scomparsi nel 2002. Oppure ancora, la gazzella dammah, dalle corna lunghissime, un tempo uno dei mammiferi più comuni del Nord Africa, e anch&#8217;essa scomparsa allo stato brado nel corso del ventesimo secolo. E poi la rana nera dai puntini rossi, scientificamente chiamata Hyperolius rubrovermiculatus, che può sopravvivere solo in determinate condizioni climatiche del Kenia. La volpe delle isole Channel, a largo delle coste meridionali della California, è invece ormai presente solo in pochissimi esemplari. La popolazione di volpi si è ridotta dell&#8217;80% negli ultimi anni, eliminate da altri predatori, come le aquile, ma anche dalla diffusione di un virus. A lanciare l&#8217;sos sono le Nazioni Unite che in un rapporto pubblicato ieri puntano il dito contro gli esseri umani, i primi responsabili di quella che si preannuncia come la peggiore ondata di estinzioni ambientali. In un rapporto lungo 92 pagine, il Global Biodiversity Outlook 2, presentato in apertura del summit sul tema della biodiversità che si terrà fino 31 marzo a Curitiba, in Brasile, l&#8217;Onu spiega che stiamo vivendo la sesta maggiore ondata di estinzioni. In pratica la più grave dalla scomparsa dei dinosauri, avvenuta 65 milioni di anni fa. Sotto accusa sono l&#8217;aumento di popolazione umana, la conseguente necessità di espandere le città, la deforestazione, l&#8217;inquinamento e quindi il surriscaldamento del pianeta. Un mix esplosivo che minaccia gli habitat naturali di piante e animali: dalle barriere coralline alle foreste pluviali tropicali il danno, avverte l&#8217;Onu, è sotto gli occhi di tutti. Nel solo mare dei Caraibi, le barriere coralline sono diminuite dal 50% al 10%. Negli ultimi sei anni, ogni anno 6 milioni di ettari di foresta è stata distrutta (un cifra comunque preoccupante, anche se inferiore degli 8,9 milioni del decennio 1990-2000). E in vent&#8217;anni il 35% delle mangrovie è scomparso. Inoltre, l&#8217;introduzione di «specie aliene», come le 300 specie invasive (molluschi, crostacei e pesci) provenienti dal mar Rosso e introdotte nel mar Mediterraneo dopo l&#8217;apertura del canale di Suez, minacciano l&#8217;equilibrio dell&#8217;habitat naturale degli altri animali. Dati alla mano, l&#8217;allarme è evidente: si calcola che attualmente il tasso di estinzione sia mille volte più veloce di quello storico. Ciò che preoccupa l&#8217;Onu è inoltre il fatto che l&#8217;obiettivo di raggiungere entro il 2010 un significativo calo dell&#8217;attuale tasso di distruzione della biodiversità è sempre di più un miraggio. «Ci sarà bisogno di ulteriori sforzi senza precedenti &#8211; si legge nel rapporto &#8211; per conseguire l&#8217;obiettivo sulla biodiversità previsto per 2010 ad un livello nazionale, regionale e globale». Un peso, questo, prima di tutto ambientale, ma anche economico: ogni anno i costi derivanti solo dalla distruzione ambientale in Australia, Usa, Sud Africa e Gran Bretagna superano i 100 miliardi di dollari. Tuttavia, «le cause dirette della perdita della biodiversità &#8211; conclude il rapporto, ben più pessimista di un primo studio del 2001 su questo tema, &#8211; non sembrano diminuire». Nonostante ciò, l&#8217;obiettivo previsto per il 2010 «non è affatto impossibile».</p>
<p>Elena Jemmallo, il Giornale 22 marzo 2006</p>
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